Dati alla mano Pandemia e sorveglianza

Le app di tracciamento dei contatti da Covid, un flop da 100 milioni di euro

In tutta Europa le applicazioni di tracking dei casi contatto di Covid 19 hanno permesso di tracciare solo il 5 per cento dei casi. E questo nonostante gli investimenti dell’Ue e dei paesi membri.

Pubblicato il 19 Gennaio 2022 alle 12:54

Le app di tracciamento dei contatti contro il Covid-19 sono un fallimento nell’Unione europea. Sin dall’inizio della pandemia sono state definite uno strumento essenziale per controllare la catena dei contagi e, di conseguenza, gli Stati membri non hanno esitato a investire milioni di euro nello sviluppo. Successivamente il loro lancio è stato annunciato con grande clamore mediatico e con conseguenti ambiziose campagne di comunicazione. A un anno dall’introduzione, le statistiche sull’uso ci dicono che gran parte di queste app sono già finite nel dimenticatoio. 

Quello che è evidente è che i cittadini hanno ascoltato i consigli di governi e istituzioni quando si è trattato di scaricare le applicazioni: in Germania, la Corona-Warn-App è stata scaricata 15,8 milioni di volte nel primo mese, ovvero circa il 20 per cento della popolazione, mentre 2,5 milioni di finlandesi hanno scaricato l’app Koronavikku nei primi due mesi di vita, circa il 45 per cento . Successivamente, quando i cittadini si sono resi conto dell’inefficacia delle applicazioni, oltre che del loro consumo di memoria e di batteria, si è fermato il loro utilizzo.

Quando le applicazioni sono state rilasciate, le autorità sanitarie hanno dichiarato che avrebbero dovuto essere scaricate dal 60 per cento della popolazione perché questa tecnologia avesse un impatto reale e duraturo, ma solo l’Irlanda è riuscita a raggiungere questo obiettivo.  Alla fine di novembre 2021 l’applicazione irlandese Covid Tracker era stata scaricata 3,75 milioni di volte, equivalenti al 75 per cento della popolazione. Studi successivi, tuttavia, hanno confermato che una percentuale di scaricamento del 20 per cento avrebbe contribuito comunque a ridurre i contagi, un traguardo raggiunto dalla maggior parte dei Paesi.

I casi di positività notificati attraverso queste app raccontano una storia diversa: solo un europeo su 25 ha notificato la positività al Covid attraverso le applicazioni di tracciamento. 

Insomma, questa è la storia di una grande opportunità persa e, in alcuni casi, uno spreco di soldi. In Croazia, ciascuno dei 77 casi notificati è costato al governo 1.683 euro in media, e quest’app è stata sviluppata gratuitamente. Inoltre, la mancanza di analisi e revisione dei dati disponibili impedisce una comprensione precisa di quanto siano state utili queste applicazioni nella lotta alla pandemia.

Oltre 100 milioni di euro di investimenti

Ad aprile 2020, la Commissione europea ha incluso tra le sue raccomandazioni per affrontare la pandemia lo sviluppo di applicazioni per favorire il distanziamento sociale e il tracciamento dei contatti, a cui il eHealth Network, una rete online formata dalle agenzie di sanità pubblica degli Stati membri, ha risposto pubblicando una una serie di strumenti  comuni per sostenere e armonizzare la creazione di queste app.

È a partire da questa piattaforma che i governi europei hanno iniziato a lanciare le proprie applicazioni, anche se leggermente adattate, nei mesi successivi. I costi di sviluppo – generalmente i contratti sono stati dati al settore privato – sono stati tutt’altro che banali. La Germania, la cui applicazione è costata 67,45 milioni di euro ad oggi, è quella che ha investito di più. Molti paesi hanno deciso di adattare l’applicazione tedesca al proprio contesto nazionale: è il caso Belgio, Lituania e Slovenia.

Da notare il caso di  CoronaMelder, su cui il governo olandese ha investito 18,7 milioni di euro e speso 4,3 milioni per una campagna di sensibilizzazione. A questo proposito, anche se la diversi parte dei paesi non ha scomposto i costi associati alle campagne pubblicitarie per le app, i dati disponibili dai paesi che lo fanno dimostrano quello che alcuni governi e istituzioni sono stati disposti a fare per incoraggiare il pubblico europeo a scaricare le applicazioni di tracking.  

In Francia e in Estonia, gli investimenti in pubblicità hanno superato i costi per lo sviluppo e la manutenzione delle app – 4,78 milioni di euro contro 2,27 milioni di euro e 200.000 euro contro 102.000 euro rispettivamente – mentre le cifre in Spagna e Finlandia sono anch’esse nell’ordine dei milioni.

In totale, esclusi i costi di pubblicità, gli Stati membri hanno speso poco meno di 106 milioni di euro per la progettazione di app. Queste cifre provengono da numerose fonti consultate da El Orden Mundial (vedi la metodologia per maggiori dettagli nella versione inglese dell’articolo), anche se non è stato possibile ottenere dati per le app di Cipro, della Repubblica Ceca – eRouška non è più in funzione – e di Malta. 

Le applicazioni in Italia e Lettonia sono state sviluppate gratuitamente da società di software e poi offerte allo stato, anche se non è noto quanto Roma e Riga abbiano investito nella manutenzione. Non è il caso di Estonia, Danimarca e Croazia, che hanno anche ricevuto aiuto dal settore privato ma hanno stanziato dei budget per la manutenzione e la pubblicità delle loro app.

In Austria, la Fondazione Uniqa ha contribuito con 2 milioni di euro dei 3 milioni richiesti per sviluppare l’app Stopp Corona, mentre Bulgaria, Grecia, Lussemburgo, Svezia, Ungheria, Slovacchia e Romania non hanno sviluppato né promosso un’app specifica per la ricerca di contatti nei loro paesi.

Va sottolineato che Bruxelles ha riservato 3 milioni di euro dello strumento di sostegno di emergenza per aiutare gli Stati membri ad adattare le loro app nazionali agli standard europei. Secondo le informazioni fornite a El Orden Mundial dalla Commissione europea, 13 paesi hanno richiedesto l’aiuto finanziario – Austria, Croazia, Cipro, Germania, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia e Slovenia – chiedendo circa 2 milioni di euro, con il pacchetto più grande arrivato a 150.000 euro.

Circa 2 milioni di casi tracciati, il 5 per cento dei casi

Qual è stato il risultato di questo sforzo? Salvo alcune eccezioni, molto poco: in totale, secondo i dati raccolti in questa analisi, fino a novembre 2021 compreso, solo 1,82 milioni di casi sono stati notificati alle app di tracciamento dei contatti. Questo significa che le app hanno tracciato solo il 5 per cento dei casi confermati di Covid-19 nel periodo in cui erano disponibili i dati per ogni paese (non è stato possibile accedere ai dati per Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Malta e Portogallo).

Esistono storie di successo, soprattutto nel nord del continente: la Danimarca è stata in grado di allertare i contatti stretti del 26 per centodei casi, la Finlandia ha notificato il 16 per cento, la Germania il 14 e i Paesi Bassi il 10. Possono sembrare piccole percentuali, ma che hanno permesso di prevenire migliaia di nuovi casi. Il problema è che mancano ancora studi che ci diano un’indicazione reale dell’impatto di questa tecnologia sul percorso della pandemia.

Nel Regno Unito l’Università di Oxford ha stimato che le app Track and Trace del Servizio Sanitario nazionale hanno impedito tra le 200 e le 900mila infezioni tra ottobre e dicembre 2020 e che, per ogni 1 per cento di utenti in più dell’applicazione, i casi scendevano tra lo 0,8 e il 2,3 per cento. Nell’Ue, questo tipo di dati non è ancora disponibile. I governi hanno pensato di aver concluso la missione quando le app sono state lanciate e promosse, ma hanno dimenticato di continuare a mantenerle, correggere gli errori e analizzare i loro successi e fallimenti.

A questo va aggiunto che pochissime amministrazioni condividono i loro dati in modo proattivo e accessibile e che danno aggiornamenti quotidiani sui dati delle loro app – Spagna, Francia e Italia si distinguono in questo senso –  un esempio della mancanza di responsabilità intorno a queste tecnologie .

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Timori per la privacy

“Anche se si accetta che i dati personali siano sotto il controllo delle aziende online, la maggioranza dei cittadini non sembra felice di condividere i propri dati per l’interesse pubblico”. Questa è la conclusione a cui è arrivato in agosto uno studio pubblicato dal Centre for Economic Policy Research (Cepr) riguardo all’impatto relativamente ridotto delle app di tracciamento dei contatti.

Nonostante gli sforzi europei per garantire un uso decentralizzato e anonimo dei dati, i cittadini non hanno riposto fiducia nei governi e molti vedono questi strumenti come un mezzo di sorveglianza e controllo.

Bisogna anche tener conto del contesto in cui queste app sono nate: di tensione, di mancanza di risorse – dai materiali sanitari alle professioni sanitarie – e di improvvisazione, e di un tempo in cui le autorità spesso non potevano dedicare tutta l’attenzione a una particolare questione e, quindi, non potevano affrontarla adeguatamente. L'integrazione delle app con i servizi sanitari nazionali è stato un problema comune all’interno dell’Unione europea, e in molte occasioni gli utenti infetti non hanno nemmeno ricevuto il codice che dovevano usare per avvertire i contatti stretti.

Il risultato finale è stato che i download si sono bloccati e, come è successo per le campagne di vaccinazione, il rifiuto iniziale ha cominciato ad essere dissipato e la pressione sociale ha finito per convincere la maggioranza della popolazione.

Paradossalmente, proprio all’apice della digitalizzazione, quando la vita quotidiana si è spostata online, l’Ue non è stata in grado di capitalizzare questo nuovo uso della tecnologia per ridurre e prevenire la trasmissione. L’opportunità era lì, in attesa di essere installata sugli smartphone dei suoi cittadini.

👉 L’articolo originale su El Orden Mundial. Traduzione a cura di Euractiv Italia.


In collaborazione con European Data Journalism Network

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