Francis Dupuis-Déri è un ricercatore franco-canadese, professore presso l’Università del Québec a Montréal (UQAM). È un esperto di movimenti sociali, e negli ultimi anni, ha lavorato in maniera particolare su antifemminismo e mascolinismo.
Dupuis-Déri è autore di numerosi libri, tra cui La crise de la masculinité ; autopsie d’un mythe tenace (“La crisi della mascolinità; autopsia di un mito tenace”, Éditions du remue-ménage, 2018), Antiféminismes et masculinismes d’hier à aujourd’hui (“Antifemminismo e mascolinismo ieri e oggi”, PUF, 2019) e Killer Althusser: The Banality of Men ("Althusser assassino, la banalità del maschio", Between The Lines, 2025).
Di quest’ultimo testo avevamo parlato qui per raccontare un episodio poco conosciuto: il 16 novembre 1980 il filosofo marxista Louis Althusser ha ucciso la moglie, la sociologa Hélène Rytmann: un femminicidio che per anni è stato “occultato” dal mondo della cultura e della politica. E anche dalla stampa.
Voxeurop: Cos’è la mascolinità?
Francis Dupuis-Déri: La “mascolinità” è una rappresentazione, un modello, direi persino un riferimento ideologico. Sempre concepito, in modo consapevole o meno, in un rapporto diseguale e gerarchico con la femminilità.
Il concetto di mascolinità non esiste senza quello di femminilità; non esiste il maschile senza il femminile. Negli ultimi anni la mascolinità è stata oggetto di discussione, spesso in maniera scollegata dal concetto di femminilità. Che sia in modo implicito o esplicito, la mascolinità viene presentata e percepita come superiore alla femminilità: gli uomini vengono considerati più razionali (mentre le donne sarebbero eccessivamente emotive), più attivi e creativi (le donne più passive), più autonomi (le donne, invece, più dipendenti), più forti, aggressivi e violenti (le donne, al contrario, sarebbero più delicate, pacifiche e premurose).
Tutto questo è un costrutto ideologico, basato su stereotipi tratti da testi religiosi o divulgativi, semplicistici e spesso fallaci, o ancora su una preistoria immaginaria, su un presunto determinismo genetico o ormonale. Ma resta il fatto che ha un impatto sulla realtà, sulla nostra socializzazione, sulle aspettative che abbiamo riguardo alle persone o a noi stessi.
Come dovrebbe essere definita la cosiddetta “crisi della mascolinità”?
Come spiego in La crise de la masculinité, si tratta di un discorso che si sente almeno dall’antichità romana in Europa, e che è diffuso in tutto il mondo. Questa retorica sostiene che gli uomini stanno male, soffrono, perché le donne starebbero prendendo troppo spazio, occupando il “nostro” posto in quanto uomini, e perché le femministe ci starebbero criticando in maniera ostile… Gli uomini vengono, in quest’ottica, dipinti come vittime delle donne e la soluzione sarebbe quella di rivalorizzare la mascolinità tradizionale, messa in ginocchio dalla femminilizzazione della società.
È importante sottolineare che questo discorso “vittimistico” degli uomini si esprime ed esiste, indipendentemente dal regime politico, giuridico (compreso il diritto di famiglia e del lavoro), economico e, anche, indipendentemente dalla cultura e dalla religione dominante. Questo tipo di discorso può emergere anche nei paesi più poveri, così come in quelli più ricchi. Oggi, alcuni degli uomini più potenti al mondo, come Elon Musk, Mark Zuckerberg e Donald Trump, sostengono che stiamo attraversando una crisi della mascolinità.
Potrebbe spiegarci cosa sono l’antifemminismo e, più precisamente, il mascolinismo?
Detto nella maniera più semplice possibile, l’antifemminismo è una forza che si oppone al desiderio o alla volontà delle donne di essere libere e uguali agli uomini. Come spiega la sociologa Mélissa Blais, l’antifemminismo, come qualsiasi forza politica o movimento sociale, è composto da molti elementi e si mobilita su diversi fronti. Ad esempio, l’antifemminismo cattolico è molto attivo nella lotta contro il diritto all’aborto (in nome di Dio).
L’antifemminismo "mascolinista" si basa sull’idea di una crisi della mascolinità, utilizzata per giustificare i ruoli di genere e la divisione sessuale del lavoro. L’antifemminismo di estrema destra si interseca con il mascolinismo, il suprematismo bianco e la xenofobia, in nome della difesa della famiglia come pilastro nazionale.
“Il mascolinismo, o il discorso sulla crisi della mascolinità, è stato fin dal principio uno dei pilastri del fascismo italiano e successivamente della propaganda nazista”
Ancora, l’antifemminismo di sinistra o anticapitalista ripete che le questioni delle donne sono secondarie, che le femministe dovrebbero piuttosto dedicarsi a movimento di massa o a un partito, per combattere contro la classe capitalista e il capitalismo, e che devono soprattutto astenersi dal criticare il sessismo e la violenza sessuale all’interno delle organizzazioni progressiste, perché questo dividerebbe le forze del movimento…
Il discorso mascolinista che si sente oggi sembra molto simile a quello pre #MeToo, o precedente ai passi avanti ottenuti dai movimenti femministi. C’è una differenza?
Il mascolinismo utilizza molto spesso lo stesso argomento di fondo: gli uomini stanno soffrendo perché le donne si sono spinte troppo oltre, uscendo dal ruolo che la società aveva loro attribuito, come l’essere oggetti sessuali, compagne docili, madri casalinghe. Ma i sintomi della crisi possono variare in base al contesto.
La storica Eve-Marie Lampron ha chiaramente mostrato nel suo capitolo del libro Le mouvement masculiniste au Québec : L’antiféminisme démasqué ("Il movimento mascolinista in Québec: l'antifemminismo smascherato", Editions du remue-ménage, 2015) che, durante la Rivoluzione francese, il discorso mascolinista si esprimeva in tutti i campi politici, con i repubblicani che accusavano il re Luigi XVI di essere effeminato e sottomesso dalla regina Maria Antonietta, mentre i monarchici accusavano i repubblicani di permettere alle “loro” donne di marciare per le strade indossando pantaloni.
Sappiamo anche che, prima che il divorzio venisse legalizzato, si sentiva ripetere lo stereotipo che gli uomini fossero dominati dalle mogli all’interno del matrimonio, considerato una prigione. E da quando il divorzio è stato legalizzato, si sente dire che le ex mogli continuano a dominare gli uomini, “estorcendo” le pensioni alimentari. Che siano sposati o divorziati, gli uomini possono continuare ad affermare di essere dominati dalle donne.
Come hanno messo in luce le ricerche di Angela Davis, Patricia Hill Collins e bell hooks, il discorso sulla crisi della mascolinità è stato espresso anche all’interno del Black Power negli anni Sessanta e Settanta, quando le afro femministe venivano criticate per la loro presunta dominazione sulla comunità.
Molti argomenti ricorrono da almeno 20 o 30 anni, come l’idea che gli uomini non possano più corteggiare con le donne e che siano proprio queste ultime ad avere il completo controllo nei rapporti sessuali, oppure che le difficoltà scolastichge dei maschi siano la prova di una crisi della mascolinità, anche se, una volta terminati gli studi, gli uomini ottengono risultati migliori delle donne nel mercato del lavoro.
Negli Stati Uniti, dagli anni Novanta si ripete che gli “angry white men” (“uomini bianchi arrabbiati”) sarebbero vittime di una terribile ingiustizia economica a favore delle donne e delle minoranze afroamericane e migranti, che ruberebbero loro il lavoro... La vittoria elettorale di Donald Trump è stata spiegata dicendo, per esempio, che questi uomini “comuni” erano i grandi perdenti della deindustrializzazione.
“Il femminismo è uno dei movimenti sociali più pacifici, persino moderato, considerando le ingiustizie e le violenze storiche e pratiche che le donne devono affrontare”
Invece, se si osservano i dati, si può notare che gli stati americani che hanno più supportato Trump, come il Nebraska e il Wyoming, registrano un divario retributivo annuo, per lavoro a tempo pieno, di circa 15mila dollari tra lavoratrici e lavoratori, a favore… degli uomini! Perché succede? Perché i lavori a predominanza maschile, come il lavoro in fabbrica, l’attività mineraria, quella di silvicoltura e l’autotrasporto offrono stipendi migliori rispetto ai lavori considerati femminili.
In sostanza il discorso sulla crisi della mascolinità non è nuovo, e si ripete da generazioni, spesso con gli stessi falsi argomenti. Inoltre, ricerche condotte in diversi paesi hanno mostrato che il mascolinismo viene usato da tempo per screditare le analisi femministe e le mobilitazioni contro la violenza maschile, sia in Québec, che in Spagna o in Francia – si veda L’antiféminisme et le masculinisme d’hier à aujourd’hui.
Il mascolinismo, o il discorso sulla crisi della mascolinità, è stato fin dal principio uno dei pilastri del fascismo italiano e successivamente della propaganda nazista; sbasava sulla tesi secondo cui gli uomini italiani o ariani erano stati “traditi” durante la Prima guerra mondiale da un'élite liberale decadente e femminilizzata, e che il fascismo avrebbe ripristinato la mascolinità virile e la famiglia patriarcale. In altre parti del mondo, come in Spagna, il discorso fascista ha fatto propria questa tesi della femminilizzazione degli uomini e della nazione, proponendo la stessa soluzione: una mascolinità aggressiva che conquista, per esempio attraverso la colonizzazione (si veda il lavoro di Marie Walin sulla Spagna).
Ancora oggi, l’estrema destra partecipa al mascolinismo, anche attraverso internet, come rivelano numerosi studi.
Si sentono spesso espressioni come “femminismo radicale”, “femminismo totalitario” o persino “femminazi”. Ci può aiutare a contestualizzare?
Gli antifemministi non si definiscono tali naturalmente, negano di essere antifemministi e preferendo giocare sulla divisione retorica tra femministe “buone” e “cattive”. Si sentirà quindi dire che il femminismo è “andato troppo oltre”. Queste persone se la prendono soprattutto con le “neofemministe” radicali o estremiste.
Ma se entriamo nei dettagli, per capire a chi si rivolgono, ci rendiamo conto che il loro obiettivo sono praticamente tutte le femministe di oggi... Il discorso vittimistico dei maschilisti suggerisce che il femminismo odierno imponga alla società un vero e proprio “totalitarismo” e che gli uomini non possano più dire nulla, che siano vittime di un sessismo anti-maschile.
Per quanto riguarda il termine “feminazi”, la paternità è attribuita a Rush Limbaugh, un conduttore radiofonico reazionario attivo negli Stati Uniti negli anni Novanta.
Quando si conosce la storia e ci si riflette seriamente, l'espressione “feminazi” è triplicemente scandalosa e ridicola. Ovviamente, è un insulto alla memoria dei milioni di vittime dei nazisti. In secondo luogo, l'espressione è un insulto al femminismo, uno dei movimenti sociali più pacifici, persino molto moderato, considerando le ingiustizie e le violenze storiche e pratiche che le donne devono affrontare.
Ad esempio, per quanto riguarda gli omicidi di donne – i femminicidi – uccise dai loro partner o ex partner, cosa fanno le femministe? Niente di molto radicale, se ci pensiamo bene: nessuna rivolta contro gli uomini, nessuna operazione di vendetta (impiccagioni, fucilazioni, villaggi distrutti, come hanno fatto ripetutamente i nazisti), nessuna formazione di milizie armate o attentati, come fanno i neonazisti.
Si sente spesso dire che le femministe “castrano” gli uomini, ma in realtà non fanno nulla, a differenza dei veri nazisti che torturavano – e persino castravano – realmente le loro vittime...
Ciò che bisogna ribadire, in definitiva, è che gli antifemministi si contendono insulti oltraggiosi per demonizzare le femministe e presentarle come una minaccia paragonabile alle peggiori catastrofi politiche del Ventesimo secolo, mentre – lo ripeto – questo movimento femminista è piuttosto moderato, considerando la situazione delle donne nella storia, e la situazione delle donne oggi.
🤝 Questo articolo è stato realizzato nell'ambito del progetto PULSE, come parte di una serie di articoli sul maschilismo e la violenza di genere.
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