Chornobyldorf opera aperta VLandar

“Quello che chiamavamo post-apocalisse è diventato reale”: Opera Aperta mette in scena l’ecocidio in Ucraina

Opera Aperta è un collettivo di artisti ucraini che indaga l’ecocidio come forma estetica e politica: la distruzione ambientale causata dalla guerra viene messa raccontata come dato concreto e sistemico. Il gruppo, che fa spettacoli vicino al fronte, traccia una una linea rossa che va da Černobyl’ a Kachovka.

Pubblicato il 6 Maggio 2026

L’odore dei corpi dopo il ritiro dell’acqua. Un paesaggio trasformato in deserto nel giro di pochi giorni. Villaggi cancellati, fiumi deviati, territori resi irriconoscibili. È da qui che Illia Rasumeiko parte quando parla di ecocidio. Non da una teoria, né da un discorso ambientalista astratto, ma da un’esperienza diretta, vissuta in prima persona.

Compositore e cofondatore del collettivo Opera Aperta, Rasumeiko lavora in un contesto in cui arte e realtà coincidono. Le sue opere nascono mentre la guerra trasforma il territorio.  L’ecocidio – la distruzione sistematica dell’ambiente – non è un tema: è il materiale della creazione.

Il percorso del collettivo si articola oggi in una trilogia: memoria, distruzione, possibile rigenerazione. 

La prima opera, Chornobyldorf rappresenta il punto di partenza, un’opera post-apocalittica costruita prima dell’invasione su larga scala. GAIA-24 nasce invece come risposta diretta alla distruzione della diga di Kachovka nel 2023. Un terzo lavoro, ancora in fase di sviluppo, si interroga su ciò che può emergere dopo la catastrofe.

Dalla memoria di Chernobyl alla fine dell’illusione

“Abbiamo iniziato a lavorare nella zona di Černobyl’. Quel che è accaduto lì fa parte del dna di ogni ucraino”, spiega Rasumeiko. Černobyl’ non è solo una catastrofe del passato, è un evento fondativo, che ha segnato il rapporto tra territorio, politica e identità. “È stata una conseguenza ecologica della politica coloniale sovietica sul suolo ucraino”, aggiunge. 

Con Chornobyldorf, presentata nel 2020, Opera Aperta costruisce un’opera che prende la forma di un rituale post-apocalittico: una comunità che emerge dalle rovine, ricostruendo frammenti di cultura. In quel momento, però, l’apocalisse era ancora una costruzione artistica. “Era qualcosa di immaginabile, a volte anche romantico“, dice Rasumeiko. Il disastro è già avvenuto, può essere osservato, elaborato, trasformato in linguaggio.

Questa distanza si rompe nel 2022, con l’invasione su larga scala da parte della Russia. I territori esplorati durante la ricerca diventano immediatamente zone di guerra. Le aree intorno a Černobyl’ vengono occupate. La centrale di Zaporizhzhya entra nella linea del conflitto. La geografia dell’opera coincide con quella dell’invasione.


“Černobyl’ è stata una conseguenza ecologica della politica coloniale sovietica sul suolo ucraino” - Illia Rasumeiko


“Quello che chiamavamo post-apocalisse è diventato reale”, afferma Rasumeiko. Non è più possibile lavorare sull’idea di collasso come metafora. L’arte deve confrontarsi con un processo in corso.

Allo stesso tempo, emerge una distanza culturale con l’Europa occidentale. “Molte società europee vivono da generazioni senza guerra, dentro una sorta di illusione di pace”, osserva. Questo rende difficile trasmettere la complessità della situazione ucraina.  “Spiegare cosa sia oggi l’esercito ucraino — cioè una società intera — e per cosa le persone stanno morendo non è semplice”, aggiunge.

Questa distanza si riflette anche nella percezione dell’ecologia. “A volte le persone sembrano preoccuparsi più dei fiumi e delle foreste inquinati che dei soldati ucraini uccisi ogni giorno”. Per Rasumeiko, però, le due dimensioni non possono essere separate: la distruzione ambientale è parte integrante della guerra.

GAIA-24: il paesaggio come prova

La distruzione della diga di Kachovka nel 2023 segna un punto di svolta. L’evento ha conseguenze immediate: l’inondazione di interi territori, la distruzione di ecosistemi, la perdita di vite umane. Ma quel che colpisce Rasumeiko è la rapidità della trasformazione.

“Nel giro di una settimana tutta quell’acqua è scomparsa. È rimasto un deserto. C’erano corpi ovunque e l’odore era insopportabile”. Il paesaggio cambia in modo radicale, passando dall’acqua al vuoto. GAIA-24 nasce da questa esperienza: l’opera combina performance, video e materiali raccolti sul campo. Il riferimento a Gaia – la Terra come organismo vivente – viene reinterpretato: il pianeta appare come un corpo ferito, attraversato dalla violenza della guerra.

Immagine di GAIA-24 | Foto: Opera Aperta
Immagine di GAIA-24 | Foto: Opera Aperta

Il corpo umano è al centro della scena. I performer utilizzano la nudità come forma di esposizione diretta. “È una manifestazione”, spiega Rasumeiko. “Un modo per parlare in maniera semplice di acqua, terra, suolo”. Non c’è intento provocatorio, ma una volontà di eliminare ogni filtro.

La struttura musicale riflette la stessa logica. Generi diversi convivono senza gerarchie: metal, canto lirico, rap, musica elettronica, elementi folklorici: “Le persone fanno le stesse cose di trecento anni fa. La tecnologia cambia, ma i comportamenti restano”.  Il risultato è una forma di teatro che si avvicina al rituale. Non una narrazione lineare, ma un’esperienza che mette in relazione corpi, suoni e spazio. 

Il riconoscimento non si è fatto attendere: nel 2025, il collettivo ha vinto il premio come miglior performance di danza e teatro fisico al GRA Festival, il principale festival teatrale ucraino che seleziona le produzioni più innovative del paese, fungendo da vetrina nazionale e internazionale per il teatro contemporaneo ucraino. 

Creare mentre tutto crolla

Dietro queste opere c’è una realtà quotidiana segnata dalla guerra. “In qualsiasi momento puoi essere ucciso da un missile russo”, dice Rasumeiko. Non è un’astrazione: le performance avvengono spesso vicino al fronte. Gli artisti lavorano in condizioni instabili, spostandosi tra città sotto attacco.

Le conseguenze personali sono profonde. “Molti di noi sono rifugiati. Molti hanno perso la casa. Molti hanno familiari o amici uccisi”. Una parte significativa della comunità artistica è al fronte. “Le persone migliori — artisti, attori, musicisti — hanno interrotto la loro vita. Ora combattono”.

Sul piano economico, il sostegno pubblico al settore culturale indipendente è quasi scomparso. Il gruppo continua grazie a finanziamenti europei e al supporto di festival internazionali. “È l’unico modo per continuare a esistere“, afferma Rasumeiko.

Ma la sfida non è solo materiale. È anche culturale. Parlare di ecocidio senza cadere nella retorica ambientalista è complesso. “L’ecologia è diventata un tema mainstream”, osserva. “Per noi è importante trovare un altro modo di parlarne, senza ipocrisia”.

A questo si aggiunge la questione della percezione internazionale, il timore che conflitto rischia di essere normalizzato: “La cosa più terribile è che sta diventando normale. Uccidere civili ogni giorno in Europa non è più una notizia”. In questo contesto, il ruolo dell’arte cambia. Non si tratta solo di produrre opere, ma di mantenere visibile ciò che rischia di scomparire. 

Il terzo capitolo della trilogia, ancora in fase di sviluppo, si muove in questa direzione. Dopo la memoria e la distruzione, la questione diventa il futuro.  Rasumeiko insiste su un punto: anche in una situazione di guerra e distruzione, immaginare ciò che viene dopo è necessario.

In Ucraina oggi, pensare al futuro è già un atto politico. Portarlo in scena — con corpi vivi, suoni estremi e linguaggi ibridi — significa affermare che, nonostante tutto, qualcosa può ancora emergere dalle rovine.

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