Frustrazioni catalane

A un anno dalla manifestazione del 2012, anche questa festa della Diada sarà dominata dalla questione dell’indipendenza. Ma i progressi politici in questo senso sono stati quasi nulli.

Pubblicato su 11 Settembre 2013 alle 08:39

La Catalogna ha continuato a crescere, agli occhi di coloro che sono fuori dai suoi confini, ma anche di coloro che sono dentro. Molti spagnoli si sono abituati a considerare i catalani, nel complesso, come ricattatori e traditori. La società catalana sta assistendo alla non facile coabitazione di frustrati aspiranti indipendentisti, frustrati spagnoli che si sentono in territorio ostile e un frustrato gruppo, più o meno eterogeneo, che non desiderando né l’indipendenza né il centralismo, si rifugia nel silenzio e talvolta nell’umorismo, e osserva la frenesia degli ultimi anni con incredulità.

Si sentono sempre meno voci levarsi da quella zona grigia, da coloro che ritengono il progetto dell’indipendenza tanto bizzarro quanto le presunte accuse di “genocidio linguistico” in Catalogna. Il nazionalismo catalano, che presenta il processo secessionista come realizzabile, proficuo e perfino ragionevole, è la voce dominante. I più vigili nei confronti dei pericoli e delle massime componenti della pia illusione legata a questo processo, per esempio gli imprenditori, tendono a stare zitti, o rivelano molto poco di quello che pensano.

Tutti negano che esista un codice del silenzio o di essere impauriti all’idea di parlare, anche se ammettono che la Generalità di Catalogna, grazie alle emittenti della radio e della televisione pubblica e alle sovvenzioni alla stampa, ha esercitato un’influenza molto considerevole sui media locali e sul dibattito pubblico. “Nessuno vuole lo scontro con i poteri attuali. Nessuno vuole cacciarsi nei guai. [[Anche se Mas non è all’altezza, non ci sono alternative]]”, confida un uomo d’affari. “Del resto, non si può nemmeno dire che i suoi partner a Madrid stiano dimostrando di essere all’altezza del compito” aggiunge.

La società catalana è ormai compenetrata della certezza che lo stato spagnolo è iniquo, sia dal punto di vista fiscale (tra il 2005 e il 2010 il deficit tra le imposte pagate e ricevute dalla Catalogna ha superato i 10 miliardi di euro l’anno, anche se le cifre cambiano a seconda di chi effettua i calcoli e di come li fa), sia negli investimenti pubblici. A parte coloro che denunciano ad alta voce un presunto “saccheggio” che di fatto non c’è e ipotizzano che “la Spagna ci sta derubando”, negli ambienti imprenditoriali e accademici l’esistenza di squilibri è riconosciuta.

Quali che siano le opinioni, possono essere contestate con la logica. Veramente difficile, invece, è discutere delle emozioni. E oltre la metà della società catalana, da quanto dicono i sondaggi, sente che la Catalogna è una nazione.

Uno degli aspetti di questa febbre emotiva che colpiscono maggiormente è la rivisitazione della storia, addirittura la sua invenzione. Quando le realtà tangibili non sono sufficienti – per esempio l’esistenza di una lingua comunemente utilizzata tra gli spagnoli e una serie di tradizioni e solidarietà interne che rispondono ai criteri della cosiddetta nazione culturale – si ricorre a un passato immaginario, nel quale la Catalogna era indipendente ed è stata poi soppressa dall’“imperialismo” spagnolo. La caduta di Barcellona dopo l’assedio delle truppe borboniche l’11 settembre 1714, la fine della guerra di successione europea al trono di Spagna, già adesso è commemorata non solo come la Festa nazionale della Catalogna: quella data, e il terzo centenario che si avvicina, è ormai brandita come un incentivo per un nuovo contraddittorio.

L’ansia dovuta alla crisi e la carenza di alternative politiche ed economiche hanno fatto sì che una fetta della società catalana consideri l’indipendenza una scelta tanto rischiosa (e istituzionalmente impraticabile) quanto ragionevole. Nell’epoca in cui la politica, intesa come una scelta tra modelli diversi, è sparita e appare quanto mai ambigua per la corruzione di chi è al governo e la povertà di tutti gli altri, l’indipendenza diventa l’unico progetto politico efficace, o quanto meno si trasforma in un forte grido di protesta.

Gli errori di Rajoy e Mas

C’è un ampio consenso sulla data in cui le cose si sono complicate davvero: 28 giugno 2010, il giorno in cui la Corte costituzionale spagnola emise un’ordinanza che mutilò lo Statuto autonomo della Catalogna.
Da allora gli eventi si sono susseguiti rapidamente. Il fattore che ha accelerato ogni cosa è stato la manifestazione dell’11 settembre dello scorso anno. Mas si era appena recato a Madrid con la proposta di un accordo fiscale per Mariano Rajoy, che l’ha respinta proprio quando la Spagna era tecnicamente in bancarotta e sul baratro della richiesta di un intervento da parte della troika. Il 10 settembre 2012 Mas ha chiesto maggiori finanziamenti per la Catalogna, e il 12 settembre già reclamava l’indipendenza, anche se è stato cauto nel formulare tale richiesta. La sua decisione successiva di indire le elezioni, come un plebiscito formale nel quale l’iter secessionista avesse inizio, è stato un enorme errore tattico e Mas ha perso alcuni delegati.

[[La questione del referendum sull’indipendenza, appoggiata da quasi due terzi della popolazione, ha toccato un punto incomprensibile]]. Mentre cerca ora di riallacciare i ponti con il governo di Madrid, tramite incontri riservati nei quali si parla di finanziamenti e di come svolgere una sorta di inchiesta, quando Mas parla con i suoi alleati filo indipendentisti di Esquerra (la sinistra repubblicana della Catalogna) promette un referendum “sì o sì” entro il 2015. Ma quando si rivolge al suo stesso elettorato, lacerato tra filo-indipendentisti, filo-monarchici (coloro che immaginano qualcosa di simile all’indipendenza, ma pur sempre in Spagna) e autonomisti, parla di quella promessa dichiarando che agirà in questo modo soltanto se vi saranno le “premesse legali”.

La catena umana che attraverserà la Catalogna oggi, 11 settembre, segnerà un nuovo punto culminante per il movimento indipendentista. L’effetto di questi eventi pacifici e gioiosi, tuttavia, non può essere esagerato. A prescindere da ciò che potrà accadere, la cosiddetta “via catalana” darà una nuova spinta ai sostenitori della secessione. Mas ha preso le distanze per evitare di cadere in errore come ha già fatto nel 2012. Probabilmente sfrutterà la catena umana dell’11 settembre per esigere nuove concessioni dal governo centrale.

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