C’è troppa politica all'Eurovision? Il 16 maggio si è conclusa l'edizione 2026 del concorso musicale europeo. Grazie al voto del pubblico, la cantante bulgara DARA ha trionfato sul palco viennese, superando i rappresentanti di Israele e della Romania, arrivati rispettivamente al secondo e terzo posto su 24 paesi.
Quest’anno l'appuntamento musicale più kitsch dell'anno – che continuano a seguire, nonostante il calo di audience, milioni di persone – è stato segnato dalle polemiche intorno alla partecipazione di Israele, sullo sfondo della guerra a Gaza e della svolta verso l’estrema destra del governo di Benyamin Netanyahu.
Boicottaggio del concorso da parte di alcuni paesi europei; rifiuto di trasmetterlo da parte di alcune emittenti; polemiche dopo i commenti dell’emittente israeliana Kan; interventi di leader come il presidente israeliano Isaac Herzog o il cancelliere tedesco Friedrich Merz per difendere la partecipazione dello stato ebraico; dispositivo di sicurezza eccezionale messo in campo a Vienna per garantire la sicurezza della contro-manifestazione organizzata per l’occasione… l’Eurovision fatica sempre più a mantenere il suo posizionamento “apolitico”.
In passato era già successo che l’aspirazione alla neutralità dell’Eurovision fosse superata dall’attualità, come nel caso dell’esclusione della Bielorussia nel 2021 sulla scia delle manifestazioni anti-Lukaschenko, della Russia nel 2022 o della vittoria dell’Ucraina nel 2022.
In Bulgaria la vittoria di DARA è stata accolta con entusiasmo. Il paese dovrà ora ospitare l’edizione 2027 di questo evento che, col tempo, è diventato un “luogo sicuro” per le comunità queer d’Europa (e non solo) grazie alla sua estetica camp dichiarata e alla libertà di espressione concessa sul palco alle persone e ai discorsi LGBT+. In una Bulgaria ancora segnata da costumi conservatori l’edizione 2027 del concorso potrebbe assumere il valore di un grido di battaglia. Non così apolitico, dopotutto.
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