A Sofia, il budget di DEN si rinnova ogni volta che arriva una borsa – o grant, come si chiamano ormai nel gergo giornalistico. Nato nel 2023, il media bulgaro racconta violenze domestiche, accesso all’acqua, disuguaglianze sociali attraverso podcast e reportage long-form. Temi che i giornali cosiddetti mainstream locali ignorano.
Bilancio iniziale: 20mila euro da programmi europei, borse della Open Society Foundations, fondi privati tedeschi e bulgari. Team ridottissimo, nessuno stipendiato. I due fondatori lavorano a tempo pieno per 600–650 euro al mese (sapendo che in Bulgaria lo stipendio medio lordo è circa 1300 euro al mese), integrando con altre attività.

A Lisbona, Fumaça sembra più stabile. Fondato nel 2016 da un gruppo di volontari, è diventato media professionale nel 2018 grazie alle Open Society Foundations. Oggi ci lavorano 11 persone, che producono soprattutto reportage audio ispirati a Democracy Now!. Il 60 per cento del budget di Fumaça arriva da fondazioni europee, il 40 da sostenitori individuali. Niente pubblicità, niente paywall, niente scadenze. Le storie escono solo quando sono pronte. Ma la tensione resta: la pressione finanziaria è costante.
A Roma, Lorenzo Bagnoli non usa filtri per raccontare il suo lavoro di direttore di IRPI Media, testata investigativa nata nel 2020 da un gruppo di freelance attivo dal 2012. Inchieste su corruzione, criminalità organizzata, ambiente. Fondazioni europee e grant giornalistici coprono quasi tutto il bilancio. La community dona, ma conta poco. La diagnosi è netta: “Finché saremo sostenuti per l’90-80 per cento da enti non-profit, saremo inevitabilmente precari”.
Da dove arriveranno i soldi domani?
Le borse aiutano, ma rappresentano un circolo vizioso. I finanziatori non interferiscono sulle singole storie, ma ogni grant ha un tema: ambiente, migrazioni, intelligenza artificiale. Risultato: le redazioni finiscono per seguire le “mode” filantropiche: dove è finita l’indipendenza?

Il problema si aggrava con la crescente concorrenza. “Nel 2015 c’erano meno soldi, ma anche meno concorrenti. Ora anche strutture enormi come OCCRP partecipano ai bandi che prima lasciavano a noi media più piccoli”. E poi ci sono i tagli. Open Society Foundations e altre fondazioni hanno ridotto gli investimenti nel giornalismo. “Molte hanno deciso che non era più una priorità. Tutto è diventato più complicato”, spiega Bagnoli. Il rischio è il “grant chasing”, la caccia alle borse: costruire progetti per vincere bandi invece che per rispondere a necessità giornalistiche reali.
Della stessa opinione è Paul Salvanès, AD di Voxeurop: “Se da un lato è deplorevole che i finanziamenti cosiddetti ‘strutturali’ siano quasi inesistenti, dall'altro i finanziamenti europei, le borse o le sovvenzioni possono rappresentare una seria opportunità” per chi non ha pubblicità o editori alle spalle, come Voxeurop. Il fatto pero’ che i finanziamenti siano aleatori non sul lungo periodo puo’ contribuire a “creare incertezza economica nelle redazioni” e produrre un effetto valanga: “I media come il nostro sono incentivati a professionalizzarsi nel ‘grant chasing’ e quindi a investire risorse e tempo, a scapito del loro lavoro editoriale e della monetizzazione del loro pubblico, che è il Santo Graal ma richiede molto tempo”.
Quando i fondi pubblici fanno la differenza: Paesi Bassi e Francia
Non tutto il continente naviga a vista. Alcuni paesi hanno fatto scelte strutturali che cambiano radicalmente il gioco.
Nei Paesi Bassi il governo finanzia direttamente il giornalismo come investimento in democrazia, non come aiuto politico. Lo Fonds BJP voor de Journalistiek (SBJP) eroga borse che coprono non solo le spese di viaggio o documentazione, ma anche – e questo è cruciale – il tempo di lavoro del giornalista. SBJP è oggi una fondazione, sostenuta dal Ministero della Cultura.
“L’intenzione è di essere consapevoli del ruolo importante che il giornalismo svolge per la democrazia, per informare i cittadini, per compiere le scelte che devono fare”, spiega Joëlle Terburg dello SBJP. “Vogliamo democratizzare il campo del giornalismo, per evitare che i progetti lunghi e impegnativi restino riservati a quella élite che si può permettere di dedicarsi a essi. Se così fosse, perderemmo molte voci preziose e molti punti di vista”.
Il modello è completamente indipendente dal governo. I progetti vengono selezionati da un gruppo di circa 40 giornalisti con esperienze diverse. I criteri sono rilevanza, urgenza e metodo giornalistico. “Non finanziamo le notizie del giorno ma inchieste che necessitano tempo e denaro per essere realizzate”.

In Francia, il Fonds pour une presse libre (FPL) rappresenta una via diversa. Primo fondo per la stampa dedicato al giornalismo indipendente, creato dai fondatori di Mediapart ma rigorosamente separato dalla testata indipendente francese, e riconosciuto come ente di interesse pubblico. Il FPL basa esclusivamente su donazioni private: circa l’80 per cento proviene da donatori individuali, il resto da fondazioni europee come Fondation Civitates e Fondation Charles Léopold Mayer.
Oltre 10mila donatori sostengono il fondo, che eroga borse a progetti che dimostrino indipendenza, integrità giornalistica e condizioni di lavoro eque*. Il FPL rifiuta esplicitamente di sostenere organizzazioni basate sulla precarizzazione dei giornalisti. I candidati devono garantire almeno il 25 per cento del finanziamento del progetto in modo autonomo. Per i progetti più grandi, il fondo rifiuta di essere l’unica fonte di finanziamento, proprio per evitare dipendenza.
Oltre al sostegno finanziario, il FPL offre accompagnamento: corsi di formazione, workshop sulla sicurezza digitale per giornalisti che lavorano su inchieste sensibili. Diversi media che sono stati sostenuti dall’FPL hanno più che triplicato la propria base di donatori mensili dal 2025.
Germania: cooperativa, filantropia e hub fisici
La Germania offre un terzo modello, forse il più maturo. La taz Panter Stiftung, affiliata al quotidiano di sinistra Tageszeitung, dimostra che la sostenibilità è possibile quando si combinano cultura donativa radicata e struttura cooperativa.

Tra il 2008 e il 2024, la fondazione ha raccolto 9,2 milioni di euro: 7 milioni da donazioni (circa l’80 per cento), 2,2 milioni da borse di fondazioni private e dello stato tedesco. “È abbastanza unico che ancora circa l’80 per cento delle nostre entrate provenga da donatori privati, che non sono grandi donatori”, spiega Gemma Terés Arilla, responsabile della fondazione. “La donazione più grande che ho visto finora è stata di circa 20mila euro. I grandi donatori privati donano in media circa 1.000 euro all’anno. E poi tante persone donano tra i 20 e i 100 euro per donazione”.
Il quotidiano taz si regge su un modello cooperativo: oltre 25mila persone hanno acquistato quote che non producono interessi né rendimenti finanziari. Un solo voto per socio, indipendentemente dalle quote possedute. L’obiettivo è tutelare l’indipendenza editoriale attraverso il sostegno diffuso della comunità. Il 60 per cento dei donatori alla fondazione sono anche membri della cooperativa, creando un circolo virtuoso di coinvolgimento. “Le persone donano perché credono ancora che un mondo migliore sia possibile”, riflette Terés Arilla. “Sembra idealistico, ma è così che è nata l’idea del giornale taz”.
Un modello simile è quello adottato da Voxeurop, in Francia: “Dal 2017 Voxeurop ha scelto di diventare una cooperativa giornalistica: questo permette ai nostri lettori e alle nostre lettrici di diventare soci (acquistando quote sociali della cooperativa) insieme ai giornalisti e alle giornaliste, ai traduttori e alle traduttrici che vi lavorano”, spiega Paul Salvanès,. Si tratta di una soluzione, aggiunge, che “consente anche di stabilizzare il nostro modello economico e di renderlo meno dipendente da altre fonti di finanziamento. Oggi siamo quasi 250 soci, di oltre 30 nazionalità, a detenere il capitale del media. Questo modello è alla base dell'indipendenza del nostro giornalismo”.

Un’altra innovazione tedesca è Publix, hub berlinese inaugurato nel 2024. La Schöpflin Foundation ha investito 25 milioni di euro nella costruzione dell’edificio, che ospita giornalisti freelance, redazioni indipendenti come Correctiv e l’ufficio tedesco di Reporter senza frontiere. Circa 450 persone sono attualmente utenti attivi degli spazi.
Le entrate arrivano dagli affitti mensili, dalla caffetteria molto frequentata, dalla vendita di biglietti per eventi, dal noleggio di studi e sale. A questo si aggiungono 200mila euro di fondi pubblici per un programma di fellowship sul reporting tecnologico. “Il modello di sostenibilità economica di Publix è progettato con un livello molto alto di autofinanziamento”, afferma la direttrice Maria Exner. Ma anche qui serve cautela: “Il finanziamento delle nostre numerose attività non è scontato. Cerchiamo continuamente ulteriore supporto da partner filantropici e aziendali”.
In Francia, un simile modello di hub, la Maison des Médias Libres doveva nascere a Parigi: pensata come luogo dove i media indipendenti potessero permettersi un affitto al di sotto dei prezzi di mercato, condividere risorse e spazi e collaborare, oggi è a rischio a causa delle accuse di violenze sessiste e sessuali rivolte al principale finanziatore del progetto (15 milioni di euro sul totale), l’ex industriale Olivier Legrain.
La voce europea: record di grant, ma il paradosso dei freelance resta
A livello europeo, JournalismFund Europe è diventato un attore sempre più centrale. Nel 2025 ha erogato la somma record di 5,26 milioni di euro, il 40 per cento in più rispetto al 2024. Le richieste sono esplose: +104 per cento. Nel 2026, il programma Cross-border grants da solo vale 1,12 milioni di euro. Eppure il direttore, Ides Debruyne, non nasconde la preoccupazione più grande: il fatto che molti media non paghino i freelance anche quando ottengono borse per le loro inchieste. Il circolo vizioso è evidente: le borse coprono i costi di ricerca, ma non editing e produzione. Le testate pensano di non dover pagare per qualcosa già parzialmente finanziato. Secondo Debruyne, questo è anti-etico e, in molti paesi, anche illegale. “Nessuna impresa direbbe: ‘Dammi questo gratis, perché so che la maggior parte dei costi è già stata coperta da altri’”.

La soluzione richiede che i giornalisti difendano i propri diritti e stabiliscano accordi chiari con le testate fin dall’inizio. Ma serve anche altro: collaborazione radicale attraverso piattaforme condivise, capacity building locale, reti transfrontaliere vere – non solo progetti biennali. “I piccoli media locali possono imparare gli uni dagli altri in questi spazi di rafforzamento delle capacità”, spiega, riferendosi al progetto PM4D di JournalismFund.
E soprattutto, è necessario un cambio culturale: “Dobbiamo dimostrare al pubblico che il giornalismo indipendente è un bene per loro, che unisce le persone, migliora il dibattito e rafforza la democrazia. Questo messaggio non viene condiviso abbastanza spesso”.
Rieducare il pubblico: il giornalismo non è gratis
Il tema del rapporto con i lettori attraversa tutte le conversazioni. Mentre in alcuni paesi europei – soprattutto nel Nord – si è consolidata l’idea che le notizie di qualità si pagano, altrove questa consapevolezza è assente o in costruzione.
Il problema è anche la frammentazione. Con la moltiplicazione di newsletter individuali, media indipendenti e campagne di membership separate, il pubblico è sovraccarico di richieste. Non esiste un unico punto di accesso per “sostenere il giornalismo indipendente”.
Debruyne di JournalismFund condivide questa visione: “In molti paesi è semplicemente impossibile mantenere in vita una piattaforma giornalistica indipendente attraverso la pubblicità o gli abbonamenti. Alcune aree linguistiche sono troppo piccole perché sia sostenibile. Il mercato non risolve tutto. Continueremo quindi ad avere bisogno di fondi provenienti dai governi e da altre organizzazioni. La domanda è: come organizzarli e stimolarli?”.
L’esperimento interrotto: Taktak e la fragilità dei progetti europei
Non tutte le sperimentazioni riescono. Taktak ne è un esempio emblematico. Il progetto, finanziato per due anni dalla Commissione europea, nasceva da un’esigenza concreta: creare uno strumento che permettesse ai lettori di donare direttamente ai giornalisti freelance, non solo ai media che pubblicano le loro storie.

Irene Caselli, che ha partecipato al progetto coordinato da Worldcrunch, ne spiega la genesi: “Era nato dall'idea di creare una struttura un po’ più flessibile dove un giornalista freelance scrive una storia per un grande giornale e magari i lettori lo apprezzano molto, però non hanno una maniera di dare un ritorno anche a quel giornalista”. L’obiettivo era chiaro: creare un incentivo finanziario per i freelance, sempre con la premessa che la donazione fosse un extra.
Il consorzio comprendeva otto partner e ha prodotto risultati preziosi: un rapporto dettagliato sui freelance europei, due white paper accademici, una piattaforma funzionante con il tasto per la donazione.
Ma quando il finanziamento europeo è terminato e la richiesta di rinnovo è stata bocciata, tutto si è fermato. Nel frattempo Worldcrunch ha chiuso dopo 15 anni. La fragilità del modello grant-progetti biennali è emersa con chiarezza: si crea valore, si avviano percorsi, ma senza un ponte verso la sostenibilità autonoma, tutto si interrompe.
Irene Caselli riflette: “È ovvio che questo progetto non sarebbe mai stato pronto in due anni. Poi però cambiano le priorità della Commissione, non c’è interesse a sostenere di nuovo, e ci sono pochissimi posti dove ora puoi andare per chiedere soldi. Si crea una dipendenza terribile da questi grant”.
“In un contesto in cui i finanziamenti stanno diminuendo e la concorrenza è sempre più agguerrita, fondi come questi, che dovrebbero essere la ciliegina sulla torta del modello economico di un media, rischiano di diventare la torta stessa, creando una dipendenza non editoriale, ma economica”, aggiunge Salvanes.
La sfida è duplice: rieducare il pubblico europeo a vedere il giornalismo indipendente come servizio essenziale, non come una merce gratuita. E spingere per più fondi strutturali pubblici indipendenti, accompagnati da collaborazione transfrontaliera vera, non solo progetti biennali che si esauriscono, lasciando un vuoto alle spalle.
Fino a quando questo avverrà, l’equilibrismo continua. Precario, instabile, parziale. Ma necessario.
*Voxeurop ha ricevuto un sostegno dal FPL per realizzare alcune funzionalità del sito.
🤝 Questo articolo è stato realizzato nell'ambito del progetto PULSE, un'iniziativa europea che sostiene le collaborazioni giornalistiche transfrontaliere guidata da OBCT, insieme a n-ost e Voxeurop. Tutto il materiale e i punti di vista sono stati discussi e sviluppati in modo collaborativo. Questa versione è stata scritta e editata da Marta Abbà e Francesca Barca.
Le interviste a DEN, Fumaça e FPL sono state realizzate da Hugo dos Santos, mentre quelle a Taz e Publix sono state realizzate da Heloisa Traiano. Le interviste a Irene Caselli, IrpiMedia e SBJP sono state realizzate da Marta Abbà, mentre quelle a Ides Debruyne e Paul Salvanes sono state realizzate da Francesca Barca.
Diverse versioni di questo articolo sono state pubblicate su Alternatives Economiques (Francia), StartupBusiness (Italia) e Reset Network.
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