I sette peccati degli europei (2/2)

Dietro la facciata della solidarietà e dell'impegno europeista, ogni paese ha i suoi vizi privati che rifiuta categoricamente di ammettere o affrontare. È proprio l'indulgenza verso queste mancanze che rischia di far sprofondare il progetto europeo.

Pubblicato il 15 Dicembre 2011 alle 14:57
Hieronymus Bosch, "L'ira". Dettaglio dei "Sette peccati capitali" (ca. 1480). Madrid, Museo del Prado.

Egocentrismo

IRLANDA – Si può essere d'accordo con il ministro della cultura irlandese: “Siamo un popolo felice e profondamente sincero. Per gli imprenditori stranieri sono cose che contano”. Nessuno lo mette in dubbio. Ma osservando più da vicino, niente vieta di pensare che le imposte irlandesi siano uno dei piccoli motivi che spiegano perché l'isola attiri le imprese internazionali come una calamita. Infatti in questo paese la tassa sulle società è solo del 12,5 per cento, cioè molto al di sotto della media europea. La maggior parte dei paesi Ue, come la Germania e la Francia, tassa le imprese per circa il 30 per cento. In un mercato unico che dovrebbe garantire l'uniformità delle condizioni commerciali, come si può giustificare un tale divario?

Prima della crisi del debito, l'Irlanda attirava già decine di grandi multinazionali: Facebook, Intel, Pfizer, Merk, Sap, Ibm – tutti facevano la fila per andare sull'isola del céad míle fáilte (“100mila benvenuti”). Tutto molto bello, ma la logica che ne deriva è decisamente insulare: più le imprese arrivano numerose, più lo stato può essere generoso nei loro confronti. E anche se il governo irlandese prevede di aumentare alcune tasse, l'imposta sulle società non figura nell'elenco.

Secondo Dublino l'Irlanda deve compensare alcuni svantaggi competitivi imposti dalla natura – per esempio il fatto che non vi si può arrivare in treno. Ma da quando un elemento del genere influisce su settori come l'informatica e le assicurazioni? Senza contare poi che l'Irlanda è l'unica testa di ponte anglofona della zona euro. Allora cari irlandesi, rimanete sinceri, solidali e felici.

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Arroganza

FRANCIA – A metà dicembre il gruppo nucleare francese Areva ha espresso l'intenzione di sopprimere migliaia di posti di lavoro. Ma i dipendenti non devono preoccuparsi: “Non vi sarà alcun impatto sul paese. Questa è la linea voluta dallo stato”, ha fatto sapere il ministro dell'economia François Baroin dopo le prime fughe di notizie. Baroin ha subito convocato il responsabile di Areva Luc Oursel e ha ribadito: “Indipendentemente dall'impatto della crisi, nessuna revisione considererà l'occupazione come una variabile utilizzabile a piacimento”. Una priorità che vale solo per l'occupazione francese, occorre precisare.

In Francia nessuno si stupisce di affermazioni del genere. Tutti hanno ben presente la ragion di stato, da quando Jean-Baptiste Colbert, ministro delle Finanze di Luigi XIV, dirigeva l'economia con pugno di ferro. Poco importa se Areva appartenga all'87 per cento allo stato. Anche quando il gruppo Psa Peugeot-Citroën ha annunciato di recente la soppressione di posti di lavoro, il ministro dell'industria Eric Besson si è affrettato a promettere che tutti i lavoratori francesi sarebbero stati risparmiati. Carlos Ghosn, il responsabile di Renault, è stato richiamato all'ordine quando ha voluto delocalizzare una piccola parte della sua produzione in Turchia.

Non bisogna dimenticare che gli ostacoli posti dallo stato allo sviluppo della produzione nei paesi emergenti sono oggi una delle cause principali delle difficoltà del costruttore francese. Ecco che cosa succede quando lo stato si pone come protettore dell'economia: i costi di produzione crescono e i prezzi anche. Per prevenire una riduzione delle esportazioni, il governo rafforza il protezionismo, in un circolo vizioso. Nel caso migliore il governo francese ricompensa una scarsa redditività. Nel caso peggiore, l'Eliseo si serve del suo potere sulle grandi imprese come di un'arma politica.

I politici francesi diventano europeisti convinti non appena si rendono conto di non poter più andare avanti da soli. Ciò ha portato alla creazione di Eads, leader europeo nel settore aeronautica e difesa, e all'interesse per una possibile alleanza nel settore della costruzione navale. È stato l'allora ministro dell'economia e attuale presidente della repubblica, Nicolas Sarkozy, a impedire a Siemens di entrare in Alstom, il suo concorrente francese. Ma lo stesso Sarkozy aveva organizzato nel 2004 l'acquisto del gruppo farmaceutico franco-tedesco Aventis da parte dei francesi di Sanofi, dando vita al terzo gruppo mondiale del settore. E sempre su sua richiesta la formula che raccomandava un mercato interno “in cui la concorrenza è libera e non falsata” è stato cancellato dal trattato di Lisbona. Per quanto ancora l'Unione europea tollererà tanta arroganza?

Cupidigia

REGNO UNITO – I britannici sembrano vivere in un'altra dimensione. Come se il mondo della finanza non fosse crollato nel corso degli ultimi tre anni, vogliono poter continuare a compensare le perdite della loro industria speculando con i capitali esteri. Sempre uguali a sé stessi, continuano a seguire la logica secondo cui i mercati sono invincibili e la politica e la società sono obbligati prima o poi a sottomettersi alla loro legge.

Spinto agli estremi, il liberismo di John Stuart Mill e di Adam Smith ha permesso l'affermazione nella City londinese di un sistema finanziario privo di una vera regolamentazione, dove sono stati messi a punto tutti i sofisticati prodotti finanziari – strumenti derivati e titoli sui crediti – responsabili del crollo del 2008. In questo modo miliardi di euro, provenienti da conti correnti e fondi pensione di privati cittadini, sono andati in fumo. Ma sono stati i banchieri della City a essere risarciti.

La crisi del debito sovrano risale al momento in cui i governi sono stati costretti a fornire capitali alle banche. Ma a Londra la proposta di associare gli investitori al rischio scatena grida di terrore. La tassa sulle transazioni finanziarie, sostenuta dal governo tedesco – che potrebbe mettere fine alle speculazioni a breve termine sul mercato delle valute – è stata definita dal ministro dell'economia George Osborne “un proiettile d'argento al cuore della City”. Chi continua a voler nuotare controcorrente farebbe bene a cercare un altro fiume.

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