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Imballaggi “riciclati”: come le Big Oil vendono plastica fossile spacciandola per ecologica

Saudi Aramco, azienda che detiene il primato di responsabile per il riscaldamento globale, vende imballaggi in plastica di origine fossile etichettati come “riciclati” ai principali produttori di beni di consumo, che si fregiano di slogan ecologici per attirare i clienti. Dietro le pressioni dell'industria petrolchimica, l’Ue non solo legalizza, ma sovvenziona questa pratica ingannevole con milioni di euro. I critici sostengono che il profitto abbia la priorità rispetto agli sforzi volti a ridurre l'inquinamento da plastica e il suo impatto sul clima.

Pubblicato il 10 Febbraio 2026

Gli scaffali dei supermercati europei sono pieni di prodotti imballati di grandi marche che promettono “zero rifiuti in plastica”. Nel nostro carrello della spesa “responsabile” ci sono articoli come il gelato Magnum, il cioccolato Kind, il formaggio Philadelphia, i fagioli Beanz e i rigatoni.

Le aziende che li producono, rispettivamente Unilever (Regno Unito), Mondelez, Mars e Kraft Heinz (Stati Uniti) e Garofalo (Italia/Spagna), pubblicano fieramente sui loro siti le dichiarazioni relative agli imballaggi in plastica riciclata a basse emissioni. A prima vista, le loro dichiarazioni sembrano una buona notizia sia per l'ambiente che per i consumatori che cercano di fare le scelte giuste.

Ma la realtà è diversa, e basta un clic per scoprirla.

I link ai prodotti mostrano che dietro le affermazioni ecologiche dei gruppi citati si nasconde il colosso petrolifero Saudi Aramco attraverso la sua controllata Sabic, produttrice di plastica. Approfondendo la questione, abbiamo scoperto che il programma di riciclaggio sostenibile dell'azienda saudita sembra essere guidato più dal profitto che dalla scienza.

Insieme ad altre major del petrolio e della chimica, Sabic pubblicizza i suoi prodotti in plastica come “circolari” e climate friendly. Eppure, nei fatti sono quasi del tutto fossili, come rivela la nostra inchiesta.

Consumer and retail brands selling products packaged with SABIC's recycled plastic.
Marchi di larg consumo al dettaglio che vendono prodotti imballati con plastica riciclata SABIC.

Saudi Aramco e gli imballaggi riciclati

Aramco è il principale contributore individuale al mondo al cambiamento climatico, con oltre 70 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra emesse fino al 2023 (un volume storicamente inferiore solo a quello dell'Urss e della Cina). La grande azienda statale saudita è anche una strenua oppositrice degli sforzi dell'Unione europea e della comunità internazionale per risolvere la crisi della plastica.

In Europa, ogni anno vengono raccolti circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Ma l'84 per cento di questi non viene riutilizzato per creare nuovi prodotti e finisce in discarica, viene bruciato o disperso nell'ambiente. Oltre la metà proviene dagli imballaggi. A livello globale, la plastica riciclata rappresenta solo il 6 per cento della produzione totale, mentre il 94 per cento è costituito da resina vergine a base fossile, che contribuisce per il 3-5 per cento alle emissioni di gas serra (principalmente dal consumo energetico).

Con il graduale declino dell'uso dei combustibili fossili per la produzione di energia e la loro sostituzione con fonti rinnovabili, la plastica, che è un derivato del petrolio, è destinata a diventare l'attività più redditizia per le grandi compagnie petrolifere, che dominano la produzione grazie all'accesso diretto alle materie prime fossili. Secondo l'Agenzia internazionale per l'energia, la domanda dovrebbe crescere, stimolando l'estrazione di petrolio dal 2026 in poi.

Non sorprende che Sabic abbia tentato di esercitare pressioni per indebolire il Trattato globale delle Nazioni Unite sulla plastica, dichiarando di non condividere i limiti alla produzione (come rivelato dai verbali di riunioni istituzionali a porte chiuse) e promuovendo soluzioni di riciclaggio favorevoli all'industria insieme ad altre dieci aziende petrolchimiche membri dell'Alliance to End Plastic Waste.

Perché, allora, noti produttori di beni di largo consumo dovrebbero scegliersi un alleato così controverso per produrre e promuovere i loro imballaggi sostenibili? La nostra inchiesta rivela come Saudi Aramco, attraverso Sabic e le altre “Big Oil” riescano ad annunciare risultati straordinari in materia di riciclaggio della plastica ed emissioni di CO₂ per quei marchi che puntano su questi elementi per attirare i consumatori.

Il “miracolo” della pirolisi e del riciclaggio chimico

Sabic produce polipropilene e polietilene, dei materiali sintetici utilizzati per gli imballaggi. La produzione avviene tramite pirolisi, il processo di riciclaggio chimico (o “avanzato”) più diffuso. Le altre tecnologie di riciclaggio chimico sono la gassificazione, la solvolisi, l’idrocracking e la depolimerizzazione.

Per capire come funziona nella pratica questo processo occorre risalire la catena dei fornitori. La divisione chimica di Saudi Aramco collabora con la britannica Plastic Energy, fra i principali finanziatori della quale c’è la società di investimento LetterOne dell'oligarca russo Mikhail Fridman, che è stato sanzionato in seguito all'invasione dell'Ucraina da parte di Mosca.

Plastic Energy, una start-up nata in Spagna, gestisce gli impianti di riciclaggio che decompongono termicamente la plastica in materia prima – il cosiddetto “olio di pirolisi” – fornita agli impianti di steam cracking di Sabic. Questi forni ad alta temperatura alimentati a gas scompongono le materie prime plastiche in molecole chiamate monomeri, che vengono poi legate insieme in diversi polimeri comunemente noti come plastica.

Questo procedimento è alla base delle denunce delle organizzazioni di difesa dell’ambiente e dei consumatori. Come le altre 14 principali aziende petrolchimiche che abbiamo esaminato – e che insieme rappresentano oltre la metà del mercato europeo – Sabic si presenta come “la soluzione” per chiudere il ciclo dei rifiuti di plastica fermare l’inquinamento che ne deriva. Ma i dati dietro a queste dichiarazioni raccontano un’altra storia e mettono in dubbio le prove fornite.

Come è calcolato – ed esagerato – il risparmio di CO₂ 

Nei suoi calcoli dell'impronta di carbonio (Life Cycle Assessment – Lca), Sabic ammette che il suo processo di riciclaggio della plastica emette dal 6 all'8 per cento in più rispetto alla produzione di plastica da petrolio vergine.

Per migliorare i numeri lo studio si basa su una tattica comune adottata dalle aziende che cavalcano l'onda del riciclaggio chimico: sottrarre le emissioni che sarebbero state rilasciate se lo stesso volume di rifiuti fosse stato incenerito. Questo comporta un risparmio apparente di circa 2 kg di CO₂ per chilogrammo di plastica riciclata.

L'Lca di Sabic rivendica una “rigorosa revisione critica” da parte di un gruppo di esperti tra cui Carlos Monreal, co-fondatore di Plastic Energy – il principale fornitore di materie prime di Sabic – e Sphera, una società di consulenza spesso considerata favorevole all'industria che ha redatto lo studio Lca di Plastic Energy, su cui Sabic basa le sue ipotesi e conclusioni. Gli stretti legami commerciali tra i revisori e Sabic sollevano dubbi sul grado di indipendenza della supervisione e sull'imparzialità del processo di revisione. Entrambi gli studi sono stati condotti nel 2025.

Abbiamo chiesto ad alcuni esperti di analizzare la sintesi della metodologia di Plastic Energy (la versione completa non è pubblica). Hanno sottolineato tassi di riciclaggio inaccurati e confronti distorti con l'incenerimento. Le discutibili affermazioni relative alla riduzione del 78 per cento delle emissioni di gas serra sono riprodotte nello studio di Sabic. Plastic Energy ha rifiutato di commentare.

“Questi documenti servono solo a fini pubblicitari, perché le aziende controllano i parametri in modo favorevole e ottengono i risultati che vogliono”, ha affermato Peter Quicker, professore di Controllo delle emissioni nella gestione dei rifiuti all'Università di Aquisgrana, in Germania. La ricerca conferma che le Lca possono essere formulate in modo selettivo, mascherando la reale impronta climatica, in base al metodo e alle ipotesi considerati.

“Quel che conta non sono le emissioni ipotetiche derivanti dall'incenerimento che vengono ‘evitate’ sulla carta, ma quelle effettivamente emesse nella realtà”, ci ha dichiarato Helmut Maurer, ex esperto senior della Direzione generale dell’Ambiente della commissione europea. “La narrazione sul risparmio di CO₂ presuppone che, senza il riciclaggio chimico, i rifiuti sarebbero stati bruciati invece di essere riutilizzati attraverso il riciclaggio meccanico, il che non è necessariamente vero”, ha aggiunto.

Perché il riciclaggio chimico fa aumentare la produzione di plastica vergine

Ci sono tecniche di riciclaggio che funzionano e sono più efficienti. Il riciclaggio meccanico per esempio è una soluzione più economica e pulita. Consiste nel selezionare, lavare e tritare i rifiuti plastici in scaglie per produrre nuovi materiali. Contrariamente al riciclaggio chimico, non altera la struttura del materiale attraverso fasi ad alta intensità energetica, che causano emissioni di gas serra fino a nove volte superiori e riducendo così il suo vantaggio rispetto all'incenerimento.

“L'olio di pirolisi di bassa qualità viene spesso bruciato e in questi casi la combustione diretta dei rifiuti per il recupero di energia sarebbe più efficiente, con un migliore bilancio di CO₂”, afferma Stefano Consonni, professore presso il Dipartimento di Energia del Politecnico di Milano.

Le potenziali riduzioni di CO₂ evidenziate da alcuni studi potrebbero in gran parte scomparire se si tiene debitamente conto dell'elettricità ad alta intensità di carbonio utilizzata per alimentare la pirolisi e se le materie prime riciclate sostituiscono solo una piccola parte della plastica fossile. Il che sembra essere proprio il caso.

Infatti l'olio di pirolisi è altamente corrosivo se utilizzato da solo e, come confermano i documenti del settore (forniti da TotalEnergies), può costituire al massimo il 5 per cento (o il 20 per cento con un upgrading avanzato) della materia prima totale, richiedendo una diluizione con l'80-95 per cento di nafta per evitare di danneggiare gli steam cracker. Inoltre, solo dal 10 al 50 per cento dell'olio di pirolisi viene convertito in monomeri, poiché la maggior parte viene persa durante la raffinazione delle materie prime.

In pratica quindi la dipendenza dai combustibili fossili rimane molto alta. Per esempio, ipotizzando un totale di 20 tonnellate di materie prime, per ogni tonnellata di componente riciclato (il 5 per cento), le aziende devono aggiungere 19 tonnellate di nafta (il 95 per cento) derivata dal petrolio fossile. “L'intero processo è etichettato a torto come riciclaggio della plastica, anche se a livello globale l'uso di combustibili fossili aumenta perché è necessario aggiungere materie prime vergini”, afferma Maurer.

“L'industria e i paesi produttori di petrolio promuovono il riciclaggio chimico per preservare la crescita della [produzione di] plastica”, sostiene Lee Bell, consulente tecnico e politico presso l'ong International Pollutants Elimination Network (Ipen).

Questa tendenza potrebbe vanificare gli sforzi per limitare le emissioni di CO₂ a livello globale: come spiega l’esperto Helmut Maurer, “la produzione di plastica potrebbe aumentare fino a raggiungere 1,2-1,6 miliardi di tonnellate all'anno e, entro il 2050, la plastica da sola potrebbe consumare una quota enorme dello stock di CO₂ rimasto prima di superare la temperatura globale di 1,5 °C, la soglia di non ritorno fissata dall'Accordo di Parigi”, aggiunge Maurer.

L’impatto sul clima non è l’unica fonte di preoccupazione: il governo saudita, che controlla il 15 per cento delle riserve mondiali di petrolio, ha tentato di far riconoscere questa tecnologia come rispettosa dell'ambiente nell'ambito della Convenzione di Basilea sul controllo dei rifiuti pericolosi transfrontalieri, ma lo sforzo è stato respinto.

Non è un caso, come sottolinea Lee Bell citando il suo rapporto: “Gli oli di pirolisi sono fortemente contaminati da additivi, possono rilasciare diossine e altri inquinanti persistenti che incidono sulla salute delle persone, e non ha molto senso trasformare i rifiuti in rifiuti pericolosi. Il riciclaggio chimico può essere adatto solo per usi di nicchia, come pneumatici e altri polimeri di alto valore”.

Riciclaggio chimico contro riutilizzo della plastica

Malgrado queste preoccupazioni l’influenza dell’industria rimane decisiva. “Il riciclaggio meccanico deve essere preferito ove possibile. Dove non è fattibile, il riciclaggio chimico ha un ruolo complementare da svolgere”, afferma Alexander Röder, direttore del clima e della produzione presso Plastics Europe. Insieme al Consiglio europeo dell'industria chimica (Cefic), Plastic Europe è uno dei principali lobbisti del settore presso le istituzioni europee. Le due organizzazioni rappresentano le grandi compagnie petrolifere e i produttori di plastica. Mark Williams, vicepresidente europeo di Sabic e storico oppositore del Green Deal, fa parte dei consigli di amministrazione di entrambe.

Röder fa riferimento ai flussi di rifiuti difficili da riciclare, come la plastica mista, e all'attuale legislazione UE che limita il riciclaggio meccanico degli imballaggi a contatto con gli alimenti a causa dei rischi di contaminazione.

Le sue argomentazioni sono contestate dalle ong, che esortano l'industria a rendere gli imballaggi alimentari primari privi di additivi tossici e riutilizzabili, evitando così la contaminazione dei riciclati meccanici e riducendo la produzione di nuova plastica.

È il percorso seguito da Ella's Kitchen, produttore di alimenti biologici per bambini ed ex cliente di Sabic. Secondo Patrick Cousens, direttore del consiglio di amministrazione di Plmr, una società di consulenza in pubbliche relazioni che lavora per conto di Ella's Kitchen, "Nel 2022 abbiamo collaborato con SABIC a una [...] prova a tempo determinato [...] utilizzando una piccola quantità di contenuto riciclato di qualità alimentare nei tappi delle nostre bustine. Da allora, i nostri sforzi in materia di imballaggi si sono concentrati [...] sulla transizione dei nostri imballaggi flessibili verso strutture monomateriale per migliorare la riciclabilità su larga scala".

Inoltre, una collaborazione a livello europeo ha recentemente ottenuto la prova di fattibilità per la conversione di pellicole a base di polipropilene provenienti dai supermercati e dai rifiuti domestici in materiali riciclati sicuri per gli alimenti. Sono in programma progetti per integrare il polietilene. Il progetto è in attesa delle autorizzazioni da parte delle autorità competenti.

Il portafoglio TRUCIRCLE® di Sabic mostra una forte attenzione alla riutilizzabilità e al riciclaggio meccanico, pur dando priorità all’attività di riciclaggio chimico.

Finora Sabic ha lavorato le materie prime di Plastic Energy attraverso il suo impianto di steam cracking nei Paesi Bassi. Da qui, lo scorso anno, le due società hanno spedito i primi lotti su larga scala di plastica riciclata chimicamente attraverso il loro nuovo impianto in joint venture. Sabic collabora anche con TotalEnergies in Arabia Saudita e con BP in Germania (dove non viene menzionato il coinvolgimento di Plastic Energy).

L'azienda saudita sta cercando di ridurre ulteriormente le emissioni di gas serra legate alla produzione di plastica attraverso il steam cracking elettrico che, finora, non è stato esteso oltre la fase dimostrativa avviata con Basf in Germania.

Da parte sua, Plastic Energy fornisce anche olio di pirolisi ad altri importanti gruppi petrolchimici, tra cui ExxonMobil, TotalEnergies e la britannica Ineos. Nel 2024 quest’ultima  ha lanciato un imballaggio per snack che dichiara di contenere il 50 per cento di rifiuti riciclati utilizzato da PepsiCo per confezionare i suoi famosi Sunbites.

I prodotti di consumo confezionati con imballaggi riciclati Sabic/Plastic Energy sono venduti in Europa da grandi marchi multinazionali al dettaglio, raggiungendo milioni di clienti inconsapevoli di catene come la francese Carrefour, Coop (Italia) e Tesco (Regno Unito).

Questa ultima ha persino deciso di collaborare con Sabic nell'ambito del suo programma di riciclaggio della plastica morbida, lanciato nei suoi negozi britannici nel 2021. Tesco raccoglie gli imballaggi dai clienti e Plastic Energy e Sabic li riciclano in nuovi pellet di plastica che il leader nel settore degli imballaggi Amcor/Berry International trasforma nei vasetti Snap Pots di Heinz Beanz, utilizzabili nel microonde. I vasetti possono essere restituiti e riciclati più volte. Tesco dichiara un contenuto riciclato del 30 per cento negli imballaggi e una riduzione del 25 per cento delle emissioni di CO₂.

Una tecnologia sbagliata per raggiungere gli obiettivi di riciclaggio dell’Ue

Molti altri marchi stanno moltiplicando le iniziative di eco-marketing per conquistare i consumatori prima dell'entrata in vigore quest’anno di norme più severe dell'Ue – e altre analoghe nel Regno Unito.

La Direttiva sulla plastica monouso (Supd) riguarda dieci tipi di prodotti usa e getta, tra cui contenitori per alimenti, bicchieri, bottiglie per bevande, sacchetti di plastica e involucri. Inizialmente richiede il 25 per cento di contenuto riciclato entro il 2025 nelle bottiglie per bevande in PET (polietilene tereftalato) e il 30 per cento in tutte le bottiglie entro il 2030. La commissione europea estenderà gradualmente i requisiti ad altri articoli..

Parallelamente, il Regolamento Ue sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (Ppwr) introduce obiettivi di riciclaggio più ambiziosi per tutte le aziende che vendono prodotti confezionati in contenitori plastica: il 30 per cento entro il 2030 e fino al 65 per cento entro il 2040. Gli stati membri devono garantire il rispetto di tali norme.

Secondo uno studio della commissione europea, il riciclaggio chimico è considerato necessario per raggiungere gli obiettivi proposti, data la limitata riutilizzabilità delle plastiche attuali e il fatto che il solo riciclaggio meccanico non è in grado di fornire materiali di alta qualità sufficienti per applicazioni sensibili a contatto con gli alimenti.

Nel frattempo, non accenna a chiudersi il divario fra le promesse e la realtà. Al momento il riciclaggio chimico in Europa tratta solo lo 0,1 per cento dei rifiuti plastici totali, rispetto al 13,2 per cento del riciclaggio meccanico. La sua capacità è di soli 150mila tonnellate – l'1 per cento dei 13 milioni di tonnellate riciclate ogni anno – e il suo potenziamento potrebbe richiedere fino a 50 anni.

Questa tecnologia ha finora registrato una serie di fallimenti a causa degli elevati costi, delle inefficienze tecniche e dell'impatto ambientale, nonostante il successo descritto nelle comunicazioni di pubbliche relazioni di Sabic.

Plastic Energy, associata di Sabic, è un esempio di molti di questi fallimenti. L'autoproclamato “leader globale” ha promesso di costruire 10 impianti in Europa per convertire 300mila tonnellate di rifiuti plastici in materia prima. Tuttavia, solo quelli di Siviglia e Almeria sono operativi. Altri progetti in Spagna e altrove sono stati rinviati, ridimensionati o abbandonati, nonostante abbiano ricevuto 30,5 milioni di euro di sovvenzioni dal governo spagnolo e 145 milioni di euro raccolti da investitori britannici e francesi.

“La maggior parte degli impianti di pirolisi [...] che ho visto in 25 anni hanno fallito o sono rimasti bloccati, e gli impianti di grandi dimensioni e collaudati sono praticamente inesistenti”, ha affermato Stefano Consonni, del politecnico di Milano, che conclude: “Dopo decenni di fallimenti, dobbiamo chiederci perché si continui a perseguire questa strada”.La maggior parte dei 78 impianti annunciati in Italia, Francia, Spagna, Germania, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono stati cancellati o rinviati. Solo 17 sono operativi, tre dei quali ancora in fase pilota, e trattano solo 0,24 milioni di tonnellate rispetto ai 2,9 milioni di tonnellate previsti. Nel 2025 altri tre progetti di pirolisi sono stati abbandonati, insieme a impianti di steam cracking tra cui quello di Sabic nel Regno Unito.

Chemical Recycling plants
Solo 18 dei 78 impianti di riciclaggio chimico originariamente previsti sono attualmente operativi o in fase pilota. | Infografica di ©Francesco Cerqua e Ludovica Jona.

Lo stato del mercato complica il quadro: la crisi del riciclaggio della plastica in Europa colpisce sia il riciclaggio chimico che quello meccanico, che sono stati indeboliti da un eccesso di offerta di resine plastiche fossili a basso costo provenienti dagli Stati Uniti e dalla Cina. Negli ultimi tre anni si è registrata una perdita di quasi un milione di tonnellate di capacità di riciclaggio, sostituita da importazioni più vantaggiose economicamente.

L'Ue punta a invertire questa tendenza negativa rilanciando la domanda di materiali riciclati, anche se l'assenza di una chiara clausola “Made in Europe” crea il rischio che gli obiettivi vengano raggiunti attraverso importazioni a basso costo con standard inferiori.

Intenso lobbying presso l’Ue

Poiché quasi il 40 per cento della plastica viene utilizzata per gli imballaggi, l'industria ha visto delle opportunità di business e le ha colte.

Negli ultimi anni, tutti i principali attori si sono affrettati a vendere la loro plastica riciclata chimicamente ai produttori di imballaggi e a firmare accordi di acquisto con i fornitori di olio di pirolisi in tutta Europa, per una capacità ufficiale di circa 600mila tonnellate all’anno. Shell si è imposta come leader del settore.

Contemporaneamente hanno intensificato le attività di lobbying presso le istituzioni europee  avviate già nel 2019 e sono riusciti a convincerle a modificare le regole e i regimi di sovvenzioni per adattarli alle loro ambizioni.

A seguito di una consultazione pubblica avviata nell'estate del 2025 si sono intensificate le discussioni sui requisiti di tracciabilità dei prodotti riciclati. La Commissione europea ha ceduto alle pressioni del Cefic e di Plastics Europe: è stata adottata una revisione delle norme di attuazione del 2023 per le bottiglie di plastica, aprendo la porta all'approccio basato sul bilancio di massa e spianando la strada alla sua estensione oltre le bottiglie all'intero quadro normativo sulla plastica.

Il bilancio di massa, ammesso anche nella legislazione britannica, è la chiave di volta che rende il riciclaggio chimico interessante per il mercato  dell'imballaggio. 

Il bilancio di massa: un metodo contabile, non è una garanzia
Nel riciclaggio chimico i rifiuti plastici riciclati (come l'olio di pirolisi) vengono miscelati con grandi volumi di materie prime fossili vergini all'interno di impianti industriali. Una volta miscelati, i materiali riciclati e fossili non possono essere separati fisicamente.
In base all'approccio del bilancio di massa, le aziende sono autorizzate ad assegnare il contenuto riciclato “sulla carta”a prodotti selezionati, anche se questi prodotti contengono in realtà poco o nessun materiale riciclato.
Esempio: se 5 tonnellate di materie prime riciclate vengono mescolate in un processo che produce 100 tonnellate di plastica, un'azienda può etichettare 5 tonnellate di prodotto come “100% riciclato”, anche se tali prodotti possono ancora contenere fino al 95 per cento di materiale fossile vergine.
Questo sistema gonfia le dichiarazioni sulle quantità riciclate e i relativi risparmi di CO₂ lungo l'intera catena del valore, dai produttori petrolchimici agli imballaggi venduti nei supermercati, nonostante il riciclaggio vero e proprio sia minimo.
Animazione di Alexia Barakou.

Kathy Heungens, Corporate Affairs Manager per il Belgio presso Mars e membra del Consumers Good Forum, che sostiene i principî del bilancio di massa e dell'incenerimento evitato per il riciclaggio chimico, dice: “Stiamo [...] avanzando verso la conformità al regolamento Ue sugli imballaggi riciclati (Ppwr). La [...] collaborazione con Sabic è una delle iniziative che si inserisce in questa visione”.

Altri marchi che acquistano imballaggi da Sabic non hanno risposto alla nostra richiesta di commenti.

Il metodo del bilancio di massa è controverso tra diverse organizzazioni ambientaliste: “Il contenuto riciclato dovrebbe essere fisicamente parte del prodotto finale attraverso la separazione o la miscelazione controllata”, sostiene Lauriane Veillard, responsabile delle politiche di riciclaggio chimico e di conversione della plastica in combustibile presso l’ong Zero Waste.

Tuttavia l'industria sostiene che le due diverse materie prime non possono essere fisicamente separate una volta miscelate nello steam cracker.

“Costruire unità di upgrading separate solo per l'olio di pirolisi è economicamente inefficiente”, afferma Alexander Röder di Plastics Europe: “Gli investimenti richiedono regole di co-trattamento flessibili e in linea con la realtà commerciale, la scalabilità dipende da una regolamentazione favorevole”.

L'Ue sta inserendo nella legislazione  il sistema volontario guidato dall'International Sustainability and Carbon Certification (Iscc) e promosso dall'industria. Negli ultimi anni i certificati di bilancio di massa Iscc hanno circolato tra gli attori della catena, dagli impianti di pirolisi ai produttori di plastica e ai marchi di largo consumo, gonfiando i numeri in ogni fase.

L'Iscc sta cercando di ottenere il riconoscimento da parte dei governi. L'Ue lascia agli stati membri la libertà di scegliere i sistemi di verifica e rendicontazione per garantire il rispetto degli obiettivi di riciclaggio.

“Sulla base di certificati cartacei (ad esempio quelli dell'Iscc) le aziende possono dichiarare come ‘sostenibili’ imballaggi che non contengono una sola molecola riciclata – un dato falso e fuorviante, oltre che legalmente contestabile”, spiega Maurer.

“Le dichiarazioni basate sul bilancio di massa potrebbero essere in conflitto con la Direttiva sul rafforzamento dei diritti dei consumatori (in vigore dal 2026) perché la circolarità dei prodotti e il risparmio di CO2 non possono essere garantiti”, sostiene Margaux Le Gallou, Senior Programme Manager presso l'ong Environmental Coalition on Standards. 

“L'industria vuole poter etichettare determinati imballaggi come ‘riciclati al 100%’ e applicare un sovrapprezzo per la circolarità agli utenti finali, come i marchi di largo consumo e i rivenditori”, spiega Lauriane Veillard di Net Zero Waste Europe: “Se il bilancio di massa è indispensabile, sarebbe più equo per i consumatori allocare il contenuto riciclato in modo proporzionale a tutti i prodotti”.

“Consentire alle aziende di assegnare l'etichetta ‘riciclato’ ai prodotti più redditizi distorce il mercato”, sostiene Jutta Paulus, eurodeputata del gruppo Verdi/Alleanza Libera Europea. Il gruppo si è opposto alle richieste dell'industria. “I piccoli riciclatori meccanici rischiano di perdere terreno, poiché le multinazionali petrolchimiche dominano l'accesso alle materie prime pulite”. Maurer concorda: “L'affermazione secondo cui il riciclaggio chimico gestisce rifiuti complessi è un mito, perché in realtà il processo richiede plastiche omogenee specifiche che sono ideali anche per il riciclaggio meccanico”.

Bruxelles socchiude la porta a nuovi “prodotti riciclati”

Nella causa legale intentata nel 2024 contro ExxonMobil lo stato della California ha definito fraudolento il quadro normativo dell'Iscc. La “Big Oil” ha esercitato un lobbying più intenso di qualsiasi altra azienda affinché il bilancio di massa fosse accettato nell'UE.

La multinazionale statunitense ha sospeso le sue attività di riciclaggio chimico in Europa in attesa di chiarimenti da parte della commissione europea su come saranno conteggiati i volumi riciclati.

Al centro del dibattito c'è il fatto che solo una parte della produzione dello steam cracking è costituita da monomeri pronti per diventare nuova plastica, superando il 50 per cento solo in condizioni ottimali. Il resto è costituito da combustibili e altri materiali industriali.

Per limitare la sovraattribuzione, la Commissione ha escluso i combustibili dalla definizione di “riciclato”, in linea con la direttiva-quadro sui rifiuti. Ma ha incluso altri materiali, lasciando così uno spiraglio.

“La parte non combustibile della produzione costituita da materiali diversi dai polimeri, come i lubrificanti, può essere considerata come contenuto riciclato e quindi conteggiata ai fini degli obiettivi dell'Ue, anche se non finisce negli imballaggi in plastica”, osserva Lauriane Veillard.

Ipotizziamo ancora una volta una produzione di 100 tonnellate con un input di 5 tonnellate di olio di pirolisi, ignorando i combustibili. Se i materiali a doppio uso rappresentano il 50 per cento della produzione e sono trattati come combustibili, la quota di contenuto completamente riciclato dovrebbe essere dimezzata dal 5 al 2,5 per cento. Quel 2,5 per cento in più diventerebbe enorme su scala industriale, aumentando in modo esponenziale le vendite di imballaggi recanti l'etichetta “Xe riciclato” richiesta dalla normativa UE.

“Ora l’industria vuole che venga accettata una categoria di combustibile ‘a duplice uso’, che potrebbe essere considerato riciclato se ulteriormente raffinato per trasformarlo in plastica (etilene e propilene)”, spiega Helmut Maurer.

Wolfgang Trunk è un alto funzionario della direzione Ambiente della commissione europea. Lo abbiamo incontrato a metà novembre, nel bel mezzo delle tensioni che hanno segnato una conferenza dell'Istituto Francese del Petrolio. Trunk era circondato dai lobbisti del Cefic e dai giganti petrolchimici Basf, BlueAlp, LyondellBasell e Dow: i produttori di plastica, ci ha detto, “affermano che il 5 per cento di quel che viene prodotto nei loro impianti proviene dai rifiuti e vogliono che questo sia considerato quasi interamente contenuto riciclato; dobbiamo evitare che il 95 per cento rimanente, che è solo fossile, venga considerato come riciclato ”

Eppure, una fuga di notizie sulla bozza aggiornata della Commissione conferma la deroga al doppio uso richiesta dall'industria. I produttori devono notificare la quantità di combustibile trasformato in plastica caso per caso.

“Le regole sono applicate in modo troppo rigido; se consentito, il contenuto riciclato legato ai combustibili potrebbe ancora sostenere le dichiarazioni di plastica ‘riciclata al 100%’”, afferma Alexander Röder, secondo il quale “il modo in cui viene allocato il contenuto riciclato è una scelta politica, non scientifica”. 

Assegnando matematicamente il contenuto riciclato – comprese le frazioni non plastiche – agli imballaggi ad alto valore i produttori di plastica basata sulla pirolisi possono aumentare i ricavi.

Denaro pubblico, guadagni privati

Oltre a sfruttare le scappatoie legali, l’industria si assicura anche succosi sussidi. 

“Almeno fino al 2040, la plastica riciclata chimicamente costerà più dei materiali vergini; abbiamo bisogno di tempo e investimenti per raggiungere la scala industriale”, dice Röder. “L'industria è pronta a investire circa 8 miliardi di euro entro il 2030, ma sono essenziali sovvenzioni a breve termine”, aggiunge.

Abbiamo scoperto che il bilancio dell'UE, finanziato dai contributi nazionali, ha destinato oltre 760 milioni di euro a progetti di riciclaggio chimico attraverso sovvenzioni e investimenti azionari. La nostra analisi mostra anche che i due terzi delle sovvenzioni sono destinati alla pirolisi, di cui quasi la metà ad impianti che alimentano direttamente le catene di approvvigionamento delle 14 principali petrolchimiche o delle loro collegate.

“I consumatori sono sostanzialmente costretti a sovvenzionare le infrastrutture che consentono alle aziende produttrici di combustibili fossili di promuovere illegittimamente come ‘sostenibili’ gli imballaggi in plastica che gli stessi consumatori acquistano”, sintetizza Helmut Maurer.

Malgrado gli sforzi del Joint Research Centre (un’agenzia specializzata della commissione europea) per sviluppare una metodologia standardizzata, i requisiti climatici dei diversi sussidi europei rimangono deboli e vaghi. 

I progetti Horizon 2020, di cui il gigante spagnolo Repsol è il principale beneficiario, devono quantificare le emissioni, ma non sono soggetti ad alcun obbligo di riduzione. Il finanziamento del debito da parte della Banca europea per gli investimenti e del programma InvestEU, sostenuto dalla Chevron, richiede che i progetti dimostrino una riduzione netta delle emissioni di gas serra, ma non specifica se il confronto debba essere effettuato rispetto all’incenerimento o alla plastica vergine.

In base alle linee guida del Fondo per l'innovazione, le aziende devono dimostrare le “emissioni evitate”, ma possono selezionare il riferimento più conveniente tra quelli disponibili.

La maggior parte delle aziende finanziate dall'Ue, tra cui il gruppo austriaco OMV (proprietario di Borealis), confronta le emissioni della pirolisi con l'incenerimento dei rifiuti. Solo poche, come l'italiana Eni e la finlandese Neste, utilizzano la plastica vergine come riferimento. Altre confrontano le emissioni combinate di entrambi i riferimenti.

Quale che sia lo scenario di riferimento, il parametro delle “emissioni evitate” prende in conto solo le emissioni compensate sostituendo rifiuti inceneriti o petrolio vergine con una quantità equivalente di materia riciclata. Non tiene però conto delle emissioni totali generate dal processo di produzione della plastica da materiali riciclati che, secondo la stessa Sabic, risultano più elevate a causa dell'elevata intensità di emissioni della pirolisi.

Le ong sostengono che i finanziamenti dell'Ue dovrebbero andare solo a metodi di riciclaggio con un'impronta di carbonio inferiore a quella della produzione della plastica vergine, disincentivando l'uso della presa in conto delle emissioni evitate.

Questa crea infatti un quadro distorto per i consumatori. La maggior parte dei siti delle società che ricevono finanziamenti dall’Ue, così come quelli delle 14 società petrolchimiche e i marchi clienti di Sabic, non dicono che i risultati impressionanti in materia di riduzione delle emissioni sono dovuti a compensazioni e non a vere riduzioni.

Inoltre, le metodologie Lca per i progetti finanziati dall'Ue rimangono tuttora riservate, eludendo la trasparenza e il controllo da parte degli esperti. Le aziende e la Commissione hanno rifiutato di divulgarle, anche dopo che la vicenda sia stata oggetto di un ricorso al Mediatore europeo.

Regole europee troppo deboli contro la piaga della plastica

Regole di contabilizzazione imperfette e criteri poco stringenti per l'ottenimento delle sovvenzioni rischiano di compromettere l'obiettivo dell'Ue di aumentare il riciclaggio e ridurre le emissioni di gas serra legate alla plastica per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050.

La legislazione dell'Ue sui rifiuti e gli imballaggi si limita a stabilire che il contenuto riciclato dovrebbe ridurre l'impronta di carbonio secondo criteri di sostenibilità che la Commissione deve ancora definire.

“Questi criteri garantiranno che [...] il contenuto riciclato [...] ottenga i massimi benefici ambientali”, ci ha dichiarato un portavoce della Commissione. Quest'ultima non ha negato che la plastica ottenuta dalla pirolisi, con emissioni più elevate rispetto alla plastica vergine, possa essere conteggiata ai fini degli obiettivi di riciclaggio, una mossa che sarebbe in contrasto con la tassonomia UE per gli investimenti responsabili.

Sulla base dei dati forniti da Morningstar, abbiamo scoperto che gli asset manager hanno investito oltre 19 miliardi di euro tramite fondi verdi regolamentati dall'Ue nelle 14 principali aziende che promuovono il riciclaggio chimico. TotalEnergies, Shell ed ExxonMobil rappresentano quasi il 70 per cento di questi investimenti.

“La regolamentazione e i finanziamenti sarebbero più utili all'ambiente se fossero diretti a migliorare la progettazione dei prodotti per rendere la plastica più sicura e più facile da riutilizzare”, commenta Lee Bell dell'International Pollutants Elimination Network.

Secondo i calcoli dell’Öko-Institut tedesco, l'espansione del riciclaggio meccanico, combinata con una maggiore riutilizzabilità, potrebbe ridurre le emissioni di gas serra del 45 per cento rispetto a un maggiore ricorso al riciclaggio chimico.

“Gran parte della plastica destinata al riciclaggio chimico non dovrebbe esistere affatto”, conclude Helmut Maurer, consulente della commissione europea: per l'industria: “non si tratta di proteggere il pianeta, ma di proteggere la produzione continua di plastica e i profitti derivanti dai combustibili fossili”.

🤝 Questo articolo è il risultato di un'indagine transnazionale coordinata dalla giornalista indipendente Ludovica Jona, con The Guardian (Regno Unito), Voxeurop, Mediapart (Francia), Altreconomia (Italia), Público (Spagna), Investigative Reporting Denmark, Deutsche Welle (Germania) e con i giornalisti Lorenzo Sangermano e Lucy Taylor. La sua produzione è stata sostenuta da una sovvenzione del fondo Investigative Journalism for Europe (IJ4EU). L'International Press Institute (IPI), l'European Journalism Centre (EJC) e gli  altri partner del fondo IJ4EU non sono responsabili del contenuto pubblicato e di qualsiasi uso che ne venga fatto.
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