Dati alla mano Covid-19 e Sistema sanitario

Italia e Spagna hanno la metà degli infermieri rispetto al Nord Europa

Per settimane, Spagna e Italia sono state l’epicentro della pandemia in Europa. Il virus ha messo in luce una grave e comune carenza nei sistemi sanitari di questi due paesi dell’Europa meridionale: la mancanza di personale infermieristico rispetto al numero della popolazione. I lavoratori più esposti di questa crisi non solo non erano equipaggiati, spesso mal pagati e con contratti precari, ma non erano abbastanza numerosi. Tutti i dati in questo articolo dello spagnolo Civio.

Pubblicato il 24 Giugno 2020 alle 11:21

Ogni sera, allo scoccare delle 8, migliaia di cittadini in tutta Europa sono usciti sui balconi per applaudire il personale sanitario: un gesto simbolico per riconoscere lo sforzo immane del personale sanitario, tutt’ora implicato in una lotta per salvare vite umane. 

Dall’inizio della crisi, l’Europa ha registrato più di un milione e mezzo di casi di Covid-19 e circa 170mila europei sono deceduti in seguito alla malattia. “Sono stati mesi molto difficili, quello che abbiamo vissuto negli ospedali è stato orribile”, dice María José García, portavoce di SATSE, il sindacato di infermieri più importante di Spagna. Garcìa lavora a Madrid ed è stata una dei migliaia di lavoratori in prima linea: nei Paesi europei, lo sforzo è stato titanico nonostante la mancanza di risorse.

C’è però una linea invisibile che attraversa l’Europa. Prima del Covid, i Paesi dell’Europa settentrionale e centrale potevano vantare il personale sanitario meglio preparato. Il numero di dottori pro capite è simile a quello dell’Europa meridionale, la differenza invece risiede nel numero di infermieri. I Paesi del primo gruppo hanno molti più infermieri rispetto ai Paesi del secondo: stando ai dati Eurostat, la Germania ha quasi 13 infermieri ogni mille abitanti, una cifre simile al Lussemburgo (11,72), al Belgio (10,96), alla Svezia (10,90), all’Olanda (10,87) o alla Danimarca (9,94).

Dall’altro lato, la Grecia nel 2017 contava 3,3 infermieri ogni mille abitanti, il numero più basso in Europa. Sempre secondo Eurostat anche gli altri Paesi dell’Europa meridionale sono a corto di personale. La Spagna, con 5,73 infermieri specializzati ogni mille abitanti, e l’Italia, con 5,79, erano ben lontani dalle cifre nordiche. Quando la pandemia ha raggiunto il suo picco, entrambi i Paesi sono diventati l’epicentro della crisi sanitaria. 

L’emergenza Covid ha rivelato, più chiaramente che mai, una delle debolezze storiche del sistema sanitario di questi Paesi: il numero insufficiente di infermieri. Uno studio realizzato su 300 ospedali in 9 Paesi europei diversi ha mostrato che minore è il numero di infermieri, peggiori sono le conseguenze dal punto di vista sanitario.

Italia e Spagna hanno anche le quote medie di infermieri e medici più basse. In generale, i Paesi dell’Europa centrale e settentrionale annoverano, secondo la media dell’OCSE, tre infermieri per ogni medico. Al contrario, l’Italia ne aveva 1,45 e la Spagna anche: 1,48. Questo perché il numero di medici nei due Paesi si avvicina alla media europea, diversamente dal numero di infermieri, che sono di meno nel Paesi dell’Europa meridionale. “Il nostro sistema sanitario si concentra più sulla cura in senso diagnostico, piuttosto che sul prendersi cura e sulla prevenzione”, spiega Mar Rocha, portavoce del CODEM.

La situazione è anche peggiore nelle case di riposo. “Questa strutture per persone prive di autonomia, non si tratta quindi solo di anziani, hanno sempre avuto una proporzione insufficiente di personale dedicato alla cura,” dice Rocha. “Se, storicamente, gli infermieri sanitari sono sempre stati pochi, quelli socio-sanitari sono ancora meno. La pandemia ha messo in evidenza questa mancanza e ha colpito durante i residenti di queste strutture i residenti,” dice. Il 10 giugno, circa 20mila residenti di case di riposo in Spagna sono morti a causa del Covid o ne hanno manifestato i sintomi.

“La mancanza di infermieri è una questione endemica”, sostiene Garcìa, portavoce del sindacato spagnolo degli infermieri. Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI) racconta la situazione in Italia, molto simile a quella spagnola. La Corte dei conti ha dichiarato in una recente relazione che una minor spesa pubblica sulla sanità italiana ha avuto come come conseguenza una diminuzione numero del personale sanitario e, in maniera particolare, ha pesato sugli infermieri. 


Personale medico

Infermieri per mille abitanti. Medici per mille abitanti e tasso infermieri/medici

- See all details in the methodology.

Legenda:

* In alcuni paesi i dati sugli infermieri è sopravvalutato, come in Spagna e a Cipro (che includono gli ostetrici), e in Austria e Lettonia (che includono gli aiuti infermieri).

^ In Belgio, Danimarca e Svezia i dati sono del 2016. In Finlandia del 2014.

I dettagli sono nella metodologia, a fine articolo.


L’Italia, per avvicinarsi alla media europea, dovrebbe assumere tra i 53 e i 54mila infermieri secondo la FNOPI. Secondo il SATSE, il sindacato di infermieri spagnolo, e il collegio ufficiale degli infermieri di Madrid, il CODEM, mancano tra gli 88mila e i 125mila infermieri. Anche l’OCSE ha messo in evidenza l’insufficienza di infermieri in entrambi i Paesi.

“Storicamente, gli infermieri non hanno mai goduto di grande visibilità”, dice Rocha; questa mancanza “si traduce in una mancanza di riconoscimento sociale.” La maggior parte delle persone ci ritiene uno staff agli ordini dei medici, ma non è così,” prosegue Garcìa. Gli infermieri si occupano di seguire il paziente e di stabilire con lui un contatto costante, dichiara Rocha.

Con la Pandemia il carico di responsabilità di questi lavoratori è è aumentato esponenzialmente. “Al di là dell’assistenza sanitaria, il nostro ruolo era quello di non lasciare mai da solo il paziente,” spiega Mangiacavalli.

Questo spiega come mai gli infermieri, insieme ad altri operatori sanitari, siano stati esposti in maniera più importanti al contagio rispetto ad altri gruppi della popolazione. Agli inizi di aprile l’OMS ha fatto presente che il 10% dei contagiati in Europa erano gli operatori sanitari. Poco dopo, a fine aprile, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha pubblicato alcuni dati significativi: il 20% di malati di Covid in Spagna erano operatori sanitari. In Italia erano il 10%, con l’eccezione di alcune delle aree più colpite, come la Lombardia, in cui la percentuale raggiungeva i livelli spagnoli.

Poiché la maggioranza degli operatori sanitari sono donne, queste vengono contagiate in proporzione maggiore di quanto non succederebbe normalmente. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, all’inizio di giugno il 70% del personale sanitario contagiato era rappresentato da donne; stessa cosa in Spagna, dove questo dato arriva al 76%, anche se solo il 56% della popolazione in Spagna è rappresentata da donne. Perché questa differenza? Secondo Eurostat, il 78% degli operatori sanitari sono donne, e la proporzione è anche maggiore tra gli infermieri. Dice Rocha: “E’ una professione a maggioranza femminile da sempre”.

Sono state date diverse spiegazioni  per giustificare la percentuale più alta di contagi tra gli operatori sanitari. In Spagna, ad esempio, il Ministro della sanità ha parlato del più alto numero di test effettuati a questi lavoratori, a una maggiore esposizione al virus e all’iniziale ignoranza riguardo la trasmissione tra asintomatici. Non è tuttavia menzionato il problema che, secondo le differenti organizzazioni, è alla base dei contagi: la mancanza di dispositivi di protezione individuali.

“Non siamo eroi, non indossiamo mantelli e non abbiamo superpoteri. È per questo che abbiamo questo tasso di contagi,” dice Garcìa. Secondo un recente studio spagnolo, durante le prime settimane di pandemia gli operatori sanitari hanno fatto notare la mancanza di disponibilità di mascherine con filtro che assicurassero loro protezione. “Non ho mai sentito di un pompiere che si avventura in una casa incendiata senza protezioni, ma il governo ha preteso che gli infermieri trattassero i malati di Covid senza alcuna profilassi e rischiando le loro vite. È inaccettabile”, sostiene Paul De Raeve, segretario generale della Federazione europea delle associazioni di infermieri (EFN).

Al 29 maggio, 51.482 operatori sanitari spagnoli erano stati contagiati. Lo stesso è successo in Italia. Secondo i dati della FNOPI, circa 13mila infermieri italiani sono stati contagiati dal Covid, quasi la metà dei 30mila contagiati nel questo Paese. “Quaranta sono morti di Covid, e questo nonostante gli infermieri siano abbastanza giovani da sopportare meglio gli effetti del virus”, dichiara Mangiacavalli, presidente dell’associazione di infermieri italiana. Ma, come sostiene De Raeve, ciò che è successo con il Covid non è nulla di nuovo.

Quando l’Ebola è apparsa in Europa nel 2014, un operatore sanitario ha preso il pericoloso virus in un ospedale madrileno. Allora le varie associazioni e sindacati di professionisti sanitari si erano concentrati sulla necessità dei dispositivi di protezione individuali. “Nessuno ci ha ascoltati”, continua De Raeve. Ora il consiglio internazionale degli infermieri (ICN), definisce la situazione una “emergenza globale”. 

Al 18 maggio, stando ad una lettera dell’ICN all’OMS, almeno 360 infermieri nel mondo sono morti di Covid. Inoltre diversi paesi, tra cui la Spagna, non scompogono i dati per categorie professionali, ragione per la quale questi numeri potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. “Dobbiamo assicurarci di proteggere chi ci protegge”, dice De Raeve.

L’impatto che ha lasciato il Covid è stato enorme e continuerà ad esserlo; per chi lavora in prima linea ci potrebbero essere segni ancora più forti. Il carico emotivo e la sensazione che mancassero le protezioni si sono rapidamente sovrapposte all’enorme carico di lavoro: come spiega Garcìa: “Vai al lavoro e hai paura che così facendo contagerai la tua famiglia”; “Quando hai trent’anni di esperienza, ti abitui al fatto che le persone ti muoiano davanti, ma lo gestisci perché resta un episodio isolato”, aggiunge. La crisi del Covid invece è diventa un incubo dall’oggi al domani: pazienti che morivano continuamente, spesso soli e lontani dalle famiglie. “Siamo continuamente esposti al dolore e alla malattia, ma questa crisi è stata uno tsunami emotivo e psicologico”, dichiara Rocha. 

Una ricerca preliminare dell’Università Complutense di Madrid mostra che quasi l’80% degli operatori sanitari intervistati soffre d’ansia, mentre il 51% presentasegni di depressione. Sia Roche che Garcìa hanno raccontato a Civio di ore di lavoro interminabili, di centinaia di pazienti di cui prendersi cura, dell’urgenza e del terribile numero di morti che vedevano ogni giorno. Nonostante la fatica mentale e fisica, il loro impegno era inequivocabile: “Non lasciare mai nessuno da solo”, dice Mangiacavalli.

Per De Raeve, quella missione e la volontà di completarla riflette l’impegno della professione infermieristica, che celebrerà il suo anno internazionale nel 2020. Chi poteva immaginare che le celebrazioni di quest’anno si sarebbero tenute nel bel mezzo di una Pandemia globale che avrebbe messo sotto una luce nuova la professione? Si tratta di lavoratori a cui mancano mezzi e garanzie: in Spagna, i contratti di lavoro possono durare solo qualche giorno, mentre gli stipendi italiani sono molto al di sotto della media europea. 

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Secondo De Raeve, queste condizioni permangono nonostante l’alto livello di formazione che gli infermieri ricevono in Europa meridionale. In Spagna e in Portogallo, gli standard di preparazione sono altissimi, così “si dispone di forza lavoro forte e qualificata e quella è la chiave”, dice. Al contrario, la Germania ha più infermieri e richiede meno qualificazioni.

Tali differenze potrebbero anche spiegare perché molti infermieri formati nel  sud Europa siano partiti a lavorare in altre zone. Secondo alcuni dati pubblicati nel Regno Unito, quasi il 6% degli infermieri presenti nel sistema sanitario nazionale, circa 19.325 persone, vengono da altri Paesi europei. Il 60% viene da Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Il sindacato SATSE fa notare che, secondo le stime degli anni scorsi, più di 5milainfermieri spagnoli potrebbero essersi trasferiti a lavorare in altre regioni, mentre, nel caso dell’Italia, la FNOPI ritiene che possano essere 20mila. 

Gli infermieri ora fanno fronte alla paura di una nuova ondata del virus. “Un ritorno potrebbe essere molto peggiore della prima ondata. La stanchezza fisica e mentale è ad un punto tale per cui non potremmo fare lo stesso sforzo, al di là della volontà di farlo,” dichiara Garcìa.

Per ora, gli infermieri continuano a svolgere le solite funzioni e, in molte regioni, sono incaricati di occuparsi dei test o del tracciamento dei contatti, dice Rocha, portavoce del CODEM. Allo stesso tempo, stanno chiedendo maggiori protezioni, migliori condizioni lavorative e un supporto psicologico che possa aiutarli a riprendersi fisicamente ed emotivamente da ciò che è successo. 

“Visto che abbiamo affrontato una situazione tanto dura, chiediamo di non essere dimenticati e auspichiamo che il sistema sanitario venga rafforzato e che si concentri sul bisogno dei pazienti,” dice Garcìa. Questo permetterebbe di trasformare l’applauso delle 8 di sera in una vera barriera contro epidemie future. 


Metodologia

I dati sul personale sanitario sono forniti da Eurostat: in molti casi i numeri sono del 2017, sebbene in Belgio, Danimarca e Svezia questi vadano fino al 2016 e in Finlandia fino al 2014. In ogni caso, abbiamo confrontato le categorie di medici praticanti e infermieri praticanti in ogni Paese.

In alcuni Paesi, il numero di infermieri praticanti sono sovrastimati: Austria e Lettonia includono gli assistenti infermieri, mentre Cipro e Spagna includono le ostetriche. Nonostante a Cipro e in Spagna le ostetriche ottengano una laurea in scienze infermieristiche prima di specializzarsi in cure ostetriche e ginecologiche, la maggioranza dei Paesi europei pubblica dati separati per le ostetriche. Altri Paesi potrebbero presentare numeri falsamente bassi. Ad esempio, Repubblica Ceca e Ungheria non contano le infermiere che lavorano nelle case di riposo, l’Estonia non include gli infermieri specializzati in radiologia, Malta non considera gli infermieri liberi professionisti, la Polonia non include gli infermieri che lavorano in prigione e il Regno Unito pubblica solo i dati relativi al settore pubblico.

Nel caso dei dottori, alcuni Paesi escludono alcune specializzazioni. Il Lussemburgo, ad esempio, esclude ematologi, microbiologi e patologi, la Germania esclude i chirurghi estetici facciali e il Belgio chi lavora nella medicina interna.

In più, l’Italia fa una stima degli infermieri utilizzando l’albo dei professionisti che hanno completato la formazione obbligatoria negli ultimi anni. La stima della Finlandia è basata su un sondaggio del 2014, quindi i risultati potrebbero non essere più affidabili. Infine, non abbiamo incluso Francia, Portogallo, Irlanda e Slovacchia perché non pubblicano su Eurostat i loro dati aggiornati e i dati che questi propongono a livello nazionale all’OCSE non corrispondono alle categorie dell’OCSE per medici e infermieri. Abbiamo anche deciso di escludere la Romania, considerato che i suoi numeri per gli infermieri includono gli assistenti forensi e di laboratorio, tra gli altri.

Per calcolare la proporzione di infermieri e medici, abbiamo usato il totale di medici e infermieri per Paesi pubblicati da Eurostat, non i numeri per capita. Non abbiamo incluso Grecia e Repubblica Ceca perché i dati del loro personale medico sono inconsistenti.

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.

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