La caccia ai rom è ancora aperta

Mentre la Commissione europea spinge per una maggiore integrazione dei rom, l’estrema destra ungherese continua indisturbata la sua azione intimidatoria ai danni della minoranza, con la complicità del governo conservatore.

Pubblicato su 6 Aprile 2011 alle 13:45

Alla fine di marzo alcuni militanti di Jobbik, l’estrema destra ungherese, hanno pattugliato per settimane le strade di un paese per proteggerlo dalla “criminalità zigana”. Questa allarmante dimostrazione di forza è stata del tutto ignorata dal governo di Viktor Orbán. Nel frattempo, l’Ue ha invitato gli stati membri a intervenire concretamente a favore dei 10-12 milioni di rom europei.

Se non fosse per la sua chiesa medievale e le sue cantine scavate nel fianco delle colline, Gyöngyöspata assomiglierebbe a un altro paesino ungherese qualsiasi, con il suo sindaco che risale all’epoca comunista, il suo self-service Coop, i giardinetti ben curati dove sbocciano i primi giacinti, le strade fangose del ghetto rom.

Eppure, in questa località di 2.850 abitanti a un’ora di autostrada da Budapest, nel mese di marzo si è giocato un po’ del futuro dell’Europa. Jobbik (entrato in parlamento con il 16,8 per cento dei voti nell’aprile 2010, ma attualmente in calo nei sondaggi), ha fatto di Gyöngyöspata una sorta di laboratorio contro la “criminalità zigana”, pattugliandone le strade giorno e notte con l’aiuto dei residenti, che hanno ospitato per più di due settimane i militanti.

Il 6 marzo scorso il leader nazionale di Jobbik, il deputato Gabor Vona, ha tenuto un discorso davanti a 1.500 paramilitari, la maggior parte dei quali indossava l’uniforme nera di Szebb Jövoert ("Per un avvenire migliore"), un’organizzazione che gode del patrocinio legale delle milizie del paese per l’autodifesa. In mezzo a loro c’erano anche alcuni individui particolarmente aggressivi: in tenuta da combattimento e con il cranio rasato, brandivano asce o frustini e avevano accanto dei pitbull. I primi giorni le famiglie rom non hanno osato neppure mandare a scuola i propri figli.

La polizia locale non è intervenuta, malgrado la forte somiglianza tra Szebb Jövoert e la Guardia ungherese, una milizia vicina a Jobbik che si era resa protagonista di analoghi tentativi di intimidazione prima di essere ufficialmente sciolta dalla Corte costituzionale nel luglio 2009. Prima di reagire il governo conservatore di Viktor Orbán ha atteso che i miliziani abbandonassero a loro piacimento i luoghi dei pattugliamenti, il 16 marzo.

Il 15 marzo, in occasione della festa nazionale ungherese, Viktor Orbán ha pronunciato a Budapest un discorso nel quale ha esaltato in modo particolare il coraggio magiaro di fronte ai diktat delle potenze straniere, compresa l’Unione Europea, della quale occupa per altro la presidenza semestrale. Ma di Gyöngyöspata non ha fatto parola.

Quello stesso giorno, tuttavia, al raduno è intervenuto anche un gruppetto di oppositori, guidati da Aladar Horvat del movimento per i diritti civili dei rom. Tra loro c’erano anche il pastore Gabor Ivanyi e due deputati del Lmp, il piccolo partito dei Verdi liberali che – malgrado seimila elettori rom potenziali – alle legislative del 2010 ha ottenuto soltanto 314 voti. “Da queste parti abbiamo votato in massa Fidesz (il partito di Orbán, che ha la maggioranza dei due terzi in parlamento)” ha ammesso Janos Farkas, capo della comunità zigana di Gyöngyöspata, che conta 500 persone, “perché ci ha promesso lavoro”.

A distanza di un anno il tasso di disoccupazione in Ungheria non si è abbassato; l’unica differenza è che adesso ogni famiglia ha diritto a un solo sussidio di disoccupazione. Il governo inoltre ha tagliato il budget delle “amministrazioni autonome” delle minoranze.

Da quando nel 1992 le foreste sono state privatizzate, gli zigani non hanno più il diritto di raccogliervi funghi né di far legna per scaldarsi. “In cambio ci eravamo offerti di assicurare la pulizia delle foreste, ma i proprietari hanno rifiutato. Viviamo qui da cinque secoli, i nostri antenati hanno difeso questo bel paese contro i turchi. Prima ancora che rom, siamo ungheresi”, ha osservato Farkas.

Ossessione demografica

La delinquenza dilaga nelle campagne, i cui abitanti si sentono ormai abbandonati. Alcuni delitti hanno profondamente sconvolto l’opinione pubblica, per esempio l’omicidio di un insegnante, linciato alla fine del 2006 a Olaszliszka sotto gli occhi dei suoi figli perché con la sua automobile aveva sfiorato una bambina rom. Jobbik ha eretto un monumento alla sua memoria. La serie di attacchi perpetrati contro i rom nel 2009 da un gruppo neonazista non ha destato invece alcuna commozione.

Pare che a Gyöngyöspata la scintilla del conflitto sia stata l’acquisto da parte della Croce Rossa ungherese di case per alloggiare le famiglie dei rom alluvionate nel 2010. Alla sola idea che alcune famiglie rom potessero installarsi nel centro del paese si sono scatenate vive resistenze. Alcuni abitanti hanno scritto a Gabor Vona, spiega Oszkar Juhasz, presidente della sezione locale di Jobbik (che ha ottenuto il 26 per cento alle legislative del 2010).

Juhasz, viticoltore, discende da una famiglia della piccola nobiltà che un tempo viveva poco meglio dei suoi stessi servi, ma credeva di incarnare l’essenza dell’Ungheria millenaria. All’ingresso di casa ha appeso una cartina che raffigura il suo paese con le frontiere che aveva prima del 1920. Per l’estrema destra, ossessionata dalla perdita di due terzi del territorio nazionale, l’alta natalità degli zigani è una vera e proprio minaccia. Juhasz spiega che “dal 1898 la popolazione zigana si è centuplicata. Non siamo razzisti, ma molto spesso politica di integrazione dei rom significa solo abbassamento del livello di vita dei non-rom”.

Sabato 2 aprile, indossando la sua uniforme nera, Oszkar Juhasz ha sfilato per le strade di Hejöszalonta – un paesino di 900 anime – accanto ad altri “patrioti ungheresi”. Il giorno prima il capo del gruppo parlamentare di Fidesz, Janos Lazar, aveva evocato la possibilità di allentare la legge sulle armi per ampliare il diritto all’autodifesa: un’altra rivendicazione di Jobbik. (traduzione di Anna Bissanti)

Commissione europea

Un piano illusorio

"L’integrazione dei rom negli stati membri sarà supervisionata dalla Commissione europea": Hospodářské Noviny riassume il piano antidiscriminazione presentato il 4 aprile dal commissario alla giustizia Viviane Reding. La Commissione desidera che ciascun paese adotti una nuova strategia d’integrazione che tenga conto delle caratteristiche specifiche di ogni comunità rom. Reding ha accusato gli stati membri di perdere troppo tempo nel distribuire le risorse stanziate: dei 2,6 miliardi di euro assegnati ai progetti per l’integrazione dei rom soltanto 100 milioni sono stati effettivamente utilizzati. Uno studio recente condotto in sei paesi dell’Ue (Bulgaria, Ungheria, Lettonia, Romania e Slovacchia) ha constatato che la maggior parte dei 12 milioni di rom che vivono nell’Unione europea è vittima di discriminazioni, in modo particolare in Bulgaria e Romania. Secondo lo studio i bambini rom che finiscono la scuola primaria sono il 42 per cento, contro una media del 97 per cento per gli altri bambini europei. La Commissione europea ha fatto presente che l’integrazione dei rom in ogni paese dovrebbe partire dall’educazione, ma anche dagli alloggi, l’assistenza sanitaria e l’impiego, precisa Hospodářské Noviny. Il quotidiano ceco cita uno studio della Banca mondiale secondo cui "la piena integrazione potrebbe fruttare circa 500 milioni di euro all’anno ai paesi in questione, grazie alla maggiore produttività, alla riduzione delle spese assistenziali e all’aumento degli introiti fiscali". Le associazioni che lavorano per l’integrazione dei rom hanno però reagito con disappunto: intervistato da EUobserver, un rappresentante delle rete Ergo ha definito "illusorio" il piano della Commissione, perché "delega a ciascuno degli stati membri il compito di gestire le discriminazioni, un compito che governi come quello di Budapest non hanno nessuna voglia di assumersi".

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