La rompighiaccio Oden, a bordo della quale si trova la spedizione danese verso l’Artico.

La Danimarca in rotta per il Polo nord

Una spedizione danese è in viaggio verso l’Artico per affermare la sovranità del regno sui fondali marini e sulle sue possibili riserve di petrolio. Ma l’iniziativa rischia di scontrarsi con una duplice opposizione, quella della Russia e degli ecologisti.

Pubblicato il 7 Agosto 2012 alle 10:28
Thorsten Mauritsen  | La rompighiaccio Oden, a bordo della quale si trova la spedizione danese verso l’Artico.

Pochi giorni fa un’équipe di una ventina di ricercatori danesi è partita dalle Svalbard [arcipelago norvegese al limite dell’oceano Artico e dell’oceano Atlantico] in direzione del Polo nord, a bordo della rompighiaccio svedese Oden. Il suo obiettivo è dimostrare che 155mila chilometri quadrati del fondo dell’oceano Glaciale artico - compreso il Polo nord - fanno parte della piattaforma continentale groenlandese e quindi devono essere integrati al regno danese [che oltre alla Danimarca comprende la Groenlandia e le isole Fær Øer].

La spedizione ha sei settimane per portare a termine la sua missione, consapevole che i ghiacci del Polo rischiano di renderle il lavoro molto difficile, e dovrà raccogliere dati batimetrici sulla dorsale di Lomonosov e sugli strati sedimentari nel bacino di Amundsen, a est del Polo nord. Questi dati sono essenziali per permettere all’Unità dello stato danese di rivendicare nel 2014 all’Onu gran parte del fondo dell’oceano che si estende a nord del limite delle 200 miglia marine, dalla Groenlandia fino al Polo nord.

Ma questa iniziativa solleva tre interrogativi: quale sarà l’atteggiamento della Russia nei confronti della Danimarca, visto che anche Mosca rivendica parte di questi territori? Quali sono i reali motivi dietro alla rivendicazione danese? La Danimarca, infine, proteggerà il Polo nord se questo dovesse diventare danese?

Cominciamo dalla Russia. La Convenzione sul diritto del mare dell’Onu del 1982 permette alle nazioni di estendere il loro territorio al di là delle 200 miglia marine. La Russia ha presentato le sue rivendicazioni provvisorie sull’oceano Artico nel 2001, ed è evidente che queste si sovrappongono in parte a quelle dell’Unità dello stato danese. Grande è l’incertezza sul carattere pacifico delle intenzioni di Mosca, tanto più che nel 2007 alcuni sottomarini hanno piantato bandiere russe sul fondo marino sotto il Polo nord. Tuttavia i rischi di un conflitto al Polo sono minimi.

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La Danimarca, la Russia e gli altri stati che si affacciano sull’Artico hanno assicurato di voler rispettare le regole della convenzione sul diritto del mare riguardanti la delimitazione delle frontiere, e la Russia ha tutto l’interesse a sfruttare un’evoluzione pacifica della situazione. Grazie alla sua costa siberiana, lunga 20mila chilometri, Mosca otterrà immense zone del fondo dell’oceano Artico. Di conseguenza è poco probabile che la Federazione russa comprometta questi potenziali benefici aprendo un contenzioso sul territorio più modesto rivendicato dalla Danimarca.

Inoltre le possibilità di trovare del petrolio nei dintorni del Polo nord sono limitate. Anche se i ricercatori non conoscono bene la geologia del terreno, ne sanno abbastanza per prevedere che nell’Artico difficilmente si potranno trovare dei giacimenti utilizzabili.

Tuttavia è difficile immaginare come Russia e Danimarca potranno risolvere concretamente il problema del tracciato delle frontiere, visto che entrambi i paesi continuano a rivendicare gli stessi fondali marini. Molti diplomatici russi ritengono che per arrivare a un chiarimento sarà necessario avviare un dialogo con altre nazioni, cioè con gli Stati Uniti.

Non si sa neanche se in Russia le forze nazionaliste accetteranno che la Danimarca/Groenlandia abbia il diritto esclusivo di definirsi come l’amministratore del Polo nord. Nessun punto della Siberia è così vicino al Polo nord quanto la punta settentrionale della Groenlandia, ma i russi ritengono di avere gli stessi diritti dei danesi di rivendicare la proprietà del Polo.

Infine la Danimarca e la Groenlandia dovranno mettersi d’accordo su una strategia negoziale delle frontiere. Ufficialmente la Danimarca gestisce la politica estera del regno, ma la divisione dei poteri si modifica via via che la Groenlandia assume maggiore influenza sul piano internazionale [dal 2009 l’isola beneficia di una più grande autonomia].

Basso profilo

Si pone anche la questione della protezione della regione. La situazione è molto diversa rispetto al Polo sud e all’intero Antartico. Qui infatti da decenni il Trattato sull’Antartico vieta qualunque attività militare e lo sfruttamento commerciale del petrolio, dei prodotti minerari e della fauna. Greenpeace e altre associazioni ritengono che la parte centrale dell’oceano Artico, che non appartiene a nessuno, dovrebbe essere oggetto di analoghe misure di protezione.

La conseguenza sarebbe che la Danimarca, la Russia e il Canada, che rivendicano parte di questo territorio, dovrebbero rinunciare alle loro esigenze all’Onu. Greenpeace ha lanciato una campagna intitolata Salvate l’Artico, che porterà l’associazione a piantare l’anno prossimo una bandiera al Polo nord.

A lungo la Danimarca si era opposta all’idea di una protezione dell’Artico simile a quella in vigore per l’Antartico. Non dimentichiamo che a differenza dell’Antartico, disabitato, nell’Artico vi sono quattro milioni di abitanti. Inoltre i diritti dell’Unità dello stato danese su una parte del fondo dell’oceano sono giustificati dalla convenzione sul diritto del mare. Ma quando nel 2011 il capo del governo Groenlandese Kuupik Kleist ha espresso il suo desiderio che le regioni pelagiche beneficiassero di una protezione internazionale, la Danimarca ha cambiato atteggiamento.

Nell’agosto 2011 l’ex ministro degli esteri Lene Espersen (Partito popolare conservatore) ha sostenuto l’idea di un “parco naturale”. In seguito il suo successore Villy Søvndal (Partito socialista) ha evocato una “zona di patrimonio naturale”. In realtà è difficile capire quali siano le reali intenzioni del governo.

Difficile sapere se nell’oceano Artico la Danimarca difende il principio di una protezione internazionale di una grande regione pelagica - dove la pesca industriale, la navigazione commerciale e l’estrazione petrolifera o mineraria sarebbero vietate. O se invece il paese sia favorevole a una protezione simbolica di una parte limitata della calotta glaciale nei dintorni del polo.

Per ora il governo danese ha adottato una posizione di basso profilo, in attesa della valutazione da parte delle Nazioni Unite delle rivendicazioni ufficiali e dei risultati della spedizione dell’équipe di ricercatori.

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