La generazione perduta non esiste

In tutta Europa è allarme per l’aumento della disoccupazione giovanile. In realtà è solo la prima fase di un riassestamento del mercato del lavoro che ristabilirà la competitività e l’equilibrio sociale del vecchio continente.

Pubblicato su 21 Gennaio 2013 alle 12:20

Si presumeva fossero la nostra speranza e invece sono diventati un peso: più di 400mila polacchi sono disoccupati, un’intera “generazione perduta”. In realtà questo fenomeno si ripete in tutto il continente; altrove, in Europa e soprattutto al sud, le cose vanno anche peggio. Eurostat a ottobre ha riferito che il tasso di disoccupazione in Polonia tra gli under 25 era del 27,8 per cento, rispetto al 55,9 della Spagna, del 57 della Grecia e del 36,5 dell’Italia. Perfino in un paese benestante come la Francia è senza lavoro un giovane su quattro.

Queste statistiche fanno impressione, ma sono anche fuorvianti. Ciò dipende non soltanto dal fatto comprendono sia chi ha un’occupazione sia chi non ce l’ha, ma per di più non tengono conto di tutti gli studenti, di chi è impegnato in un tirocinio, di chi viaggia o non fa niente del tutto per propria scelta. Sarebbe pertanto più appropriato parlare di Neet (“Not in education, employment, or training”), acronimo coniato dall’Organizzazione internazionale del lavoro per designare chi non studia, non ha un lavoro e non è in tirocinio.

Se teniamo conto di questa precisazione, infatti, risulta che la percentuale di polacchi di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano si ferma al 15,5 per cento. Si tratta di un numero consistente – in aumento del 22 per cento rispetto all’inizio della crisi – ma significa pur sempre che in Polonia soltanto un giovane su sei non ha prospettive, rispetto a uno su quattro. Difficilmente quindi si può parlare di “generazione perduta” se i cinque sesti di essa fanno qualcosa di utile. E lo stesso vale in tutta Europa: la percentuale di Neet in Grecia è appena del 23 per cento, mentre in Spagna è del 21. Altrove, come nei Paesi Bassi o in Austria, tale tasso arriva appena al 5-8 per cento.

Paradossalmente, come dimostra soprattutto l’esempio della Spagna, l’alta percentuale di giovane disoccupati può essere una speranza. Il forte aumento della disoccupazione in Spagna negli ultimi anni è stato provocato più dalle riforme del mercato del lavoro varate dal primo ministro Mariano Rajoy che dalla recessione. “I datori di lavoro ormai possono licenziare più facilmente i lavoratori in eccesso, ma quando le condizioni del mercato miglioreranno non esiteranno a riassumere”, dice Jorge Nunez, esperto del think tank Ceps di Bruxelles. Prima delle riforme di Rajoy le aziende spagnole dovevano negoziare i licenziamenti con i sindacati dei lavoratori del settore invece che con quelli aziendali, e licenziare voleva dire sborsare ingenti cifre per le indennità di fine rapporto e dover dimostrare in tribunale che il taglio del personale era dovuto a “oggettivi” fattori economici.

Malgrado normative così severe – lascito dell’era franchista – i datori di lavoro spagnoli non erano riluttanti ad assumere quando l’economia riprendeva a correre. In seguito all’adesione all’Ue del paese nel 1986 tra i giovani la disoccupazione si dimezzò nel giro di tre anni, arrivando al 18 per cento. Gli spagnoli riusciranno a uscire dai guai altrettanto rapidamente questa volta?

Zsolt Darvas del Bruegel Institute di Bruxelles ha detto: “I giovani di questa generazione sono i più istruiti di tutta la storia del paese. Grazie alle riforme di Rajoy la competitività dell’economia spagnola è rapidamente migliorata. Soltanto cinque anni fa il paese aveva un deficit commerciale pari all’11 per cento del pil, mentre oggi vanta un’eccedenza del due per cento”.

Anche in Polonia c’è una situazione analoga: il paese ha già avuto due “generazioni perdute” nel 1992/1993 e nel 2003/2004 e ora è alle prese con la terza. Anche se ci accontentassimo dei pessimistici dati dell’Ufficio centrale di statistica, la percentuale di giovani disoccupati under 25 nel 1995 era il doppio di quella odierna. Altro fattore positivo è il livello di istruzione, dato che la percentuale di studenti è quintuplicata dal 1990 e la percentuale dei lavoratori in possesso di diploma è più che raddoppiata (+ 2,5%).

I periodi di crisi sono sempre coincisi con momenti di profonda ristrutturazione per l’economia polacca. La produttività lavorativa oggi è mediamente superiore a quella del 2008 del 20 per cento, il che significa che bastano quattro lavoratori a produrre le stesse quantità prodotte allora da cinque. Le aziende più avanzate, come quelle elettroniche e quelle impegnate nella ricerca molecolare o nella produzione di componenti automobilistici avanzati, hanno fatto registrare una crescita vigorosa, inducendo sempre più multinazionali a delocalizzare i loro impianti di produzione dal sud all’est Europa, soprattutto in Polonia.

Si potrebbe affermare che una maggiore disoccupazione è il prezzo che la Polonia deve pagare per un’elevata produttività che le darà molti vantaggi sui suoi concorrenti. Le cifre di Eurostat dimostrano che il tasso di produttività polacco nel 2012 è stato appena il 57 per cento di quello medio dell’Ue, e quasi la metà di quello della vicina Germania.

La Germania è un esempio concreto di come efficaci riforme del mondo del lavoro possano migliorare le prospettive per i giovani. Oggi tra i tedeschi la disoccupazione è ai minimi storici dall’unificazione, sia tra i più giovani (12 per cento) sia complessivamente (5,4 per cento), e il paese si sta poco alla volta avviando verso la piena occupazione. Ma soltanto dieci anni fa, prima delle riforme introdotte dall’allora cancelliere Gerhard Schröder, dal punto di vista del mercato del lavoro la Germania era il “malato d’Europa”.

Ambizioni inutili

“Dovremmo copiare il loro sistema di formazione. Risulta infatti che coloro che scelgono i corsi più noiosi e tecnici in seguito hanno posti di lavoro migliori dei laureati che hanno compiuto studi ambiziosi ma di cui non c’è bisogno. Pertanto le prospettive occupazionali dei giovani dipendono in parte da loro stessi e in parte dalla loro capacità di adattare i propri piani alle realtà del mercato”, ha detto Katinka Barysch del Centre for european reform di Londra.

Da molti segnali sembra che il peggio sia ormai alle spalle per i giovani, sia in Polonia sia in Europa. L’anno scorso abbiamo assistito a una vasta stagnazione economica, ma l’Ue ha scongiurato il peggio: che l’eurozona si spaccasse e che subentrasse una nuova recessione per uscire dalla quale sarebbero occorsi decenni. Se mai si fosse riusciti a sopravviverle.

Anche se oggi sembra difficile crederlo, invece di accettare qualsiasi lavoro sia loro offerto tra uno o due anni soltanto saranno i giovani con le qualifiche giuste a dettare le condizioni ai datori di lavoro.

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