La primavera di Sarajevo

Il caso della bimba che non ha potuto essere curata all’estero per un problema giuridico ha fatto nascere un movimento civile che supera le divisioni etniche. Per il paese potrebbe aprirsi una nuova stagione.

Pubblicato il 20 Giugno 2013 alle 11:40
Luca Bonacini |  Manifestazione davanti al parlamento di Sarajevo, 11 giugno 2013

La pressione dal basso e la volontà politica dall’alto: forse questa è la soluzione per quadrare del cerchio bosniaco. Il movimento di protesta civile che si è diffuso di recente in Bosnia-Erzegovina, associato a un’evoluzione positiva della situazione nella regione, potrebbe provocare dei cambiamenti determinanti nel paesi più complesso dell’ex Jugoslavia [la Bosnia-Erzegovina è organizzata sul principio della distinzione etnica ed è composta dalla Federazione croato-musulmana e dalla Repubblica serba di Bosnia].

All’inizio di giugno alcune centinaia di cittadini di Sarajevo sono scesi in piazza per esprimere il loro malcontento nei confronti di un’aberrazione prodotta dagli accordi di Dayton [che nel 1995 hanno messo fine alla guerra con la divisione etnica della Bosnia-Erzegovina]. Il caso di una neonata malata è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Infatti la piccola Belmina Ibrisević non ha potuto andare a farsi curare in Germania perché i politici del paese non sono riusciti a mettersi d’accordo sul numero di identificazione nazionale. In assenza di questo numero non è stato possibile consegnare il passaporto.

Dal 12 febbraio nessun neonato ha potuto ottenere un numero di immatricolazione amministrativo. In segno di protesta i cittadini si sono raccolti davanti al parlamento del governo centrale e lo hanno circondato. In questo modo sono riusciti a obbligare i loro rappresentanti a consegnare il passaporto alla bambina malata attraverso una procedura d’urgenza. Ormai a Sarajevo si parla di "Beboluzione" (la rivolta dei bebè). Dall’11 giugno decine di migliaia di persone hanno bloccato il traffico a Sarajevo per chiedere la soluzione del problema dei numeri di identificazione e più in generale un’apertura del paese all’Europa.

Nonostante il divieto di manifestare, a Banja Luka [la capitale della Repubblica serba di Bosnia] sono stati gli studenti universitari a scendere in piazza per difendere i loro diritti. Gli studenti hanno protestato anche a Mostar. In un paese profondamente diviso dal punto di vista etnico, sta nascendo un movimento civico. Nel frattempo si assiste a dei cambiamenti storici tra i vicini della Bosnia-Erzegovina: la Croazia è sul punto di aderire all’Unione europea [il 1° luglio sarà membro dell’Ue], mentre i serbi rinunciano al progetto della Grande Serbia. I nazionalisti di Belgrado hanno fatto un enorme passo in avanti firmando lo storico accordo sulla normalizzazione del Kosovo.

Oggi il presidente serbo Tomislav Nicolić, negli anni ottanta braccio destro di Vojislav Seselj (leader del Partito radicale, attualmente sotto processo al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia all’Aia), sta portando la Serbia verso l’Europa. Si tratta probabilmente del cambiamento politico più importante per l’ex Jugoslavia degli ultimi 20 anni e un segno di speranza per la Bosnia-Erzegovina.

Il ruolo della Croazia

Se il passaporto consegnato a Belmina Ibrisević [nel frattempo la bimba di tre mesi è morta il 16 giugno] permetterà di dare ai bosniaci l’impressione che c’è un modo per cambiare le cose e se la pressione civile continuerà, i politici del paese potrebbero rendersi conto che è nel loro interesse mettersi d’accordo invece di agire per la disintegrazione del paese. Tuttavia i principali partiti dei serbi e dei croati, l’Unione dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) e la Comunità democratica di Bosnia-Erzegovina (Hdz-Bih) hanno continuato a sabotare le istituzioni comuni rifiutando di partecipare alle attività del parlamento "a causa dell’insicurezza provocata dalle manifestazioni di Sarajevo".

Ma se Nikolić riuscisse a convincere Milorad Dodik [il primo ministro della Repubblica serba di Bosnia] che l’Europa è possibile solo sotto la bandiera comune della Bosnia-Erzegovina – dopo il Kosovo questa è la condizione imposta alla Serbia per la sua integrazione europea – si potrebbe contrastare la politica anti-bosniaca della Repubblica serba di Bosnia.

Anche la Croazia deve intervenire seriamente in questo sforzo di persuasione. Tanto più che i dirigenti dell’Hdz-Bih, copiando l’atteggiamento dei deputato serbo-bosniaci, hanno annunciato che non avrebbero più partecipato all’attività del parlamento a Sarajevo. Zagabria non deve allentare la pressione sull’Hdz-Bih. In qualità di nuovo membro dell’Unione europea, la Croazia deve indicare la strada per l’Europa invece di laciare che i suoi vicini le mettano i bastoni tra le ruote.

Da Sarajevo

L’occidentescommette sui manifestanti

Per Dnevni Avaz i rappresentanti della comunità internazionale, che “fanno il bello e cattivo tempo in Bosnia Erzegovina”, hanno deliberatamente scelto di “non mettere fine al ridicolo imbroglio con cui gli uomini politici locali hanno messo in pericolo la vita dei nuovi nati privandoli di codice fiscale nazionale”.

Secondo il quotidiano di Sarajevo l’Ufficio dell’Alto rappresentante internazionale in Bosnia Erzegovina e il Consiglio per la messa in atto della Pace (Pic) hanno invece “deciso di puntare sulla contestazione cittadina che si diffonde a Sarajevo contro l’incuria e l’impunità dei politici e sul movimento di protesta degli studenti di Banja Luka”, (la capitale della Republika Srpska), perché “hanno riconosciuto nei movimenti cittadini una forza capace di fare pressione sul potere”.

L’Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina Valentin Inzko era il primo a sostenere le rivolte contro il potere. […] Anche l’ambasciatore britannico a Sarajevo ha espresso il proprio supporto ai manifestanti. In seguito è arrivato il turno dell’ambasciatore degli Stati Uniti, che ha postato su internet l’appello americano ai cittadini bosniaci a rafforzare lo sguardo critico sulle autorità del paese. […] I nostri politici, invece, suscitano soltanto il disprezzo, il disgusto, la collera e la sfiducia dei cittadini.

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