Analisi Crisi del coronavirus e ambiente

La rinascita dell’Ue passa dalla green economy

Se messi in pratica in modo diligente ed efficace, i provvedimenti per la ripresa annunciati dalla Banca centrale europea e il Next Generation Plan della Commissione europea potrebbero dare inizio a una rinascita per l’Ue. Ma ci sono ancora degli ostacoli da superare.

Pubblicato il 29 Settembre 2020 alle 10:59

Per la prima volta nella storia della Banca centrale europea (Bce), la presidente Christine Lagarde ha reso nota la sua intenzione – decisione non scontata, se si tiene conto della natura indipendente di quell’istituzione – di puntare a obiettivi green o ecosostenibili. Con il piano della Commissione europea volto a indirizzare verso la transizione verde il Fondo per la ripresa da 750 miliardi di euro detto “Next Generation EU’ (NGEU), ambire agli obiettivi del Green Deal europeo potrebbe diventare possibile. 

E non solo: se i leader di queste due importanti istituzioni portassero a buon fine i loro piani per l’ambiente in teoria si potrebbe risolvere un problema insoluto da tempo nell’Ue – cioè l’allineamento delle politiche fiscali e monetarie nella direzione di un fine comune. Se messe in pratica in modo diligente ed efficace, quindi, le misure per la ripresa potrebbero innescare davvero una rinascita nell’Unione europea. 

L’accordo del Consiglio dell’Ue riguardante il Piano per la ripresa, annunciato il 21 luglio 2020, rappresenta un passo avanti decisivo per l’Ue in termini di solidarietà economica e politica. La Commissione europea raccoglierà il denaro sui mercati finanziari per distribuire sovvenzioni e prestiti agli stati membri. Nell’insieme, il pacchetto sarà costituito da 1800 miliardi di euro, di cui 1074,3 destinati al Quadro finanziario pluriennale (Qfp o Multiannual Financial Framework), ossia il consueto budget dell’Ue, e 750 miliardi di euro per il Ngeu. 

Per molti aspetti, la distribuzione del pacchetto prospettata si allinea con il Green Deal e, pur non essendo ambiziosa come previsto in un primo tempo a maggio, è senza dubbio il piano più ecosostenibile mai messo a punto finora nel mondo. Usando il Green Deal come ambito di riferimento, il Fondo per la ripresa e il Qfp potranno essere usati dall’Ue per esercitare pressioni sugli stati membri e indurli a varare iniziative a lungo e breve termine finalizzate a una ripresa economica rispettosa dell’ambiente, robusta e sostenibile. 

Fare di più

“I negoziati del Consiglio europeo per il Piano per la ripresa hanno dimostrato che il cambiamento climatico è una faccenda politica di primaria importanza. Premesso ciò, in alcune aree il piano non stanzia fondi adeguati”, ha detto Manon Dufour, a capo del think tank energetico E3G con sede a Bruxelles. Per il momento, nei prossimi sei anni il Qfp e l’Ngeu destineranno 547 miliardi di euro (il 30 per cento) delle risorse dell’Ue per favorire la transizione ecosostenibile. Questa cifra corrisponde soltanto al 25 per cento degli investimenti necessari richiesti per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo di riduzione del 50-55 per cento delle emissioni.

Inoltre, come abbiamo già riferito in passato, la Banca europea per gli investimenti (Bei) dovrà fare di più per finanziare la transizione verde. Benché abbia perso le garanzie del programma di investimenti Euinvest, fiore all’occhiello della Commissione, la Bei ha un ampio margine per aumentare di oltre il doppio i suoi bilanci con progetti più azzardati ma forse anche più soddisfacenti dal punto di vista del rispetto ambientale, soprattutto se si tiene conto dei tassi favorevoli in corso. 

Eppure, l’aspetto negativo dell’accordo raggiunto dal Consiglio è il dimezzamento del Just Transition Fund, proposto dalla Commissione europea. Il fondo è finalizzato a sostenere le regioni dell’Ue più colpite dalla transizione verso un’economia a bassa emissione di CO2, fattore questo importante per garantire l’inclusione sociale e l’accettazione politica della transizione verde. In ogni caso, secondo Gregory Claeyes e Simone Tagliapietra di Bruegel, nel complesso la decisione è positiva. 

Il ruolo degli stati membri 

Benché il Piano della Commissione per la ripresa apra all’Ue una finestra di opportunità per perseguire le riforme strutturali della sua economia, buona parte della loro attuazione è lasciata alla discrezione dei singoli stati. Il Recovery and Resilience Facility, che costituisce il 90 per cento del Ngeu, esige che gli stati membri mettano a punto e presentino i loro piani individuali di ripresa economica. Una volta presentate, queste proposte saranno valutate dalla Commissione in base a tre criteri: il piano dovrà essere coerente con le raccomandazioni specifiche del semestre europeo per quel dato Paese; dovrà incentivare la crescita e moltiplicare le opportunità di nuovi posti di lavoro; dovrà anche aumentare la resilienza economica e sociale e promuovere un’agenda verde e digitale. 

Quest’ultimo criterio, tuttavia, sarà problematico da soddisfare, tenuto conto della “totale mancanza di una metodologia chiara che stabilisca se un intervento è ecosostenibile o no”, ha detto a EDJNet il responsabile di E3G. “Per controllare e attuare in modo adeguato un intervento sul clima, è indispensabile una sua gestione migliore a livello sia regionale sia nazionale. Per esempio, per il momento la metodologia climatica usata in conformità al Qfp spesso stima in eccesso quanto si spende per il clima”. 

In altri termini, l’impegno degli stati membri nei confronti di un futuro verde e il rigore della Commissione nel definire e far rispettare questi tre criteri determinerà in buona parte in che misura il Piano di ripresa dell’Ue contribuirà a una transizione ecosostenibile. 

Asimmetria fiscale

Sebbene resti da capire in che modo si potrà mettere concretamente in pratica il Recovery and Resilience Facility Plan, l’idea di politiche rispettose dell’ambiente ispiratrici della politica fiscale e di quella economica potrebbe segnalare un cambiamento epocale nell’economia europea. Già prima dell’introduzione dell’attuale valuta, studiosi e politici avevano criticato la messa a punto incompleta o subottimale di una politica di centralizzazione monetaria nell’area euro, lasciando al contempo indipendenti le politiche fiscali a livello nazionale. 

Le misure fiscali e monetarie, infatti, dovrebbero integrarsi a vicenda, ma tenuto conto dell’asimmetria fiscale tra le economie dell’Ue, allineare politica fiscale e politica monetaria è una sfida sempre attuale. Le politiche per l’ambiente potrebbero diventare un’integrazione molto valida per le norme relative all’allineamento fiscale del Patto di stabilità e crescita che non ha ancora raggiunto il livello di convergenza auspicato. 

La promessa di Lagarde di prendere in considerazione innovazioni “più verdi” in tutte le operazioni della Banca centrale europea, compresi gli acquisti di asset, è un primo passo concreto verso la realizzazione di tale convergenza. Tenuto conto dei punti deboli del Piano per la ripresa, la Bce potrà avere un ruolo decisivo ai fini del raggiungimento degli obiettivi auspicati per il clima creando condizioni interessanti per investire a favore di interventi per il clima e l’ambiente. 

Bce “verde”

Isabel Schnabel, membro del consiglio di amministrazione della Bce, in un recente discorso ha sostenuto che per accelerare la transizione in direzione di un’economia a bassa emissione di CO2 sono indispensabili tre capisaldi: un prezzo adeguato per le emissioni, un solido programma di investimenti e un mercato finanziario più verde. Schnabel ha anche sollecitato tutte le banche centrali a adoperarsi per mitigare i rischi per il clima, perché il riscaldamento globale presenta parecchi rischi per la stabilità dei prezzi. Se la Bce attiverà le sue proposte “verdi”, diventerà la prima e più importante banca centrale a usare un programma fiore all’occhiello per l’acquisto di bond e perseguire i suoi obiettivi ecosostenibili. 

Una politica di questo tipo potrebbe suscitare una reazione da parte delle banche private e indurle a utilizzare a loro volta i loro capitali per progetti ecosostenibili. Da questo punto di vista, il sistema finanziario potrà fungere da catalizzatore sia per un intervento a favore del clima sia per allineare gli obiettivi monetari e fiscali. In tutti i casi, affinché i mercati possano sostenere una transizione ecosostenibile, è indispensabile che politiche climatiche uniformi dei vari governi nazionali formino una struttura di riferimento per progetti e imprese ecosostenibili, creando così le premesse per le allocazioni del settore finanziario dove è più necessario. 

In una lettera dello scorso dicembre indirizzata ai membri del Parlamento europeo, la presidente della Bce ha riferito di un’analisi esaustiva in corso da parte della Banca centrale europea su tutte le loro attività, e ha comunicato di aver appurato che “l’Eurosistema ha acquisito una considerevole quantità di green bonds, in virtù sia del CSPP (Corporate Sector Purchase Programme) sia del PSPP (Public Sector Purchase Programme)”. In ogni caso, in linea con quello che ha sostenuto Dufour, tenuto conto dell’assenza di una metodologia ben strutturata che segua bene l’andamento degli interventi a favore del clima, gli esperti della Bce si sono fatti un quadro incompleto dell’impatto delle emissioni sui loro programmi di acquisto di asset, impedendo un’analisi più significativa. “Questo invita alla prudenza, quando si valutano i possibili parametri politici a prescindere dall’uso degli utili e dei business model delle singoli aziende”, ha concluso Lagarde. 

Malgrado le implicazioni del Covid-19, la pandemia ha lasciato spazio all’Ue per riformare la sfida fiscale-monetaria nella quale è impegnata. Fare eccessivo affidamento sulla Bce prima e soprattutto durante la pandemia ha messo in luce l’asimmetria nella sua struttura fiscale e monetaria. Integrando un’altra pietra d’angolo dell’agenda centrale dell’Ue, in particolare gli obiettivi verdi, e utilizzando più misure fiscali per sostenere le politiche monetarie, sia l’Unione sia il clima ne trarranno beneficio. 

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.

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