La solidarietà conviene

La convergenza che ha reso possibile la costruzione dell’Unione europea si basa sull’interesse concreto di tutti i suoi membri. Per uscire dalla crisi bisogna riscoprire questo principio.

Pubblicato su 24 Febbraio 2012 alle 16:19

Alcune parole sono proprie degli europei del continente. È raro sentire britannici o americani parlare di “solidarietà”. Questo vocabolo appartiene al monotono (così appare agli anglosassoni) consensualismo del capitalismo sociale e ai profeti dell’unità europea. Ma negli ultimi tempi la solidarietà si è dissolta, e questo spiega perché l’euro, e l’Unione europea, sono nei guai in cui sono.

Altra settimana, altro cerotto. L’intesa che deve puntellare la Grecia è servita a guadagnare un po’ di tempo in più. Ciò che più conta – così per lo meno siamo indotti a credere – è che la ferita sia stata cauterizzata. Ancora una volta. Eppure, dovrebbe essere lampante che, nel quadro generale, l’ultimo bailout è un evento del tutto trascurabile.

Se la Grecia vuole scongiurare il tracollo economico e sociale le occorrono quanto prima due cose, dalle quali dipende se resterà nell’euro o ne uscirà. La prima è la determinazione politica a riformare radicalmente lo stato e l’economia; la seconda è la disponibilità degli altri europei a saldare il conto dei fallimenti e delle truffe dei precedenti governi greci.

Sorge spontanea una domanda: tale intesa è possibile? I presagi non sono incoraggianti. Dietro le contumelie che segnano il rapporto della Grecia con i suoi partner della zona euro c’è il crollo completo della fiducia. Molti europei – e non mi riferisco soltanto ai tedeschi – non credono che i politici ateniesi manterranno le loro promesse. Molti greci dal canto loro credono che l’austerità draconiana pretesa in cambio dell’alleggerimento del debito sia stata congegnata più per castigarli che per riabilitarli. Un osservatore imparziale direbbe che entrambi hanno in parte ragione.

Da un lato, la Grecia potrebbe essere considerata un’eccezione. È piccola e diversa. Le altre nazioni della periferia della zona euro hanno colto – chi più e chi meno – l’occasione offerta dall’adesione all’Ue per diventare moderni stati europei. L’Irlanda, malgrado tutti i suoi guai contingenti, è sbocciata e si è affermata come nazione fiduciosa delle proprie capacità e affrancata dalla dipendenza storica dal Regno Unito. La Spagna è entrata con entusiasmo nella modernità. I politici greci, invece, non se ne sono mai dati la pena. Vista da Atene, l’Ue è soltanto fonte di ricchezza, più che di ispirazione politica.

Il Portogallo è stato lento nel suo processo di modernizzazione: la sua economia – al pari di quella greca – è abbastanza mal messa, ma quanto meno la sua élite politica ha dimostrato determinazione nel recuperare il terreno perduto. Quindi la fiducia non si è sgretolata. I policymaker a Bruxelles e Berlino non hanno problemi a dichiarare che per loro Grecia e Portogallo sono su due piani diversi.

Distinguere non è così facile come i politici vorrebbero: la ragione per la quale la Grecia ha assunto una tale importanza – pur rappresentando pochi punti percentuali nella produttività complessiva della zona euro – dipende dal fatto che i policymaker hanno permesso che essa contasse estremamente di più per il futuro della zona euro. Il contagio non è un prodotto dell’economia, bensì della politica.

Se i mercati fossero convinti che la Grecia è un’eccezione, la Grecia sarebbe stata messa da tempo in una sorta di quarantena. Invece è stata considerata alla stregua di un test della volontà politica a tutto campo. Se volete, potremmo definirlo un test della solidarietà della zona euro.

La solidarietà – come ha appurato di recente un approfondito studio del think tank parigino Notre Europe – può essere di due tipi. C’è la semplice collaborazione di compromesso – una polizza assicurativa congiunta contro l’eventualità di questa o quella calamità – e c’è l’interesse personale illuminato che porta i governi a fare coincidere gli obiettivi nazionali in una strategia condivisa e sostenuta di integrazione.

L’Unione europea è stata costruita sul secondo tipo di solidarietà. Sessanta anni fa è stato relativamente semplice. Le atrocità delle due guerre mondiali, la minaccia dell’Unione sovietica e gli incoraggiamenti degli Stati Uniti dettero una logica inconfutabile a quello che i padri fondatori chiamarono il processo di costituzione dell’edificio europeo.

Non solo ideali

La solidarietà non era un ideale astratto di sognatori federalisti. Era parte integrante di un pragmatico calcolo degli interessi. Permise alla Francia di affermare la propria leadership politica e alla Germania di ricostruire la propria economia e mantenere viva la prospettiva della riunificazione, mentre l’Italia poté aspirare alla modernizzazione e gli stati più piccoli riuscirono a garantirsi voce in capitolo negli affari del continente. Certo, la solidarietà riuscì anche a far leva su un nobile altruismo e sull’amicizia tra i popoli, ma nacque come semplice interesse privato.

La moneta unica è stata l’ultima espressione di questo convergere di interessi nazionali e reciproci: ha simboleggiato concretamente la nozione che il futuro economico e politico dei suoi membri era a tal punto interconnesso da rendere possibile la convergenza delle sovranità. L’enorme iattura di tale progetto è stata quella di essere lanciato nel momento stesso in cui la maggior parte degli altri motivi della solidarietà – i ricordi della seconda guerra mondiale, la minaccia esistenziale del comunismo, la Germania divisa – stavano iniziando a venir meno.

Ci sono ancora moltissime ragioni per cui le nazioni europee hanno interesse a collaborare tra loro. La più ovvia è la necessità di aver voce in un mondo che appartiene sempre più a qualcun altro. Germania, Francia e Regno Unito sono troppo piccole per questo mondo. Ma, per quanto siano importanti, nessuna di queste ambizioni – mettere a punto normative commerciali, affrontare e risolvere il cambiamento del clima, garantire la fornitura di energia, o ancora promuovere la democrazia e la stabilità – è così impellente quanto preservare la pace nel continente europeo.

La solidarietà è tornata alla ribalta durante la crisi dell’euro, nella sua variante di solidarietà di compromesso e a somma zero: i paesi creditori faranno questo soltanto se i paesi debitori faranno quello. Si potrebbe dire che è meglio di niente. Fino a questo momento le cose sono pur sempre andate avanti. Ma questo non basta a spiegare perché i contribuenti del nord Europa dovrebbero pagare i debiti del sud Europa, o perché questi ultimi dovrebbero considerare le penose riforme come un’opportunità più che un castigo. Per questo è necessario l’altro tipo di solidarietà.

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