La vecchia trappola del referendum Ue

Parlare di un referendum sulla permanenza del Regno Unito all’Unione europea è ormai un classico della politica britannica. Tuttavia tornando sull’argomento il primo ministro David Cameron si espone alla pressione dei suoi alleati euroscettici senza ottenere nulla in cambio.

Pubblicato il 3 Luglio 2012 alle 15:27

I problemi dell’Unione europea coinvolgono inevitabilmente anche il governo britannico, qualunque sia l’orientamento di Downing street. La crisi dell’euro ne è un esempio lampante.

Evidenziando un difetto strutturale nella progettazione della moneta unica - l’impossibilità di prescrivere una disciplina finanziaria comune alle diverse economie nazionali - la crisi dell’eurozona ha messo gli euroscettici britannici nelle condizioni di poter dire “Ve l’avevamo detto”. Inoltre l’evidente soluzione al problema - una più stretta unione fiscale - potrebbe avere avere effetti nefasti sull’egemonia della City, e questo comporta un grosso vantaggio elettorale per gli euroscettici.

Il discorso tenuto [dall’ex segretario alla difesa] Liam Fox alla Taxpayers’ Alliance è soltanto l’ultimo attacco sferrato da una corrente conservatrice che ha deciso di manifestare con forza la propria insoddisfazione e di formare un fronte comune con il redivivo Ukip (Partito per l’indipendenza del Regno Unito). L’eventualità di un referendum sta suscitando molto clamore, anche se ancora non è chiaro cosa si vorrebbe sottoporre al giudizio degli elettori, se la natura delle relazioni tra Regno Unito e Unione europea o l’eventuale uscita di Londra dall’Ue. Finora, va detto, è tutto abbastanza prevedibile e avvilente.

Ancor più preoccupante è l’imprudente decisione del primo ministro di sollevare la questione del referendum proprio adesso. Negli ultimi tempi Cameron e il cancelliere erano riusciti a mantenere una posizione chiara: il Regno Unito fa bene a restare fuori dall’euro, ma la sopravvivenza della moneta unica è comunque una buona notizia per Londra.

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Lanciare questo messaggio non è stato facile, ma la bontà della tesi è abbastanza evidente: le difficoltà dell’euro colpiscono inevitabilmente l’economia britannica, e un fallimento della moneta unica comporterebbe un danno enorme per il Regno Unito. Cameron, insomma, avrebbe dovuto restare fedele a questa linea e ignorare le richieste di un referendum, e se in seguito avesse avuto bisogno di un alibi avrebbe potuto come sempre dare la colpa ai Lib-dem.

Con il suo intervento sul Sunday Telegraph il primo ministro ha invece dato l’impressione di voler trattare con coloro che chiedono un referendum e in questo modo ne ha rafforzato le pretese. Ora gli euroscettici potranno attaccare con più decisione, per poi gridare allo scandalo quando risulterà evidente che non è cambiato nulla. Per loro l’articolo di Cameron rappresenta un’apertura verso un referendum sull’Europa, anche se le parole del primo ministro sono state abbastanza vaghe. In realtà, infatti, Cameron ha scritto di non essere “contrario ai referendum sull’Europa”, non di essere esplicitamente favorevole.

Effetto boomerang

Il primo ministro ha spiegato chiaramente di non volere “un rapido referendum dentro/fuori”, ma non ha escluso a priori la possibilità di chiedere l’opinione degli elettori. In questo modo ha alimentato le speranze di chi è contrario alla permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione europea, dopo averle stroncate appena due giorni prima in occasione del vertice di Bruxelles. All’impressione di debolezza nei confronti degli euroscettici Cameron ha dunque aggiunto quella di un’incoerenza politica, e nella sua apparizione alla Camera di ieri non ha fatto nulla per migliorare la sua posizione.

Ormai il primo ministro dovrebbe aver capito che qualsiasi concessione all’ala euroscettica del suo partito può avere un effetto boomerang. Onorando la promessa di ritirare i deputati europei conservatori dal principale blocco parlamentare di centro destra, ha sconvolto i suoi alleati naturali in Europa e compromesso l’influenza britannica.

Oggi con la sua posizione ambigua sull’ipotesi di un referendum non fa altro che aumentare i dubbi dell’Europa sul suo impegno (e quello del Regno Unito). Un primo ministro con una maggioranza rispettabile può permettersi il lusso di prendere le distanze dalle correnti più faziose del suo partito, a maggior ragione se guida una coalizione di governo. La crisi dell’euro è già abbastanza seria di per sé, e trasformandola in un dramma politico britannico Cameron non fa che peggiorare le cose.

Opinione

Una sola domanda: “dentro o fuori?”

“Tutti i discorsi sulla rinegoziazione [della relazione tra Regno Unito ed Europa] sono soltanto un contorno alla questione centrale, ovvero stabilire se il Regno Unito vuole restare o meno uno stato dell’Unione europea”, scrive Philip Johnson sul Daily Telegraph. Per ipotizzare cosa potrebbe accadere in caso di referendum, Johnson ricorda i dettagli della campagna che ha circondato il referendum del 1975 sull’adesione del Regno Unito a quella che all’epoca era nota come Comunità economica europea.

Chi pensa che possiamo avere un referendum che non preveda la domanda ‘vogliamo stare dentro o fuori?’ si sta soltanto illudendo. Si ripeterà quanto accaduto nel 1975: il governo stabilirà una serie di obiettivi per il negoziati. Alcuni di essi saranno raggiunti ma la maggior parte resteranno disattesi. Alla fine Londra dirà al popolo britannico che il paese farebbe meglio a restare all’interno dell’Ue sulla base di questi risultati. Per quando David Cameron si impegni per sembrare un euroscettico, non ha intenzione di abbandonare la politica seguita dal Regno Unito negli ultimi 60 anni.

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