Opinione Ucraina, Russia e elezioni in Ungheria

L’Europa incastrata tra il nemico interno ungherese e quello esterno russo

C’è del marcio nel cuore dell’Unione europea: ecco cosa ci racconta la vittoria di Viktor Orbán alle elezioni legislative dello scorso 3 aprile. Una (ri)elezione che potrebbe anche complicare la situazione dell’Ucraina. L’analisi dello storico britannico Timothy Garton Ash, dal Guardian.

Pubblicato il 7 Aprile 2022 alle 10:49
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Domenica 3 aprile sera ero in piedi in mezzo a una folla, fredda e sconsolata, nel centro di Budapest. Stavo ascoltando il leader dell'opposizione ungherese, Péter Márki-Zay, ammettere la sconfitta alle elezioni legislative. Nel frattempo il feed Twitter sul  mio telefono ha cominciato a riempirsi di immagini di civili ucraini assassinati nella cittadina di Bucha. Alcuni avevano le mani legate dietro la schiena. Accanto a una donna assassinata giaceva un portachiavi con un ciondolo con la bandiera europea. Gli orrori ucraini sono certamente e chiaramente  molto peggiori delle miserie ungheresi, ma tra i due eventi ci sono dei fatali collegamenti. 

Amara ironia:  mentre veniamo a conoscenza di alcune delle peggiori atrocità della guerra del presidente russo Vladimir Putin contro l'Ucraina il suo più stretto alleato tra i leader dell'Ue, il premier ungherese Viktor Orbán, viene rieletto. In parte anche grazie al fatto che ha saputo trasformare questa guerra in un suo vantaggio politico.  

Oltre a sfruttare tutti i vantaggi di un sistema che aveva già costruito durante i suoi anni al potere – come i collegi elettorali ridisegnati e il controllo quasi totale dei media – Orbán ha vinto raccontando agli ungheresi che li avrebbe tenuti fuori da questa guerra e che le loro bollette del riscaldamento sarebbero rimaste basse grazie agli accordi sul gas conclusi con Putin. 


Nel giugno 1989 ho sentito un giovane e idealista Orbán chiedere il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria, lo stesso cinico e attempato personaggio che oggi rifiuta far passare le forniture di armi attraverso per aiutare l’esercito ucraino a “mandare a casa i russi”


Nel suo discorso post elezione, il leader ungherese ha elencato gli "avversari" che ha sconfitto. Questi includono i mezzi d'informazione internazionali, i burocrati di Bruxelles e il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che lo ha ferocemente criticato per l’opposizione alle forniture di armi e alle ulteriori sanzioni di cui l'Ucraina ha disperatamente bisogno. Orbán, mentre Putin si congratulava per la sua vittoria, ha chiaramente indicato chi sono i suoi nemici.

Se la coalizione ungherese di opposizione di sei partiti guidata da Péter Márki-Zay avesse vinto l'Ungheria sarebbe diventata un alleato occidentale di fronte all'aggressione russa, come stanno dimostrando altri paesi dell'Europa centrale come la Polonia e la Repubblica Ceca. 

“Russians go home!”, hanno cantato alcuni giovani alla fine della sconsolata veglia dell'opposizione a Budapest, citando uno slogan dell'epoca dell'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956. 


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Rientrando a mezzanotte, attraverso una piazza degli Eroi deserta, mi è tornato in mente che proprio qui, nel giugno 1989, ho sentito un giovane e idealista Orbán, chiedere il ritiro delle truppe sovietiche dall'Ungheria, lo stesso cinico e attempato personaggio che oggi rifiuta categoricamente, di far passare le forniture di armi occidentali attraverso l'Ungheria per aiutare l'esercito ucraino a “mandare a casa i russi”. Mi chiedo cosa pensi quando si guarda allo specchio.

Un governo formato dall’opposizione avrebbe anche aderito alla Procura europea, consentendo di combattere la corruzione, ben documentata in Ungheria, nell'uso dei fondi Ue, e avrebbe cacciato la Banca Internazionale degli Investimenti, che secondo l'opposizione è strettamente legata al regime di Putin. Una vittoria dell’opposizione avrebbe avviato il difficile processo di ritrasformazione dell'Ungheria in una vera democrazia liberale…

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