Multiculturalismo o declino

Un rapporto compilato da otto politici e intellettuali europei sostiene che senza l’afflusso di forze fresche dall’esterno il vecchio continente è destinato al tramonto. La società multiculturale, data per spacciata da molti, è l’unica possibile.

Pubblicato su 25 Maggio 2011 alle 14:48

L’11 maggio, in pieno dibattito sull’immigrazione, il Gruppo di eminenti personalità guidato da Joschka Fischer ha presentato un rapporto intitolato “Vivere insieme: come coniugare diversità e libertà nell’Europa del XXI secolo”, il cui messaggio è il seguente: a meno di saper coltivare la propria diversità, l’Europa si ritroverà inevitabilmente svantaggiata sul piano demografico. Ciò si spiega con un dato molto semplice: senza immigrati, la popolazione attiva diminuirà di cento milioni di persone entro i prossimi cinquant’anni, mentre la popolazione complessiva andrà progressivamente aumentando e invecchiando.

L’Europa dovrà dunque aprirsi all’immigrazione e alla diversità nel proprio tessuto sociale. Del resto, non si può chiedere agli immigrati di abbandonare alle frontiere la loro religione, la loro cultura, la loro identità. Secondo il Gruppo, composto da otto illustri personalità tra cui l’ex segretario generale della Nato Javier Solana, l’ex commissaria Ue Emma Bonino e lo scrittore Timothy Garton Ash, non è un problema il fatto che gli immigrati portino con sé il loro bagaglio culturale, finché rispettano la legge. Anzi: sarebbe un bene, poiché l’arrivo di nuove culture può contribuire alla creatività di cui l’Europa, oggi più che mai, ha grande bisogno.

Trasmettere questo messaggio è difficile, in quanto va controcorrente rispetto al discorso populista secondo il quale l’immigrazione di massa è una minaccia per l’occidente. Con il suo gruppo, l’ex ministro tedesco degli esteri fa immediatamente appello ai dirigenti europei, non soltanto nella sfera politica ma anche nel mondo della cultura, dei media, della scuola, affinché si ribellino ai falsi profeti. Gli esperti reputano che piegandosi al populismo e rendendolo allettante agli occhi dei cittadini, i politici che appartengono alle grandi correnti non assolvano alla loro missione di classe dirigente. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, il primo ministro britannico David Cameron, la cancelliera federale tedesca Angela Merkel farebbero bene a prenderne nota.

Negli ultimi tempi, infatti, questi leader hanno dichiarato che la società multiculturale ha fallito. Fischer e i suoi esperti, che hanno lavorato su mandato del Consiglio d’Europa, evitano accuratamente di adoperare questo termine in bilico tra ideologia e realtà. Constatano, molto semplicemente, che in Europa la diversità è una realtà di fatto e che il continente non può deviare da questa realtà, a meno di tradire lo stato di diritto democratico e abbandonare il proprio posto in un mondo dove la concorrenza di Cina, Asia meridionale, India e Brasile è sempre più forte.

L’11 maggio, in un lungo discorso pronunciato nella città texana di El Paso, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha incoraggiato la regolarizzazione dei clandestini, quantificabili in circa 11 milioni di persone. Negli Stati Uniti l’immigrazione è controversa quanto in Europa. Anche lì è una questione scottante che genera polemiche e ostilità. Anche lì si constata la medesima forma di ipocrisia: i clandestini sono i benvenuti per fare i mestieri più ingrati in cambio di un magro salario. E la disponibilità di tali posti di lavoro esercita una notevole forza d’attrazione.

Altro punto in comune tra Stati Uniti ed Europa è il fenomeno della migrazione da sud a nord. Oggi negli Stati Uniti un americano su sei è di origine latino-americana: quest’anno la categoria ha superato per numero la popolazione di colore e lo spagnolo è ormai ufficiosamente la seconda lingua del paese.

L’America è differente

Il simbolo della forza di attrazione che l’Europa prospera e democratica esercita sulle popolazioni africane e asiatiche è la piccola isola di Lampedusa. Questo fenomeno migratorio è destinato a continuare, e secondo Obama e Fischer sarà una vera benedizione finché resterà nei binari. Esiste invece una differenza sostanziale tra Stati Uniti ed Europa: Obama può inserire il suo sostegno all’immigrazione in un discorso più ampio sulla storia e la potenza del suo paese.

A El Paso Obama ha detto: "Pensate a Intel, Google, Yahoo e eBay, grandi società americane che ci offrono un netto vantaggio nel settore dell’alta tecnologia. Ebbene, queste imprese hanno qualcosa in comune: sono state fondate da immigrati. Un mese fa a Washington ho preso un taxi il cui conducente era di origine etiope che mi ha detto: ‘Il sogno americano è un’illusione per la maggior parte delle persone, ma è proprio quello a motivarle’”.

All’Europa manca proprio questo tipo di retorica che riveste un ruolo stimolante. Ormai un po’ ovunque nel vecchio continente prevale una narrativa negativa e gli argomenti economici e culturali a favore dell’immigrazione non sono più così importanti nell’attualità e nel dibattito politico. (traduzione di Anna Bissanti)

Dalla Spagna

L’immigrazione conviene

"La Spagna esce vincitrice" dalla sfida dell’immigrazione, scrivono su El País gli accademici María Bruquetas Callejo e Francisco Javier Moreno Fuentes: secondo i due studiosi "i lavoratori stranieri, demonizzati durante la recente campagna elettorale dal populismo xenofobo, versano di più nelle casse dello stato di quanto non ricevano in cambio". "Le cifre smentiscono i pregiudizi", scrivono i due, sottolineando che per quanto riguarda l’assistenza sociale gli immigrati sono "contribuenti netti", perché sono giovani e il loro tasso di impiego è più altro rispetto alla popolazione autoctona. Oggi gli immigrati che percepiscono una pensione in Spagna sono meno dell’1 percento, pur rappresentando il 10 percento della manodopera. Callejo e Fuentes sottolineano che le spese per l’educazione e la salute degli immigrati sono passate dall’1 percento del 2000 a rispettivamente il 5 e 6 per cento nel 2007, restando ben al di sotto della proporzione tra popolazione immigrata e autoctona (12 per cento). I due studiosi precisano anche che "la concentrazione degli immigrati in certi quartieri e comuni ha provocato uno squilibrio tra la domanda e l’offerta di servizi sociali, e dunque un deterioramento e un degrado delle aree" per il quale "la colpa è stata data dagli abitanti locali agli immigrati". Ecco perché, concludono Callejo e Fuentes, "l’intervento delle amministrazioni pubbliche è fondamentale per ridurre l’impressione che ci sia concorrenza per ottenere servizi rari, che alimenta la xenofobia".

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