Opinione Dopo l'incarcerazione di Aleksey Navalnij

Putin sta facendo di Navalnyj il Mandela russo?

Jaka Bizilj, presidente della fondazione Cinema for Peace, è la persona, che lo scorso agosto, ha portato Aleksey Navalnyj a Berlino dopo il suo avvelenamento in Russia. Secondo Bizilj la decisione di Putin di imprigionare Navalnyj rischia di farne un martire.

Pubblicato il 12 Febbraio 2021 alle 09:00

La condanna di Aleksey Navalnyj a tre anni e mezzo in una colonia penale è, per il presidente russo, la punizione per non aver rispettato la libertà vigilata e aver informato la polizia russa di essere stato avvelenato al novichok (dai servizi segreti russi ed essere successivamente entrato in coma). Ero con lui sull'aereo privato che lo ha condotto in un ospedale tedesco per salvargli la vita. 

L’assurda sentenza inflitta oggi a Navalnyj racconta una Russia che, a sotto Vladimir Putin, sta tornando inarrestabilmente ai vecchi modi autoritari dell’Unione Sovietica, in cui Putin ha iniziato la sua carriera nel KGB, lavorando con la Stasi nei suoi primi giorni a Dresda. Questa deriva è sempre più evidente: l’omicidio di Anna Politkovskaya nel 2006, la manipolazione della Costituzione dopo il 2008 per permettere a Putin di essere eletto senza limiti,  l’arresto delle attiviste delle Pussy Riot, l’annessione della Crimea, l’omicidio di Boris Nemtsov nel 2015, le misteriose morti di attivisti e l’avvelenamento di figure dell'opposizione. 

E ora il caso di Navalnyj, con prove inconfutabili di un’unità d’assalto del FSB, i servizi segreti, coinvolta in ulteriori uccisioni di attivisti dei diritti umani, come raccontano le rivelazioni di Bellingcat.

Al contempo, circolano sempre più informazioni sul più grande scandalo di corruzione che il Paese ha mai visto, la “Reggia sul Mar Nero” di Putin del valore di un miliardo di dollari. Settanta milioni di russi (ossia metà della popolazione) hanno guardato il documentario di due ore che racconta la vicenda. Tra i cittadini si sta diffondendo un sentimento di rabbia e indignazione e per questo sventolano scopini dorati in riferimento a quelli che costano 700 euro nel palazzo “Aquadisco”, con il suo night club e il suo stadio sotterraneo di hockey su ghiaccio. Nel frattempo, nel Paese i pensionati faticano ad arrivare a fine mese.

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Imprigionando Navalnyj, Putin rischia di trasformare il leader dell’opposizione in un martire, un Nelson Mandela russo.

Gli indici di gradimento di Putin erano fino a poco fa comunque superiori al 50%, grazie ai media di stato controllati, ma il (doppio) tentato assassinio di Navalnyj, le ondate arbitrarie di arresti e l’esposizione di livelli folli di corruzione hanno cambiato le cifre: il numero di oppositori è in aumento. Colpisce il fatto che, nonostante l’incredibile ondata di arresti e la brutalità della polizia, le persone continuino a manifestare, persino gli autisti dei treni e delle auto mostrano la loro solidarietà suonando il clacson. 

Con ogni arresto, Putin diventa più simile al defunto leader della Repubblica Democratica tedesca Erich Honecker: si sta avvicinando all’abisso, dando inizio alla sua stessa dannazione. Quando Gorbaciov ha aperto la porta alla democrazia e alla libertà in Russia per la prima volta dopo 1000 anni, la vecchia nomenklatura sovietica ha cercato di distruggere tutto con il colpo di stato del 1991. Ma i russi avevano vissuto le libertà a cui non volevano rinunciare: hanno affrontato i carri armati a mani nude per difendere la loro Casa Bianca.

Il gasdotto Nordstream 2 non può più essere giustificato come atto di buona coscienza e otto fedeli di Putin (“gli 8 di Navalnyj”) devono affrontare delle sanzioni: Germania, Francia, Stati Uniti e altri paesi hanno denunciato Putin per il caso Navalnyj.

L’intero popolo russo li seguirà? Come affermato da Aleksey nel suo ardente discorso in tribunale: “Non si possono arrestare milioni e centinaia di migliaia di persone. Spero vivamente che la gente se ne renda conto, sono sicuro che accadrà”.


Jaka Bizilj è il fondatore dell’iniziativa Cinema for Peace. Ha scortato Aleksey Navalnyj su un aereo privato a Berlino il 22 agosto 2020 su richiesta delle Pussy Riot, un gesto umanitario sostenuto dal Governo tedesco e dai presidenti di Francia e Finlandia. Ha scritto questo intervento per l'Associazione dei giornalisti europei, di cui Voxeurop è parte.


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