Nuova vita per l’euro

Priva della tutela di un’autorità politica, finora la moneta unica dipendeva dai mercati. Ma con il sostegno offerto alla Grecia i Ventisette rivoluzionano il quadro e creano un sistema in cui tutti devono essere responsabili.

Pubblicato il 12 Febbraio 2010 alle 16:59
 | Manifestazione per la nascita dell'euro a Parigi nel 1999. (AFP)

Il vertice dei capi di stato e di governo sulla Grecia a Bruxelles merita di essere definito storico: ha cambiato i principi di funzionamento dell’Unione monetaria europea. Da oggi l’euro è un’altra moneta. Ed è una possibilità da sfruttare. Gli stati membri dell’Ue hanno trovato un accordo di principio per fornire alla Grecia un aiuto finanziario di emergenza, anche se i greci potranno accedere al mercato dei capitali solo a partire da aprile. Il segnale, rivolto anche ai mercati finanziari, è il seguente: l’Unione non abbandona i suoi membri più indebitati. La zona euro, basata sulla solidarietà, resta vicino ai suoi paesi quando si tratta di evitare la minaccia di un fallimento statale. Non si sa ancora se questo aiuto prenderà la forma di crediti, di garanzie o dell’acquisto del debito di stato, ma non è questo l’importante.

Quello che conta è che oggi a Bruxelles è stato cancellato uno dei fondamenti dell’Unione monetaria: il principio in base al quale gli stati membri non dovrebbero aiutarsi fra di loro. Questo passaggio era stato inserito nei trattati europei su richiesta della Germania, per costringere i governi all’autodisciplina. Ma oggi non ha più valore, perché ogni stato membro sa che quando si troverà in difficoltà potrà contare sugli altri. È una vera e propria violazione del trattato, e l’artefice è proprio un cancelliere tedesco conservatore. Ma se la misura può porre dei problemi da un punto di vista giuridico, in termini economici era ormai più che necessaria. Infatti la clausola sul divieto di intervento non ha permesso di evitare gli eccessi, che comprendono tanto l’indebitamento della Grecia quanto l’eccessiva dipendenza della Germania dalle esportazioni.

Solidarietà e interessi

Il sistema in vigore finora si basava sulla forza correttrice dei mercati finanziari. In realtà questi mercati non hanno finora sanzionato i paesi indebitati con dei tassi più elevati, che li avrebbe costretti al consolidamento. Al contrario, i mercati hanno prestato loro altro denaro, aprendo la strada a nuove ondate di speculazione. Ma a causa della crisi finanziaria, i tassi di interesse che il governo di Atene doveva pagare per i suoi prestiti sono saliti alle stelle. E la speculazione è tornata a colpire l’euro. Con la decisione dei dirigenti Ue, un meccanismo statale si sostituisce a quelli del mercato. L’Ue aiuta i paesi che hanno bisogno e in cambio controlla le loro politiche economiche. L’Ue dovrà quindi sanzionare i greci se non riusciranno a ripianare il loro deficit, e i tedeschi se priveranno i loro vicini di quote di mercato praticando il dumping salariale.

Non c’era altra soluzione: un fallimento della Grecia avrebbe potuto trascinare con sé altri stati in difficoltà, innescando così il crollo di alcune banche tedesche, che hanno sui loro conti miliardi di euro di crediti nei confronti della Grecia e di altri paesi. Gli esportatori tedeschi avrebbero perso dei mercati. L’aiuto alla Grecia non è solo un gesto di solidarietà, ma è anche nell’interesse della Germania. La decisione dell’Ue avrà enormi ripercussioni politiche. L’Unione monetaria può funzionare solo se tutti gli stati che ne fanno parte rinunciano alla loro sovranità. Il governo greco deve sottomettersi alle regole di austerità che gli vengono imposte da Bruxelles, mentre i contribuenti tedeschi e degli altri paesi dovranno assumersi il costo del salvataggio. Questo potrebbe far implodere l’Europa, o al contrario portare a un’autentica unione politica. L’euro è sempre stato un edificio traballante, una moneta senza stato. Se tutto andrà bene, adesso poggerà su quella base politica che gli mancava. Un risultato che è destinato a rafforzare la moneta comune, non a indebolirla. (adr)

OPINIONE

È il momento di varare l’Fme

Grecia, Spagna e Portogallo devono fare i conti con la sfiducia dei mercati. Le loro economie registrano infatti dei premi di rischio sempre più elevati, che rendono sempre più difficile il rimborso del loro debito pubblico. Se questi paesi non facessero parte della zona euro, ci troveremmo di fronte a una situazione conosciuta: o lo stato si mette a stampare banconote, con il rischio di creare inflazione e un impoverimento dell’economia sul lungo periodo, o fa ricorso al Fondo monetario internazionale (Fmi). Quest’ultimo mette a disposizione della banca centrale una linea di credito con la quale i creditori esteri saranno rassicurati sulla capacità del paese di rimborsare i propri debiti. Ma nella zona euro cosa si può fare? Lo stato non ha né una propria moneta né un tasso di cambio. Se la crisi è limitata a un solo stato, la sfiducia non si estende agli altri paesi dell’Ue e quindi alla moneta della zona. L’Ue è la prima azionista dell’Fmi, e la sua è la seconda moneta di riserva al mondo. Perché allora non costituire un Fondo monetario europeo (Fme)? I paesi asiatici, che non hanno una moneta comune, hanno già creato il loro Fondo monetario asiatico.

Bisogna creare uno strumento finanziario adeguato, che permetta di prestare a un paese in difficoltà a un tasso di interesse normale. Questa fondo potrebbe funzionare in diversi modi: mutualizzare un prestito sovrano degli stati della zona euro, far partecipare ai prestiti la Commissione nel quadro di un fondo di stabilizzazione congiunturale, creare delle linee agevolate di credito della Banca centrale europea (Bce). Accanto a questo primo strumento rappresentato dall’Fme, l’Ue dovrebbe dotarsi anche di una gestione più forte. In altre parole, è necessario accelerare l’integrazione della zona euro. (adr)

Stéphane Cossé, Le Monde

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