Orgoglio e pregiudizi

Nonostante gli sforzi del premier Mario Monti per persuadere l’opinione pubblica tedesca, i suoi concittadini lamentano un sentimento anti-europeo in Germania. La colpa è di molti pregiudizi, ma anche dell’atteggiamento degli italiani.

Pubblicato il 6 Agosto 2012 alle 15:03

Come facciamo a convincere i tedeschi che non vogliamo i loro soldi? Mario Monti ce l’ha messa tutta questa volta, nell’intervista apparsa ieri su Der Spiegel. Forte della sua competenza, di nuovo ha tentato di spiegare che l’aiuto a Grecia, Irlanda, Portogallo l’abbiamo pagato noi più che loro, e che ai tassi attuali sul debito pubblico sono gli italiani e gli spagnoli a sovvenzionare i tedeschi, non il contrario.

Farsi capire non è facile. In Germania oggi le difficoltà dell’unione monetaria non stanno soltanto producendo un disincanto di massa verso l’integrazione europea, speculare a quello che vediamo anche da noi. C’è anche un fenomeno culturale che coinvolge una parte della classe dirigente tedesca, incline a ritenere di aver ragione contro tutto il resto del mondo o quasi.

La scoperta che dal prolungarsi della crisi la Germania guadagna l’ha già strillata come scoop al suo pubblico assai popolare il quotidiano Bild la settimana scorsa. Sessanta miliardi di euro negli ultimi trenta mesi era il calcolo; diversi esperti lo ritengono abbastanza verosimile. Eppure, poco si è smosso. I populisti si gloriano di questa ulteriore prova successo della patria; i più fanno finta di non vedere.

Che cosa sta accadendo sui mercati lo hanno spiegato benissimo al New York Times di venerdì scorso alcuni operatori finanziari. Sanno che i titoli di Stato italiani, agli attuali alti rendimenti, sarebbero un ottimo affare; ma continuano a venderli invece di comprarli per paura che tra i loro colleghi prevalga uno «tsunami di pessimismo collettivo» capace di spingere l’Italia al dissesto.

Questa è la realtà che molti economisti tedeschi negano; la loro teoria non la contempla, dunque non esiste. Sostengono che rendimenti al 6-7% per il debito di Italia e Spagna sono razionali, anzi ben gli sta. Ciò che ora brucia è che la Bce abbia riconosciuto quella realtà, contrario il solo rappresentante della Bundesbank. Sta qui l’importanza delle decisioni di giovedì scorso.

Il nuovo nazionalismo tedesco perlopiù risponde parlando d’altro, in un corto circuito pericoloso tra demagogia elettorale e dogmi di un mondo accademico conformista. Si accusano i Paesi del Sud e la Francia di voler condurre la Bce a stampare moneta per finanziare gli sprechi dei politici, come avveniva nel loro passato. In Italia l’irresponsabile pratica era stata interrotta già nel 1981, dieci anni prima del Trattato di Maastricht.

Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che diversi eventi italiani hanno contribuito ad alimentare la sfiducia tedesca. Negli Anni 90 i due Paesi soffrivano di mali simili; durante il decennio successivo a Berlino si sono succeduti governi capaci di curarli, a Roma no. Il troppo spiccio invocare gli eurobond da parte dei nostri politici tradisce il desiderio che i tedeschi paghino una parte del conto per noi.

È buono, seppur sia anche bizzarro, che il compromesso uscito dal consiglio della Bce preveda una condizionalità politica agli interventi per domare i mercati (proprio perché si tratta di raddrizzarli, non si creerà moneta in eccesso). Esploriamo un territorio nuovo, dove in ogni momento occorre verificare che cosa va deciso con il voto dei cittadini e che cosa è compito dei tecnici. In entrambi i Paesi, si deve guardare più allo spirito che alla lettera delle Costituzioni che ci hanno dato la democrazia alla fine degli anni 40; e i Trattati europei, se serve, si modificano.

Visto dalla Germania

“Tutti merkelizzati”

Dopo l’ultima prima pagina shock del quotidiano il Giornale, che evocava l’avvento del “Quarto Reich”, il corrispondente da Roma dello Spiegel online racconta la sua esperienza di tedesco all’estero che si scontra con la collera degli italiani, sottomessi alla politica di rigore voluta da Bruxelles e Berlino.

In Italia la rabbia contro la Germania è palpabile […]. Nei bar e nei caffè come nelle chiacchiere tra i vicini, i tedeschi sono invitati a spiegare perché una nazione intera stia seguendo “la Merkel” nella sua politica di crisi.

Il corrispondente racconta del suo vicino Camillo, felice che la Germania – “finalmente loser” – sia in fondo al medagliere olimpico, testimone della resurrezione di nomignoli come “crucchi” e “panzer” e della sfortuna di un giovane che si rende conto troppo tardi di essere l’unico tedesco in un corso d’italiano, e diventa il bersaglio dell’ostilità dei suoi compagni dopo aver dichiarato che “non siamo una famiglia. I greci devono sbrigarsela da soli. Hanno lavorato troppo poco e sono rimasti troppo a lungo seduti al bar.”

Davanti a un trentenne italiano che gli chiedeva perché i tedeschi parlano dell’Italia come di un paese in via di sviluppo nonostante sia la terza economia dell’eurozona e abbia versato 125 miliardi di euro nel Fondo europeo di salvataggio finanziario (contro i 190 della Germania), il giornalista dello Spiegel si pone un interrogativo:

Cosa devo rispondere? Che in ciascun paese dell’eurozona esiste una versione speciale della crisi, con le sue vittime e i suoi carnefici? C’è una verità per ciascun paese, che i politici e i media riportano dai vertici di Bruxelles e da altri luoghi di scontro tra i 27. E ciascuno si limita alla sua.

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