Idee Democrazia in Europa

Più potere alla gente!

Come hanno dimostrato le recenti rivolte in Iran, in Spagna o in Turchia internet fornisce ai cittadini numerosi strumenti di azione politica. La maggior parte potrebbe essere usata in Europa per superare la crisi democratica attuale, ritiene un economista francese.

Pubblicato su 18 Luglio 2014 alle 21:55

Il fatto che cittadini di regimi democratici critichino il fallimento di questi regimi nel raggiungere gli obiettivi annunciati, e dubitino persino della loro capacità a raggiungerli affatto fa parte dell’essenza della democrazia stessa. Ma non è un motivo per ignorare la profondità della crisi profonda e globale delle democrazie, e in particolare dell’intensità di questa crisi in Europa.

Malgrado dei processi democratici come le elezioni e le votazioni in parlamento c’è un diffuso sentimento che le nostre società sono governate da un piccolo gruppo di persone che sfruttano per il proprio benessere e profitto gli interessi economici, politici e dei mezzi d’informazione.

Anche se, grazie alla rivoluzione digitale, un numero crescente di attività possono svolgersi senza transazione monetaria, il pensiero politico maggioritario è dominato da uno stretto economicismo.

Diverse analisi sono state proposte, più o meno coerenti, per trovare dei modi per superare questa crisi democratica. La prima si concentra sull’evoluzione oligarchica delle nostre classi dirigenti — l’aumento delle diseguaglianze e del modo in cui gli vengono serviti gli interessi di un nuovo gruppo di super-ricchi.

La seconda descrive le nostre società come postdemocratiche, e si concentra più sui processi istituzionali e sul ruolo delle tecniche manageriali nella distruzione del tessuto sociale e democratico.

La terza analisi mette l’accento sul doppio ruolo della rivoluzione digitale, che da un lato rafforza la capacità di vaste organizzazioni a organizzare la produzione secondo modalità che indeboliscono le resistenze collettive e di controllare e sorvegliare le società; dall’altro, consente a gruppi e individui di sviluppare nuove capacità di pensiero critico, di coordinazione, di innovazione e di realizzazione di alternative concrete.

Gli intellettuali che adottano il terzo tipo di analisi sono più ottimisti sulla possibilità che la democrazia si rigeneri, anche se ammettono che le sfide che la aspettano sono notevoli.

A creare una nuova relazione tra cittadini e politici sono il militantismo e il sostegno della libertà della rete e dei diritti nella sfera digitale; un uso più diffuso dell’azione politica attraverso la rete nelle rivolte iraniane, siriane, spagnola e turca e il movimento dei commons in Italia e più in generale in Europa. Tutti elementi profondamente diversi dal movimento No global della fine del XX secolo.

I nuovi movimenti hanno le radici nell’espressione personale degli individui, ma non sono affatto individualisti nel senso neoliberista del termine. Puntano a sviluppare comunità basate sull’amicizia, sugli interessi condivisi, sulle buone pratiche e il vicinato, e la loro produzione è sottoposta al regime dei commons.

Si caratterizzano per la partecipazione degli individui a diverse comunità o attività più che per un’affiliazione formale.

Ogni comunità dipende massicciamente dalla rete e dai mezzi d’informazione digitali per la comunicazione e il coordinamento, e per le attività stesse (sia che si tratti di software, militanza online, cultura digitale o sistemi di scambio locali).

Le realizzazioni di questi movimenti sono impressionanti, e vanno ben al di là dei limiti incontrati di solito da gruppi di pressione come le ong monoobiettivo. [[I nuovi movimenti sociali sembrano molto più potenti e seducenti, con il loro obiettivo duplice di ottenre riforme politiche radicali e di creare una vita quotidiana migliore]]. Non solo ottengono vittorie, come la bocciatura del trattato ACTA da parte del parlamento europeo, o il risultato del referendum sulla gestione dell’acqua in Italia; hanno anche creato nuove tecnologie come il software libero o open design, e creano nuovi processi di partecipazione con nuovi meccanismi come i prestiti a interesse zero tra individui e il crowdfunding.

Più in generale rigenerano la produzione locale e lo scambio di beni, di servizi, di cultura e di conoscenza. Ma devono anche affrontare ostacoli che risultano dal dilemma del loro posizionamento rispetto a un potere politico ed economico centralizzato.

I vincoli economici e politici incarnati nelle politiche attuali sono il primo ostacolo per movimenti che tentano di cambiare l’orientamento dello sviluppo delle nostre società. Malgrado l’incombere della crisi ecologica, e i costi sociali devastanti del mantenimento dello statu quo, i cambiamenti richiesti da un nuovo sistema sembrano fuori dalla loro portata della maggior parte delle persone.

Con il tempo questi ostacoli potranno essere superati e sempre più gente uscita chi pim chi meno dal sistema economico e sociale dominante trarrà beneficio da questi nuovi usi.

Questo scenario è tuttavia reso molto improbabile dall’atteggiamento dei leader postdemocratici attuali. Definiscono infatti ogni tentativo di riforma radicale proveniente dai nuovi movimenti sociali, e le critiche che essi rivolgono alle loro politiche, come una nuova forma di demagogia populista.

Piuttosto di creare nuove coalizioni con questi moviementi, li stigmatizzano e creano per loro un quadro regolamentare ancora più ostile.

Sembra quasi che preferiscono affrontare la xenofobia populista nella speranza che convincerà la gente a continuare a sostenerli piuttosto che aprire la porta a riforme radicali.

Questi vincoli esterni non devono nascondere il fatto che un “reset” dal basso della società deve scontrarsi anche con ostacoli interni, e in particolare con la difficoltà dei partecipanti a essere d’accordo su una piattaforma di riforme di base. Usano o sviluppano una serie di interessanti strumenti di deliberazione collettiva, dalle pratiche basate sui segni degli Acampados o di Occupy Wall Street agli strumenti di decisione online come Liquid feedback.

Comunque sia questi approcci si sono dimostrati inefficaci quando si tratta di sviluppare nuove idee. In Spagna un approcio misto è sembrato promettente. Il Movimento 15-M è stato reso possibile grazie al lavoro preliminare di elaborazione di una piattaforma politica digitale. I suoi sviluppi successivi comprendono un’interessante interazione tra intellettuali che propongono delle politiche di riforme radicali.

Delle reti come Partido X fanno un uso esteso delle tecnologie digitali per sviluppare le loro proposte e per sottoporle ai commenti di un pubblico più ampio. La politica che ne è risultata ha alimentato il programma di Podemos e di altri movimenti che hanno ottenuto un successo significativo nelle elezioni europee di maggio 2014.

Al momento è presto per giudicare. L’applicazione testarda di politiche economiche immobiliste non ha sbocchi diversi dallo sviluppo di regimi regressivi xenofobi e autoriari? Oppure un numero sufficiente di umanisti e di leader progressisti capiscono che il loro compito è di dare maggiore autonomia a coloro i quali hanno già cercato di costruire un nuovo Futuro?

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