Analisi Covid e vaccini 3 | L'accordo UE-USA

Vaccini: l’accordo sui brevetti non sposta il monopolio di “Big Pharma”

Nonostante il voto del Parlamento Ue che chiede la sospensione dei brevetti sui vaccini, l’accordo Ue-Usa siglato il 15 giugno non intacca il monopolio delle grandi case farmaceutiche occidentali. Terza e ultima parte dell’inchiesta di Stefano Valentino

Pubblicato il 16 Giugno 2021 alle 12:05

La battaglia per l’equo accesso ai vaccini Covid giunge all’apice. Il 10 giugno l’Europarlamento ha segnato una svolta, votando a favore della sospensione dei brevetti sui vaccini Covid-19. Ma la realpolitik prevale sui principi: saranno infatti i paesi ricchi ad accentrare la produzione nelle fabbriche dei propri colossi farmaceutici. Quelli più poveri dovranno aspettare il loro turno per avere le briciole. Questa la direzione del patto che Ue e Usa hanno firmato al Vertice Transatlantico a Bruxelles dove il presidente americano Joe Biden ha compiuto la sua prima visita ufficiale alla sede della Nato.

L’obiettivo dell’accordo è aumentare la distribuzione globale di dosi sbloccando l’export (che gli Usa, contrariamente all’Ue, hanno ristretto) e promuovendo le collaborazioni volontarie pilotate da “Big Pharma”, ma senza intaccare il monopolio delle grandi imprese farmaceutiche sul vaccino. L’accordo conferma l’impegno a donare 2 miliardi di dosi di vaccino ai paesi a basso e medio reddito attraverso il fondo internazionale Covax entro la fine del 2021. Un miliardo da qui all’anno prossimo è stato promesso il 13 giugno dai paesi del G7 durante il vertice di Carbis Bay (Regno Unito). 500 milioni dagli USA, 400 milioni da Ue, Germania, Francia, Italia, Canada e Giappone e 100 milioni dal Regno Unito.

Il piano Usa-Ue prevede la creazione di una task-force congiunta per ampliare la rete di produzione, con l’obiettivo di vaccinare almeno i due terzi della popolazione mondiale entro la fine 2022 (le restanti 2,5 miliardi di persone resteranno in lista d’attesa fino al 2023). L’accordo sposa di fatto le tesi della Commissione europea che ha ribadito che “la sospensione dei brevetti non è la migliore risposta immediata”.

Ostruzionismo Ue all’Omc

Il tira e molla negoziale tra Bruxelles e Washington all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) sulla sospensione dei brevetti si riduce così a un gioco delle parti che rallenta il trasferimento di tecnologia e il potenziamento degli impianti nei paesi in via di sviluppo. Questi due fattori sono giudicati cruciali dagli esperti per recuperare i ritardi nella campagna di immunizzazione delle popolazioni più povere e creare un arsenale farmaceutico globale contro futuri focolai epidemici che potrebbero arrivare fino in Occidente. 

Alla riunione di martedì 8 e mercoledì 9 giugno dei ministri del Consiglio TRIPs (acronimo del Trattato sulla proprietà intellettuale, firmato dai membri dell’Omc), l’Ue (spalleggiata da Regno Unito e Svizzera) è rimasta l’unico formale oppositore alle deroghe sulla tutela dei brevetti. 

Secondo la proposta di India e Sudafrica, il regime derogatorio resterebbe in vigore solo per il tempo necessario a debellare la pandemia (limitato tendenzialmente a 3 anni). Questo permetterebbe a terzi di produrre vaccini (oltre che farmaci terapeutici e strumenti diagnostici) senza richiedere autorizzazioni alle autorità competenti, incappare in rappresaglie giudiziarie e dover pagare royalties. 

La commissione europea, per conto dei 27 stati membri, ha invece proposto che i paesi sprovvisti di sufficienti dosi (i più poveri per intenderci) possano procurarsele ricorrendo alle licenze obbligatorie come ultimo rimedio. “Si dovrebbe richiederle in più giurisdizioni per tutti i componenti indispensabili per produrre i vaccini, con lungaggini burocratiche che l’Ue finge di ignorare", afferma Brook K. Baker, analista politico all’Health GAP (Global Access Project). L’incontro di inizio giugno è l’undicesimo che il Consiglio TRIPs dedica, senza alcun progresso, alla proposta di sospensione dei brevetti avanzata nell’ottobre 2020. Il Presidente americano aveva aderito all'iniziativa, spalleggiata da quasi cento paesi, col suo clamoroso annuncio del 5 maggio scorso. 

La delegazione statunitense al Omc, a cui si sono accodate quella russa e cinese, ha tuttavia ridimensionato il suo appoggio spingendo per un compromesso che accontenti tutti. Le trattative sul testo dovrebbero cominciare alla prossima sessione del 17 giugno. 

Un monopolio che ritarda le vaccinazioni

“Secondo l’ultimo bollettino epidemiologico settimanale dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), mentre i casi positivi diminuiscono in gran parte del mondo (il 17 per cento in meno in Europa), stanno aumentando in molti paesi africani, con possibili gravi conseguenze per tutti, qualora emergessero nuove pericolose varianti”, avverte Sara Albiani, responsabile salute globale all’Ong Oxfam, ”è a questo che l'Ue è chiamata a rispondere, non solo per un imperativo etico ma per esigenze di salute pubblica, anziché continuare a proteggere brevetti che hanno permesso alle aziende farmaceutiche di decidere quanto, dove e con chi produrre, contribuendo a una drammatica disuguaglianza nell'accesso ai vaccini”. 

Le elaborazioni di Oxfam evidenziano che le nazioni più ricche, pur rappresentando meno del 15 per cento  della popolazione mondiale, si sono accaparrate oltre la metà delle dosi di tutti i vaccini più promettenti. Al ritmo attuale i paesi a basso reddito impiegherebbero 57 anni per raggiungere la protezione totale che quelli ricchi si assicureranno entro gennaio 2022. Questi numeri arrivano dai calcoli aggiornati della People’s Vaccine Alliance, una coalizione che si batte per l’equità vaccinale e che ha rinnovato il suo appello al G7 a difendere l’interesse pubblico contro quello privato . “Una deroga generale al TRIPs autorizzerebbe oltre alla condivisione dei brevetti, anche quella del know how, tutelato dal segreto commerciale, offrendo alle aziende qualificate le informazioni di cui hanno bisogno per produrre autonomamente i vaccini", chiarisce Sangeeta Shashikant, consulente legale al centro di ricerca Third World Network. Molti sostengono che la deroga da sola non basterebbe, ritenendo necessario un attivo trasferimento di tecnologie da parte dei titolari dei vaccini. 

Nessuno di essi, tuttavia, ha finora aderito al Technology Access Pool (C-TAP), istituito oltre un anno fa dall’Oms. Il meccanismo si propone come una terza via rispetto alla sospensione dei brevetti e alle licenze obbligatorie. Consente infatti di stipulare contratti di produzione e trasferimento tecnologico con molteplici licenziatari allo stesso tempo, dietro pagamento di royalties, risparmiando tempo e costi. I giganti farmaceutici hanno preferito firmare accordi bilaterali con un numero ristretto di partner, al di fuori del C-TAP, per mantenere il controllo sulla filiera. Pfizer-BioNTech, Moderna e Curevac hanno ignorato il recente appello dell’Oms a partecipare ai centri di trasferimento tecnologico sui vaccini ad RNA messaggero che si sono dimostrati più efficaci, e che sarebbero replicabili mediante una rapida riconversione degli impianti, stando a uno studio dell’associazione dei consumatori statunitense Public Citizen. 

“Occorre uno strumento vincolante a livello internazionale che mobilizzi fondi pubblici e che obblighi a condividere conoscenze e proprietà intellettuale nell'ambito di questa pandemia o della prossima”, puntualizza Kaitlin Mara, consulente a Medicines Law & Policy. Peccato che alla riunione informale dell’Oms del 31 maggio proprio Usa e Ue abbiano dilazionato il Trattato pandemico che inizialmente avrebbe dovuto essere redatto in tempo per essere firmato il prossimo novembre all’Assemblea generale che invece si limiterà a discutere sull’opportunità di elaborarlo o meno.

Il miraggio della produzione nei paesi poveri

L’industria è contraria alla decentralizzazione della produzione in giro per il mondo come strategia contro la pandemia. "Non si puo’ rinunciare ai brevetti e sperare che fabbriche finora sconosciute mettano mano al complesso processo di produzione dei vaccini", avverte Nathalie Moll, Direttora generale dell’Associazione europea delle società farmaceutiche,“Si indebolirebbero catene di approvvigionamento consolidate, deviando le forniture a siti meno efficienti”.  

Le fa eco Abigail Jones, direttore comunicazione della Federazione internazionale del settore:  la priorità e rimuovere  le barriere commerciali per facilitare l’approvvigionamento transfrontaliero di materiali di produzione, nonché aumentare l’export di dosi dai paesi produttori a quelli meno abbienti". Javier Guzman, direttore tecnico del programma Medicinali, tecnologie e servizi farmaceutici all’istituto di consulenza non-profit Management Sciences for Health, controbatte: “Non è sufficiente aumentare e condividere le dosi prodotte nei paesi ad alto reddito che devono ancora vaccinare le loro popolazioni e prepararsi per potenziali futuri richiami, si dovrebbe sfruttare qualsiasi capacità non utilizzata". 

Un sondaggio del giugno 2020 della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), che ha finanziato buona parte della ricerca sui vaccini Covid, ha identificato un centinaio di produttori alternativi in tutti i continenti. La loro capacità potenziale complessiva è di 64 miliardi di dosi all’anno. Quella realmente sfruttata è di solo 37 miliardi di dosi annuali fino a 2023, stando ai dati Unicef. La società di previsioni analitiche Airfinity stima a soli 3.6  miliardi le dosi prodotte nei paesi in via di sviluppo dai licenziatari dei colossi farmaceutici occidentali. 

Oltre la metà sono prodotte dagli stabilimenti del Serum Institute in India che ha tuttavia dovuto ridurre le consegne attraverso il Covax ai paesi a più basso reddito, per fronteggiare l’esplosione dei contagi nei propri confini. Molte aziende capaci di produrre in Asia, Africa e America Latina non hanno ottenuto contratti, oppure vengono relegate al ruolo di infialatrici anziché essere coinvolte nella fase di produzione del vaccino vero e proprio. “Saremmo potenzialmente capaci di produrre qualsiasi tipo di vaccino, arrivando circa a 360 milioni di dosi all’anno; abbiamo contattato Moderna, BioNTech, l’Università di Oxford (titolare del vaccino prodotto da AstraZeneca) e Johnson & Johnson, ma nessuno di loro ha mai risposto", spiega Abdul Muktadir, Presidente della società bengalese Incepta Vaccines. 

“I produttori terzi vanno incentivati garantendo loro un adeguato accesso al mercato, il problema è che le agenzie nazionali e internazionali come il Covax  preferiscono rifornirsi da chi offre il prezzo competitivo, e le multinazionali possono sempre giocare al ribasso, restringendo gli spazi per eventuali nuovi entranti che hanno costi di produzione più elevati", aggiunge Padmashree Sampath, esperta sulla politica commerciale e sull’accesso ai medicinali al Berkman Klein Center di Harvard, “sarebbe inoltre auspicabile che i singoli paesi condizionino la brevettabilità dei vaccini nel loro territorio all’obbligo per le case farmaceutiche di produrli sul suolo nazionale, una pratica comune in passato, soppiantata dal TRIPs che ha internazionalizzato la validità dei brevetti". Abraar Karan della Scuola di Medicina di Harvard rincara: “Se le multinazionali creassero fabbriche nei paesi più poveri, non ci sarebbe neanche bisogno di discutere di proprietà intellettuale".

Doppio gioco di Ue e Usa

A sviscerare le ragioni dietro le quinte dell’accordo a sorpresa Ue-Usa è Brook K. Baker, analista politico all’Health GAP (Global Access Project). Gli Stati Uniti e l'Ue pretendono di voler rispondere alle preoccupazioni del Sud del mondo, promettendo di sostenere una maggiore capacità produttiva nelle aree meno sviluppate. Ma allo stesso tempo, propongono anche nuovi incentivi e sussidi per espandere la loro capacità produttiva interna attraverso investimenti in ricerca e sviluppo, sovvenzioni all’ampliamento delle infrastrutture e accordi di acquisto anticipato. Inoltre “Big Pharma” ha cercato di convincere i governi occidentali che sta creando così tanta capacità, con e senza il loro sostegno, che presto ci saranno forniture di vaccini sufficienti per il mondo intero. Baker stima la loro capacità ipotetica combinata tra i 10 e i 14 miliardi di dosi nel 2021. 

Le resistenze dell’industria e gli ambivalenti proclami sull’equità vaccinale dei paesi ricchi si fanno reciprocamente sponda per rallentare le trattative all’Omc. Il dilazionamento serve a fare in modo che i colossi farmaceutici abbiano il tempo di aumentare la produzione, fino a raggiungere i numeri annunciati. In questo modo l’urgenza di decentrare la produzione fuori dall’Occidente per far fronte alla pandemia potrebbe attenuarsi. Se il bisogno di accrescere le dosi per il Sud del mondo diminuisce nel tempo, gli incentivi economici per aprire nuovi stabilimenti in Asia, Africa e America Latina non sarebbero infatti più sufficienti per attirare capitali privati ​​o nuovi produttori disposti a lanciarsi nel mercato: non avrebbero infatti un modello di business sostenibile. Insomma, i due partner transatlantici intendono sfruttare la crisi sanitaria per rafforzare il proprio settore farmaceutico, aumentando fatturato, occupazione e gettito fiscale. Anche a costo di negare la parziale autonomia vaccinale alle nazioni a reddito più basso, lasciandole alle dipendenze della loro misericordia.


👉 Leggi gli altri articoli di Stefano Valentino della serie:


Questa indagine fa parte di "Who is cashing in on the Covid-19 pandemic”, con il sostegno dell'iniziativa Investigative Journalism for the EU.


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