Screen-Shot-2019-05-25-at-00-27-55 Queste elezioni europee sono le elezioni dei cittadini europei: in tutto il continente organizzano manifestazioni (European may e #oneEuropeforAll), preparano viaggi e carovane (come fanno i ragazzi di European Alternatives), offrono ai giovani biglietti inter-rail gratuiti, scrivono manifesti e programmi (VoxEurop, EuropaNow!, il Gruppo del 9 maggio e altri, creano partiti e liste transnazionali (Volt, DiEM25, European Spring). O si ritrovano, come fanno i sostenitori di PulseofEurope, nelle piazze delle città ogni domenica alle due del pomeriggio per parlare d’integrazione europea.

Su internet c’è chi distribuisce passaporti europei virtuali, come il gruppo rock austriaco Bilderbuch e il comico tedesco Jan Böhmermann. In vista del voto del 26 maggio, insomma, la mobilitazione è senza precedenti. E sembra funzionare: il 59 per cento dei polacchi e il 69 per cento dei tedeschi dicono di voler andare alle urne, rispettivamente il doppio e il 20 per cento in più rispetto al voto del 2014. Mai la Commissione europea aveva speso tanto per tavole rotonde e confronti, e mai c’erano stati tanti dibattiti sui vantaggi e i problemi dell’Unione. E non si è mossa solo la Commissione: non c’è fondazione, partito, comune, università, sindacato, facoltà o istituto che negli ultimi mesi non abbia organizzato una discussione sull’Europa. Non abbiamo mai saputo tanto su quello che gli europei vogliono davvero.

Quando, a marzo, il presidente francese Emmanuel Macron ha pubblicato la sua proposta di riforma dell’Unione sotto forma di lettera sulle pagine di 28 giornali europei, non si è rivolto alla cancelliera tedesca Merkel, al segretario generale della Commissione Matthias Ruete o al premier austriaco Sebastian Kurz. Ha indirizzato la sua lettera direttamente alle cittadine e ai cittadini europei.

La riscoperta, o meglio il tardivo riconoscimento del ruolo cruciale dei cittadini nella costruzione europea è una novità. I veri padroni del sistema sono i cittadini, non gli stati. Il voto del 26 maggio segna quindi un cambio di paradigma: se il concetto di Stati Uniti d’Europa riguarda l’integrazione di stati sovrani, parlare di cittadini europei richiama direttamente il tema della democrazia. La differenza è cruciale, perché finalmente il progetto europeo è nelle mani dei cittadini.

Qualcuno ricorderà le parole di uno dei padri fondatori del progetto europeo, Jean Monnet: l’Europa non è un’integrazione di stati, ma un’unione di cittadini. Nell’Europa del 2019 a quanto pare lo abbiamo finalmente capito. Ed è una cosa positiva, nonostante la minaccia nazionalista e populista al sistema europeo e a diverse democrazie del continente. Oggi l’Europa subisce l’attacco delle forze identitarie, ma i cittadini che si battono per difenderla sono sempre di più.

È per questo che le statistiche sull’Europa vanno lette in prospettiva: secondo un articolo del Guardian, la maggioranza degli europei oggi è convinta che l’Unione non sopravvivrà oltre il 2040. Come spiegano il Consiglio europeo delle relazioni internazionali e YouGov, solo il 24 per cento dei cittadini sostiene che l’Unione vada bene nella sua forma attuale. E il 62 per cento è estremamente critico sia verso l’Europa sia verso il proprio paese. Ma tutte queste statistiche non dicono che i cittadini non si sentono europei, né che non possano volere più Europa, anche se di un altro tipo. Non amare l’Unione europea nella sua forma attuale non significa rifiutare l’Europa. Significa invece che la maggior parte degli europei vuole un’Europa diversa, più sociale e democratica.

Su una scala da 0 a 10, la maggioranza degli europei dà all’Unione un voto pari a 5: troppo alto per decidere di uscirne, troppo basso per esserne soddisfatti. La vera domanda è come far diventare quel cinque un dieci. Il mio suggerimento è: prendere sul serio i cittadini europei, fidarsi del loro europeismo, lottare per la parlamentarizzazione del sistema politico e infine capire davvero cosa vuol dire essere “cittadini europei”.

Condividere la cittadinanza europea significa molto di più che nutrire simpatia per gli altri europei, apprezzarne la cultura e sottoscriverne i valori. Essere cittadini significa prima di tutto avere gli stessi diritti. Se si prende sul serio l’idea di cittadinanza europea, pensare all’Europa futura dal punto di vista dei cittadini porta inevitabilmente alla richiesta di un nuovo processo costituzionale.

Quel che dovremmo immaginare è una democrazia europea che applichi il seguente principio: i cittadini sono i padroni del sistema politico, sono uguali di fronte alla legge, il parlamento ha potere decisionale e la separazione dei poteri è garantita. Condizione necessaria, ma non sufficiente, di ogni democrazia è l’uguaglianza di tutti i cittadini in materia di voto, tassazione e accesso ai diritti sociali. Storicamente il concetto di “una persona, un voto” è il requisito fondamentale delle democrazie. Il voto legislativo diretto, imparziale, segreto è – per citare il sociologo francese Pierre Rosanvallon – “le sacre du citoyen”, il sacro del cittadino.

Un guscio vuoto

Applicare il principio di uguaglianza a tutti gli europei inserirebbe il mercato unico e l’euro in una comune democrazia europea. E costituirebbe il vero salto di qualità per l’Europa, che diventerebbe finalmente l’unità politica immaginata dai padri fondatori. Va detto che il concetto di cittadinanza è indipendente da quelli d’identità e cultura e che l’uguaglianza legale non porterebbe a un superstato centralizzato. La cittadinanza europea non toglierebbe a nessuno la propria identità.

Il trattato di Maastricht aveva promesso un’unione di stati e un’unione di cittadini. Solo la prima è stata realizzata. Proviamo a fare un esempio concreto: se la cittadinanza europea fosse realtà, i britannici rimarrebbero comunque cittadini europei anche dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

La Brexit fa capire in modo chiarissimo come oggi il concetto di “cittadinanza europea” sia solo un guscio vuoto. Migliaia di cittadini britannici che vivono nell’Europa continentale subiranno le conseguenze della Brexit. E lo stesso succederà agli europei che vivono nel Regno Unito, o agli scozzesi, che vorrebbero rimanere in Europa. Se l’Unione sopravvivrà al caos della Brexit, dovrà trarne una lezione: è ora di dar vita a una costituente europea, che ci dia quella costituzione che non siamo riusciti ad avere nel 2003. Stavolta, però, a decidere dovremo essere noi cittadini del continente, tutti insieme. Preparare questo processo costituente dovrebbe essere il primo compito del parlamento europeo eletto con il voto del 26 maggio.

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale n°1308