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Evgeny Morozov: l’intelligenza artificiale generale, alleata “cool” del neoliberismo

L’entusiasmo con il quale i fautori dell’intelligenza artificiale generale promettono che risolverà tutti i problemi è frutto dei pregiudizi legati allo stesso neoliberismo all’origine di molti di essi, spiega Evgeny Morozov. Per questo, sottolinea l'esperto di nuove tecnologie, non dobbiamo rinunciare al ruolo sociale delle istituzioni che favoriscono l’intelligenza umana.

Pubblicato il 18 Ottobre 2023
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Insieme alla guerra in Ucraina, alla nuova ondata migratoria e al disastro climatico in corso, l’intelligenza artificiale (ia) è uno dei temi che hanno dominato le discussioni a livello globale quest’anno. Qualcuno sostiene che l’intelligenza artificiale risolverà tutti i problemi dell’umanità; altri prevedono che distruggerà la civiltà per come la conosciamo oggi. Questo è il primo paradosso: esistono persone che condividono entrambe le opinioni.

Sorprendentemente, vengono quasi tutte dalla Silicon Valley…

Per farsi un’idea di quello che sta succedendo, vale la pena analizzare alcune delle principali evoluzioni registrate quest’anno nel campo dell’intelligenza artificiale. Ne ho descritte molte in un lungo articolo pubblicato dal New York Times a giugno. 

L’infatuazione che viviamo oggi nei confronti delle promesse dell’intelligenza artificiale non è altro che un’estensione della nostra infatuazione per il mercato e il neoliberismo. Non è possibile comprendere altrimenti perché così tante istituzioni pubbliche si aggrappino alle parole melliflue degli “spacciatori” di intelligenza artificiale senza inserire queste scelte nel contesto più ampio della privatizzazione di soluzioni a problemi che, per loro natura sono invece collettivi e pubblici. 

Oggi risolvere i problemi utilizzando l’intelligenza artificiale equivale ad affidarsi al mercato, cosa che, personalmente, ritengo estremamente problematica. Ritengo inoltre che la connessione tra l’intelligenza artificiale come la conosciamo oggi e il neoliberismo non venga abbastanza sottolineata. Provo a chiarire.

Evgeny Morozov, Internazionale a Ferrara 2023.
L'autore a Ferrara, durate il Festival di Internazionale 2023. | Foto: Gian-Paolo Accardo.

A maggio scorso oltre 350 dirigenti d’azienda, ricercatori e docenti universitari del settore tecnologico hanno firmato una dichiarazione per mettere in guardia il mondo contro la minaccia dell’intelligenza artificiale. “Mitigare il rischio di estinzione posto dall’intelligenza artificiale dovrebbe essere una priorità per tutto il pianeta, al pari di altre minacce come le pandemie e la guerra nucleare”, hanno scritto i firmatari. 

La dichiarazione è arrivata sulla scia di un’altra lettera firmata da personaggi del calibro di Elon Musk e Steve Wozniak (uno dei fondatori della Apple) che hanno chiesto una moratoria di sei mesi sullo sviluppo di sistemi avanzati di intelligenza artificiale. 

Anche il governo statunitense ha manifestato la speranza di uno sviluppo responsabile dell’ia: “Per cogliere le opportunità” offerte dall’intelligenza artificiale “dobbiamo prima gestirne i rischi”. Alcuni senatori hanno chiesto al Congresso degli Stati Uniti di organizzare una serie di incontri per analizzare il potenziale e i rischi dell’intelligenza artificiale, una sorta di corso accelerato tenuto da manager, accademici, attivisti per i diritti umani e altre figure coinvolte nel settore.


I rischi reali legati all’intelligenza artificiale generale sono politici, e per scongiurarli non basterà domare robot ribelli


Quest’ansia crescente nei confronti dell’intelligenza artificiale non è certo causata dalle tecnologie (noiose, ma affidabili) che completano i nostri messaggi sugli smartphone o insegnano ai robot-aspirapolvere a evitare gli ostacoli in salotto. A preoccupare gli esperti è piuttosto lo sviluppo della cosiddetta “intelligenza artificiale generale” (Artificial general intelligence, Agi). 

Oggi questo genere di intelligenza artificiale non esiste ancora, ma sono in tanti a pensare che il rapido sviluppo di software come ChatGpt, creato da OpenAI, siano un segno di quello che ci aspetta. Sam Altman, uno dei fondatori di OpenAi, ha descritto l’agi come un insieme di “sistemi che sono generalmente più intelligenti degli umani”. Costruire questi sistemi resta un compito difficile, secondo alcuni addirittura impossibile. Ma i vantaggi teorici sono immensamente allettanti. 

Prendiamo i Roomba, i robot aspirapolvere “intelligenti”. Non più confinati alla pulizia dei pavimenti, potrebbero evolversi fino a diventare robot multiuso, capaci di prepararvi il caffè la mattina o piegare il bucato. E la cosa straordinaria è che, grazie all’intelligenza artificiale, potrebbero imparare a svolgere queste mansioni senza che nessuno li abbia mai programmati per farlo. 

Può sembrare allettante. Ma cosa accadrebbe se questi aspirapolvere intelligenti diventassero troppo potenti? La loro missione di creare un’utopia di pulizia immacolata potrebbe presentare più di un problema per i loro padroni umani “spargi-polvere”. Dopo tutto siamo noi, gli essere umani, a produrre tutta quella sporcizia. Dato che i Roomba non sono mai stati programmati, potrebbero ritenere che eliminare gli umani sia un ottimo modo per mantenere pulita la casa. Quindi pensateci due volte prima di comprare un Roomba gestito dall’intelligenza artificiale. 

I dibattiti sull’intelligenza artificiale generale sono pieni di questi scenari apocalittici. Eppure, esiste una lobby, seppure ancora in fieri, formata da studiosi, investitori e imprenditori, che sostiene che questa tecnologia, una volta resa sicura, sarà una manna per la civiltà.


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Altman, il principale promotore di questa campagna, si è imbarcato in una tournée per convincerne i politici di tutto il mondo. Qualche mese fa ha scritto che l’intelligenza artificiale generale potrebbe dare un forte impulso all’economia e alla conoscenza scientifica ed “elevare l’umanità facendo crescere la ricchezza”.

Nonostante le paure più o meno razionali, questo è precisamente il motivo per cui così tanti esperti lavorano notte e giorno a questa discussa tecnologia: decidere di non usarla per salvare il mondo appare come una scelta immorale. Il pericolo che questa possa distruggere il pianeta? Bazzecole rispetto a ciò che promette di regalarci: una cura per il cancro, la fine dell’analfabetismo e un segretario personale per ogni essere umano. 

Per i  “visionari della tecnologia” questo sviluppo è tanto inevitabile quanto universalmente benefico (una volta reso sicuro): per costoro non è possibile immaginare un via migliore per  risolvere i problemi dell’umanità e aumentarne l’intelligenza. È il caso di ripeterlo: per queste persone il percorso verso l’arricchimento dell’intelligenza della nostra civiltà passa dal raffinamento dei modelli computerizzati, a cui dovremmo fornire dati sempre più precisi e in quantità sempre maggiori. In sostanza si tratta di un programma tecnico. 

Il problema? L’ideologia più ampia che si cela dietro questo percorso – chiamiamola “iagismo”, dalle iniziali dell’intelligenza artificiale generale – è sbagliata. I rischi reali legati all'intelligenza artificiale generale sono politici, e per scongiurarli non basterà domare robot ribelli. Nemmeno la più sicura delle ia generali potrà consegnarci la panacea progressista promessa dalla lobby che ne decanta i meriti. Presentando il suo sviluppo come un fatto ineluttabile, inoltre, lo iagismo ci distrae dal compito di trovare un modo migliore di accrescere l’intelligenza. 

Anche se i suoi sostenitori non ne sono consapevoli, lo iagismo non è altro che il figlio bastardo di un’ideologia molto più vasta secondo cui, come sentenziò Margaret Thatcher, “non ci sono alternative al libero mercato”. 


L’intelligenza artificiale generale, più che distruggere il capitalismo diventerà con ogni probabilità un alleato potente e “cool” della più distruttiva dottrina del capitalismo: il neoliberismo


Le società che stanno sviluppando l’intelligenza artificiale generale non sono organizzazioni umanitarie che si ispirano alle Nazioni unite o a Madre Teresa. Sono aziende capitaliste orientate verso il profitto e desiderose di promuovere il mercato come strumento principale per organizzare la nostra società.

È per questo che l’intelligenza artificiale generale (o almeno la corsa al suo sviluppo), più che distruggere il capitalismo (come ha lasciato intendere Altman) diventerà con ogni probabilità un alleato potente e “cool” della più distruttiva dottrina del capitalismo: il neoliberismo. 

Gli architetti del neoliberismo – innamorati delle privatizzazioni, della concorrenza e del libero scambio – volevano dinamizzare e trasformare un’economia stagnante e troppo sindacalizzata attraverso i mercati e la deregolamentazione. 

Alcune di queste trasformazioni hanno funzionato, e hanno avuto un costo altissimo. Nel corso degli anni il neoliberismo è stato aspramente criticato e accusato di aver provocato la grande recessione, la crisi finanziaria, il trumpismo, la Brexit e molto altro. Non c’è da stupirsi, dunque, se l’amministrazione Biden abbia preso le distanze da questa ideologia, ammettendo che i mercati a volte possono sbagliare. Fondazioni, centri studi e docenti universitari hanno perfino osato immaginare un futuro post-neoliberista. Sfortunatamente, in Europa queste prese di posizione sono molto rare, anche se di recente Emmanuel Macron ha conquistato le prime pagine dei giornali con il suo discorso sulla pianificazione ecologica per risolvere la crisi climatica.

In ogni caso il neoliberismo è tutt’altro che morto. Quel che è peggio, ha trovato un alleato nello iagismo, che rischia di rafforzarne e rilanciarne i dogmi più deleteri. Vorrei concentrarmi su tre di essi. Il primo è l’idea che il privato tenda a funzionare meglio del pubblico (quello che chiamo il pregiudizio del mercato). Il secondo è la classica tesi neoliberista secondo cui adattarsi alla realtà è più importante che trasformarla (possiamo chiamarlo pregiudizio dell’adattamento). Il terzo è il concetto secondo cui la necessità di massimizzare l’efficienza ha sempre la precedenza sulle considerazioni sociali, in particolare su quelle legate alla giustizia (possiamo parlare di pregiudizio dell’efficienza).

Questi pregiudizi ribaltano completamente l’invitante promessa che sta dietro l’intelligenza artificiale generale: invece di salvare il mondo, la corsa al suo sviluppo non farà che peggiorare le cose.

Il pregiudizio del mercato

Partiamo dal primo pregiudizio, quello del mercato, e nello specifico l’idea che dovremmo affidarci ai fornitori privati di servizi. Ricordate quando Uber, con le sue tariffe bassissime, corteggiava le amministrazioni comunali proponendosi come servizio di trasporto pubblico? 

All’inizio era tutto bellissimo: l’azienda offriva corse a prezzi irrealistici scommettendo su un futuro fatto di veicoli a guida autonoma e costi del lavoro ridotti al minimo. Quella prospettiva piaceva moltissimo ai ricchi investitori, che hanno assorbito le perdite multimiliardarie di Uber. 

Alla prova dei fatti, però, si è capito che le vetture a guida autonoma sono ancora una chimera, così gli investitori hanno battuto cassa e Uber ha dovuto alzare i prezzi. E gli utenti che si erano affidati alla piattaforma per sostituire autobus e treni sono rimasti a piedi.

Il dogma neoliberista dietro il modello d’impresa di Uber è che il privato funzioni meglio del pubblico: è questo il cuore del pregiudizio del mercato. Il problema non riguarda solo le amministrazioni municipali e il trasporto pubblico. Prendiamo il caso degli Stati Uniti: ospedali, polizia e persino il Pentagono si affidano sempre più alla Silicon Valley per svolgere i loro compiti. 

Con l’intelligenza artificiale generale questa dipendenza aumenterà, anche perché non esistono limiti agli obiettivi e alle ambizioni di questa tecnologia, che promette di svolgere qualsiasi compito senza che nessuno gliel’abbia mai insegnato. Nessun governo o amministrazione sarà insensibile a questo miraggio di innovazione.

Tra l’altro, per convincerli non c’è nemmeno bisogno che l’intelligenza artificiale generale esista. Questa, almeno, è la lezione di Theranos, una startup che prometteva di “risolvere” il problema della sanità attraverso una tecnologia rivoluzionaria per le analisi del sangue. La tecnologia non è mai esistita, ma le sue vittime erano, purtroppo, assolutamente reali.

Alla luce di traumi come quelli di Uber e di Theranos sappiamo già cosa aspettarci da un ipotetico avvento dell’intelligenza artificiale generale. Di sicuro si articolerà in due fasi: la prima sarà quella della promozione, nella quale utenti verranno offerti servizi altamente sovvenzionati, raccontando loro  che i prezzi stracciati sono il risultato della genialità di chi inventa nuovi modi per fare vecchie cose. Poi sarà il turno della fase del ribaltamento, in cui il prezzo da pagare per rendere redditizi questi servizi sarà addossato agli utenti e alle agenzie, che ormai ne saranno totalmente dipendenti.

Come sempre, gli esperti della Silicon Valley minimizzano il ruolo del mercato. Agendo come veri populisti, ci garantiscono che questo nuovo tipo di intelligenza artificiale è totalmente dalla parte degli esseri umani. In un articolo recente intitolato “Perché l’intelligenza artificiale salverà il mondo”, il famoso investitore Marc Andreessen ha scritto addirittura che l’intelligenza artificiale “è di proprietà della gente e controllata dalla gente, come qualsiasi altra tecnologia”. 

Solo un capitalista puro può può destreggiarsi in eufemismi così squisiti con tanta sicurezza: la realtà è che la maggior parte delle tecnologie moderne è di proprietà di aziende private. E saranno loro – e non la mitica “gente” – a monetizzare la salvezza del mondo. Ammesso e non concesso che questa salvezza arrivi davvero. 

Il bilancio, finora, è piuttosto misero. Aziende come Airbnb e TaskRabbit sono state dipinte come le salvatrici della vessata classe media promettendo di trasformare la nostra casa e il nostro tempo libero in vagonate di soldi. Le auto elettriche di Tesla sono state descritte come il rimedio al surriscaldamento globale. Soylent, che produce frullati sostitutivi dei pasti, si è lanciata nella missione di “risolvere” il problema della fame mondiale, così come Facebook ha promesso di “risolvere” i problemi di connettività del sud del mondo. Nessuna di queste aziende ha ancora salvato il pianeta.

Una decina d’anni fa ho definito questo fenomeno “soluzionismo”, ma “neoliberismo digitale” è una definizione altrettanto appropriata per descrivere lo pseudo-umanitarismo delle startup e del capitalismo di rischio. Questa visione del mondo ridefinisce i problemi sociali alla luce di soluzioni tecnologiche create per generare profitti. In questo modo, questioni che riguardano la sfera pubblica sono reinterpretate come opportunità di mercato.

Lo iagismo ha riacceso il fervore soluzionista. Nel 2022 Altman, il co-fondatore di OpenAI, ha dichiarato che “l’intelligenza artificiale generale probabilmente sarà necessaria per la sopravvivenza dell’umanità”, perché “i nostri problemi sono troppo grandi” e non possiamo “risolverli senza strumenti migliori”. Recentemente lo stesso Altman ha aggiunto che l’intelligenza artificiale generale sarà un catalizzatore della prosperità umana.

Ma le aziende hanno bisogno di profitti, e questa benevolenza, soprattutto da parte di imprese che non fanno guadagnare e bruciano i miliardi degli investitori, non è la norma. OpenAI, dopo aver incassato miliardi da Microsoft, vuole raccogliere altri cento miliardi di dollari per sviluppare l’intelligenza artificiale generale. Questi investimenti enormi dovranno essere ripagati, a fronte di esorbitanti costi invisibili. Secondo una stima fatta a febbraio, le spese operative di ChatGpt ammonterebbero a 700mila dollari al giorno – circa 665mila euro.

La spiacevole fase del ribaltamento, con forti aumenti dei prezzi per rendere lucrativi i servizi dell’intelligenza artificiale generale, potrebbe arrivare prima di quella, teorica, dell’“abbondanza” e della“ prosperità”. La dura realtà, ovvero che questi servizi non sono redditizi e sopravvivono soltanto perché gli investitori li finanziano, emergerà prima che la nuova tecnologia riesca a risolvere tutti i problemi del mondo. Ma a quel punto quante istituzioni pubbliche avranno scambiato i capricci del mercato per tecnologie convenienti e saranno diventate dipendenti dalle dispendiose offerte di OpenAI? Se già non gradite che la vostra amministrazione comunale affidi i trasporti pubblici a una fragile startup, accettereste mai che assegnasse la gestione dell’assistenza sociale, dello smaltimento dei rifiuti e della sicurezza ad aziende ancora meno solide?

Il pregiudizio dell’adattamento

Passiamo al secondo pregiudizio, quello secondo cui adattarsi alla realtà è meglio che cercare di trasformarla. Seguendo questo dogma, il neoliberismo ha sviluppato la tendenza a utilizzare la tecnologia per rendere tollerabili i mali della società. Mi ricordo di un’innovativa soluzione hi-tech che nel 2017 prometteva di razionalizzare l’uso di una linea della metropolitana offrendo compensi per incentivare i pendolari a non viaggiare nelle ore di punta. Gli ideatori volevano sfruttare la tecnologia per influenzare la domanda (dei viaggiatori), ritenendo troppo difficile operare cambiamenti strutturali dal lato dell’offerta (per esempio aumentando i finanziamenti al trasporto pubblico). La tecnologia avrebbe aiutato gli abitanti di Chicago ad adattarsi all’infrastruttura in declino della città anziché migliorarla per rispondere alle necessità della popolazione.

È il pregiudizio dell’adattamento: l’idea che grazie a una bacchetta magica tecnologica possiamo diventare insensibili alle nostre sofferenze. Questo meccanismo è il prodotto dell’instancabile slancio neoliberista verso autosufficienza e resilienza. Il messaggio è chiaro: attrezzatevi, valorizzate il vostro capitale umano e tracciate il vostro percorso come una startup. Lo iagismo segue lo stesso principio. Bill Gates ha dichiarato ai quattro venti che l’intelligenza artificiale può “aiutare le persone in tutto il mondo a migliorare la propria vita”. Tutto questo accade ad appena un decennio di distanza da quando siamo stati incoraggiati a imparare a programmare. Anche in quel caso si diceva che il codice avrebbe aiutato le persone, in tutto il mondo, a migliorare la propria vita. Ma ogni volta si tratta soltanto di scaricare i costi della soluzione di grandi problemi sociali e politici sulle spalle degli individui.

Il banchetto soluzionista è appena cominciato: parlando delle lotte contro la prossima pandemia, contro la solitudine o contro l’inflazione l’intelligenza artificiale viene già spacciata come un martello multiuso adatto a molti chiodi, reali e immaginari. Ma il decennio che abbiamo sprecato inseguendo la follia soluzionista rivela tutti i limiti di questi rimedi tecnologici. 

Certo, le tante applicazioni della Silicon valley – che ci permettono di controllare quanto spendiamo, quante calorie consumiamo e quanto spesso facciamo ginnastica – a volte possono essere utili. Il problema è che ignorano quasi completamente le cause profonde della povertà o dell’obesità. E se non si affrontano le cause, si resta confinati nella sfera dell’adattamento, negando ogni possibilità di trasformazione. Abbiamo l’illusione di fare qualcosa per risolvere i problemi quando in realtà stiamo soltanto armeggiando con i contorni. Il massimo che possiamo ottenere, agendo in questo modo, è rendere la nostra tragedia un po’ più sopportabile. 

C’è una grande differenza tra incentivare le persone a camminare ogni giorno (una soluzione che favorisce l’adattamento individuale) e capire perché nelle nostre città non ci sono spazi pubblici per camminare, prerequisito di una soluzione politica che favorisca la trasformazione collettiva e istituzionale.

Il punto è che lo iagismo, come il neoliberismo, presuppone che le istituzioni pubbliche siano prive di immaginazione e non particolarmente produttive. Sono un costo per la società, non il meccanismo su cui dovrebbe poggiare, dunque dovrebbero semplicemente adeguarsi all’intelligenza artificiale generale. O almeno questo è quello che sostiene Altman, che di recente si è detto preoccupato – cito – dalla “scarsa velocità con cui le nostre istituzioni riescono ad adattarsi”. È anche per questo – cito ancora – che Altman vuole “cominciare a diffondere questi sistemi molto presto, quando sono molto deboli, in modo da dare alla gente più tempo possibile”.

Ma davvero le istituzioni devono solo adattarsi? Non potrebbero sviluppare un loro piano per migliorare l’intelligenza dell’umanità? O servono solo a mitigare i rischi legati alle tecnologie della Silicon valley? Forse dimentichiamo che molte innovazioni cruciali nella storia dell’uomo sono istituzioni, dall’università alla biblioteca, dal museo allo stato assistenziale?

Il pregiudizio dell’efficienza

Una delle critiche più comuni rivolte al neoliberismo è che ha appiattito la nostra vita politica, riorganizzandola intorno all’efficienza. “The problem of social cost”, un articolo del 1960 diventato un classico della letteratura neoliberista, sosteneva che una fabbrica che inquina e le sue vittime non dovrebbero perdere tempo rivolgendosi a un tribunale, perché i processi sono inefficienti (in fondo a che serve la giustizia?) e intralciano l’attività del mercato. Le parti dovrebbero invece negoziare privatamente un risarcimento e andare avanti con la loro vita e i loro affari. Per i neoliberisti funziona tutto così: la giustizia e la politica sono un ostacolo per gli affari e i profitti.

Questa ossessione per l’efficienza è la stessa che ci ha portati a “risolvere” il problema del cambiamento climatico permettendo ai più grandi inquinanti di distruggere il pianeta come se nulla fosse. La soluzione per evitare i vincoli della regolamentazione è stata quella di architettare un sistema – nel caso specifico, tassare l’anidride carbonica – che permettesse a chi inquina di acquistare dei crediti per compensare le emissioni in eccesso.

Questa cultura dell’efficienza, in cui i mercati misurano il valore delle cose e fanno le veci della giustizia, inevitabilmente corrode le virtù civili. 

I problemi che crea sono evidenti. Gli studiosi si lamentano del fatto che con l’avvento del neoliberismo la ricerca e l’insegnamento siano diventati merce. I medici accusano gli ospedali di dare la priorità ai servizi più redditizi, come la chirurgia programmata, a scapito delle cure d’emergenza. I giornalisti non sopportano che il valore dei loro articoli sia misurato in visualizzazioni.

Ora immaginate di sguinzagliare l’intelligenza artificiale generale su queste istituzioni – le università, gli ospedali, i giornali – con la nobile missione di “aggiustarle”. Il ruolo civico di queste istituzioni risulterebbe invisibile per l’intelligenza artificiale, anche perché non è quasi mai quantificato nelle relazioni annuali su cui sono addestrati i modelli informatici. In fondo chi si vanterebbe mai del fatto che il suo corso sulla storia del rinascimento sia stato frequentato solo da una manciata di studenti? O che il suo articolo sulla corruzione in qualche paese sperduto abbia ottenuto solo una decina di visualizzazioni? Inefficienti e poco redditizie, queste anomalie sopravvivono per miracolo. Il resto dell’istituzione le sovvenziona in silenzio, dando priorità a valori diversi dall’“efficienza” guidata dal profitto.

Sarà ancora così nell’utopia dell’intelligenza artificiale generale? O invece “aggiustare” le nostre istituzioni significherà metterle nelle mani di consulenti senza scrupoli? Anche loro, del resto, offrono “soluzioni” basate sui dati per massimizzare l’efficienza. Il problema è che queste soluzioni spesso non afferrano la complicata interazione tra valori, missioni e tradizioni che è alla base delle istituzioni, un’interazione difficilmente visibile se ci si limita a osservare la superficie dei dati.

In realtà i risultati impressionanti di tecnologie come ChatGpt sono, quasi per definizione, figli di un rifiuto di leggere la realtà a un livello più profondo, di andare oltre la superficie dei dati. Mentre i primi sistemi di intelligenza artificiale si affidavano a regole esplicite e avevano bisogno di un Newton che teorizzasse la gravità – ponendosi il problema di come e perché le mele cadono – i nuovi sistemi come l’intelligenza artificiale generale semplicemente imparano a prevedere gli effetti della gravità osservando milioni di mele cadere a terra. Se l’intelligenza artificiale generale vede solo istituzioni a corto di fondi che lottano per sopravvivere, non riuscirà mai a capire il loro vero ethos. È difficile cogliere il significato del giuramento di Ippocrate osservando un ospedale ridotto a una fonte di profitto.

Per concludere, permettetemi qualche riflessione generale su cosa possiamo fare in modo diverso.

L’altra famosa massima neoliberista di Margaret Thatcher è: “La società non esiste”. La lobby dell’intelligenza artificiale generale condivide inconsapevolmente questa tetra visione del mondo: il tipo di intelligenza che vale la pena di replicare è una funzione di ciò che accade nella testa dell’individuo anziché nella società in generale. Ma l’intelligenza umana è il prodotto anche di politiche e istituzioni, non solo di geni e attitudini individuali. È più facile essere intelligenti con un accesso alla Library of Congress piuttosto che passando da un lavoro all’altro in un luogo sperduto dove non ci sono né una libreria né una connessione wifi decente.

Sembra scontato dire che un aumento delle borse di studio e delle biblioteche pubbliche sarebbe un forte stimolo per l’intelligenza umana. Invece per i soluzionisti della Silicon valley il potenziamento dell’intelligenza è principalmente un problema tecnologico. Questo, evidentemente, spiega il loro entusiasmo per l’intelligenza artificiale generale.

Ma se lo iagismo non è altro che il neoliberismo con altri mezzi, allora dobbiamo prepararci a una riduzione delle istituzioni che favoriscono l’intelligenza, non a un loro aumento. Queste istituzioni, in fondo, sono un residuo di quell’odiata “società” che secondo i neoliberisti in realtà non esiste. La verità è che il grande progetto dell’intelligenza artificiale generale di amplificare le potenzialità umane potrebbe finire per restringerle.

A causa di questo pregiudizio soluzionista, anche proposte apparentemente innovative legate all’intelligenza artificiale non generano il dovuto entusiasmo. Prendiamo la recente proposta di un “progetto Manhattan per la sicurezza dell’intelligenza artificiale”. La premessa di fondo è l’idea – sbagliata – che non ci siano alternative all’intelligenza artificiale generale. 

Ma allora i nostri sforzi per potenziare l’intelligenza non sarebbero molto più efficaci se il governo finanziasse un progetto Manhattan per la cultura, l’istruzione e le istituzioni che le promuovono? Perché non dovremmo considerare l’intelligenza come qualcosa che si manifesta quando i cittadini interagiscono non soltanto tra loro ma anche con le istituzioni? Questo concetto più sociale e distribuito di intelligenza potrebbe condurci verso politiche molto diverse, come quelle che ci permetterebbero di accorgerci che la Silicon Valley spesso è un ostacolo verso l’aumento dell’intelligenza. 

Senza sforzi di questo tipo, le vaste risorse culturali delle nostre istituzioni pubbliche rischiano di ridursi a banche dati per addestrare i modelli dell’intelligenza artificiale generale, rafforzando la bugia secondo cui la società non esiste.

A seconda di quale forma assumerà la ribellione dei robot (ammesso che ci sarà), l’intelligenza artificiale generale potrebbe rivelarsi o meno una minaccia esistenziale. Ma lo iagismo, con la sua deriva antisociale e i suoi pregiudizi liberisti, è una minaccia già oggi. E non serve aspettare che i Roomba mettano in discussione l’utilità dei loro padroni.

Questo testo è la trascrizione del'intervento di Evgeny Morozov durante il Festival di Internazionale a Ferrara 2023.

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