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Mark Deuze: “La natura predatoria dell’industria dell’informazione si fonda sullo sfruttamento della passione di chi ci lavora”

La passione, la gioia e l’idealismo che rendono il giornalismo una professione tanto affascinante possono talvolta far dimenticare che si tratta, pur sempre, di un lavoro. E il lavoro è intrinsecamente politico: implica leggi, regolamenti, tutele, diritti e responsabilità. Lo spiega l’ex giornalista, docente di Media Studies e autore di What Makes You Happy Can Also Make You Sick (“Quel che ti rende felice può anche farti ammalare”).

Pubblicato il 23 Aprile 2026

Mark Deuze è un ex giornalista e professore di Media Studies presso l’Università di Amsterdam. Deuze è autore di numerose pubblicazioni, tra cui Life in Media (MIT Press, 2023), Media Life (Polity Press, 2012) Media Work (Polity Press, 2007) e il recente Well-Being and Creative Careers, What Makes You Happy Can Also Make You Sick, (Intellect, 2025).

mark deuze voxeurop

Nella sua analisi sulla crisi del settore Deuze inserisce i giornalisti nella categoria dei lavoratori del settore creativo, insieme ai professionisti del cinema, del teatro, della musica e del gaming. Secondo la sua lettura,la gestione e le strutture di questi settori sono profondamente simili tra di loro, da un lato perché i professionisti che ci lavorano scelgono queste carriere per motivi simili, dall’altro perché l’industria nel complesso agisce nella stessa maniera. 

Con questa intervista proseguiamo la nostra inchiesta sulla precarietà del giornalismo in Europa, soffermandoci sulle sfide e sulle criticità che i giornalisti vivono oggi. Analizzando le dinamiche lavorative e le motivazioni di chi opera nei media, l’obiettivo è aprire un dibattito sul presente e sul futuro del settore. 

Voxeurop: Lei ha scritto che “le caratteristiche più predatorie dell’industria mediatica non sono un errore, ma una funzionalità sistemica di un apparato che si regge proprio sulla passione dei suoi professionisti”.

Mark Deuze: L’industria mediatica tende a essere piuttosto predatoria nei confronti dei propri lavoratori. Nel mio libro esordisco affermando che non esiste una gerarchia della sofferenza. Non si tratta di fare paragoni con chi pulisce gli uffici di notte, spesso in senza documenti e tutele, o con chi lavora nell’agricoltura, spesso nelle stesse condizioni. Quella è una forma di precarietà completamente diversa. Si potrebbe, in fondo, affermare che ogni sistema economico sia, in una certa misura, predatorio. 

Quel che rende unici i settori creativi o dell’informazione è il modo in cui sfruttano le passioni delle persone (al di là dei loro corpi, i talenti, i gusti e le competenze… ) Questa industria si concentra su ciò che dichiara di ricercare e su ciò che promette di ricompensare: le passioni, gli ideali romantici e la fiducia delle persone nella creatività e nel racconto come strumenti al servizio della collettività. Questo vale in particolar modo per il giornalismo, pilastro essenziale di ogni democrazia sana. 


“La precarietà genera anche delle opportunità, che risiedono nell’organizzazione collettiva. Questo non vale solo per i giornalisti”


La passione è un valore meraviglioso, ma dietro di essa si celano spesso uno sfruttamento profondo del lavoro e una carenza di professionalità. Inoltre, spesso c’è un’assenza di chiari impegni legali e morali da parte dei datori di lavoro nei confronti dei propri dipendenti. 

Secondo le sue ricerche questa è una caratteristica strutturale del settore.

Sì, non è una novità. Nelle mie ricerche, ad esempio, ho esaminato i diari di alcuni giornalisti americani della fine del XIX secolo. Scrivevano le stesse cose che avrebbero poi affermato i professionisti del cinema e della televisione nella Hollywood degli anni Cinqu anta, i musicisti rock e pop degli anni Ottanta o gli influencer di oggi. Da questo punto di vista, non credo che la situazione sia necessariamente peggiorata nel tempo.

Cos’è cambiato?

La novità è che, per una serie di circostanze, oggi i professionisti impegnati in queste carriere sono molto più inclini a denunciare, protestare e organizzarsi collettivamente, sia attraverso canali tradizionali come i sindacati, sia in modi non convenzionali, come state facendo voi parlando della questione  e raccontando cosa significhi essere un giornalista freelance: per esempio fare un’inchiesta e poi essere pagati, se va bene, poche decine di euro per tre settimane di lavoro. 

Tutto questo è di estrema rilevanza in un mondo che condanna la disinformazione e le fake news, ma che al contempo non riesce a proteggere e sostenere chi produce l’informazione. Lo sfruttamento e la natura predatoria del settore creativo nel suo complesso, e dell’industria dell’informazione in particolare, si fondano proprio sullo sfruttamento della passione.

Quindi la differenza è che oggi le persone stanno finalmente facendo sentire la propria voce?

La vera differenza risiede in un’insolita combinazione tra la pandemia e l’emergere di movimenti sociali globali di rilievo, quali #MeToo e Black Lives Matter. La crisi dovuta al Covid19 ha costretto molte aziende del settore a interrompere i rapporti con i freelance e a monitorare più da vicino le condizioni dei propri dipendenti, scoprendo che nessuno stava bene.

Un altro elemento di discontinuità è rappresentato dalle nuove generazioni di lavoratori e lavoratrici. Oggi chi viene assunto nelle aziende è molto più esigente in termini di giustizia sociale e tutela del benessere lavorativo.

Penso  inoltre che, dagli anni Ottanta fino ai primi anni Duemila, governi, imprese e persino lavoratori e sindacati abbiano considerato il lavoro come l’aspetto più significativo dell’esistenza delle persone, la massima forma di autorealizzazione. 

Questo è accaduto in gran parte perché gli altri sistemi che tradizionalmente danno un senso alla vita, come la famiglia, la comunità religiosa o lo sport erano ormai in declino. Se un tempo le persone trovavano uno scopo nella famiglia, nella spiritualità o nel senso di appartenenza a una comunità, per molti tutto questo è progressivamente svanito. 

Al contrario, la promessa era che fosse il lavoro a garantire quel senso. L’importante era scegliere una carriera che riflettesse la propria identità e le proprie passioni. Oggi però stiamo entrando in un’epoca in cui le persone non credono più a questa narrazione e l’esperienza condivisa della pandemia ha agito da acceleratore. 


“Cosa succederebbe se riuscissimo a incanalare parte di quell’energia verso la creazione di un settore migliore per tutti?”


I politici, così come i datori di lavoro, possono continuare a ripetere che “sono libero di scegliere un lavoro che mi rispecchi” e che “la passione mi porterà lontano, ma intanto continuo a non potermi permettere una casa”. E, ancora, la crisi climatica non accenna a migliorare. È come se non ci fosse alcun ritorno sul mio “investimento”, nessuna ricompensa alla fine del tunnel. 

Oggi osserviamo una generazione più consapevole (e non parlo solo di giovani) che si interroga: “Un momento! Se investo così tanto della mia persona nel lavoro e gli dedico tutto il mio amore, il lavoro dovrebbe fare altrettanto”. Credo che questo atteggiamento rappresenti un ottimo punto di partenza per quello che sembra configurarsi come un nuovo movimento collettivo. 

Nelle mie ricerche ho analizzato le esperienze e i sentimenti di giornalisti, di sviluppatori di videogiochi, registi, musicisti, creatori di contenuti online e pubblicitari. Sebbene si tratti di settori profondamente diversi, le persone che vi lavorano sperimentano le medesime problematiche e spesso scelgono queste carriere per le stesse ragioni: raccontare storie, perseguire la libertà creativa e ottenere, in cambio, rispetto e riconoscimento. 

Tuttavia, poiché per la stragrande maggioranza delle persone nulla di tutto ciò si concretizza, si pongono le basi per una causa comune. 

Vuole dire che queste persone sperimentano lo stesso tipo di precarietà?

Sì. E mi permetto di dire che la precarietà genera anche delle opportunità, che risiedono nell’organizzazione collettiva. Questo non vale solo per i giornalisti. 

La mia speranza è che realtà diverse, quali editori, sindacati e associazioni di categoria, riescano a dialogare maggiormente tra loro, elaborando una narrazione condivisa. Deve essere chiaro che il problema riguarda tutti allo stesso modo, che si tratti di giornalisti freelance in italia, sviluppatori di videogiochi nei Paesi Bassi o registi in Danimarca. L’obiettivo è connettere queste iniziative, costruire insieme qualcosa e far arrivare queste istanze ai decisori politici e a chi ha il potere di esercitare pressione sull’industria dei media. È una responsabilità condivisa: abbiamo il dovere di indicare chiaramente al settore che deve fare di più. 

In cosa può migliorare chi lavora nel settore dei media?

Chi sceglie la carriera nei media ha solitamente un tratto in comune: il desiderio di raccontare storie belle e significative, mantenendo, nel farlo, la propria autonomia. Questo è quel che anima i giornalisti. Le persone creative vogliono realizzare storie, campagne e film meravigliosi, e questo è fantastico. Di conseguenza, quando parlano del proprio lavoro e della propria passione, finiscono per concentrarsi esclusivamente sulla narrazione.  

Ma tutta quella passione, la gioia e l’idealismo romantico finiscono per oscurare il fatto che si tratti pur sempre di un lavoro. E la questione fondamentale del lavoro è che esso è intrinsecamente politico. Porta con sé leggi, regole e sul dovere di tutela dei datori di lavoro, protezioni, diritti e responsabilità.

Ed è proprio qui che scatta la trappola della passione, come evidenziato già nel 2012 dall'omonimo saggio italiano. Questa trappola non consiste naturalmente nel dire “accetto di farmi sfruttare da un’industria senza scrupoli”, quanto nel dimenticare che si tratta semplicemente di un lavoro. Ma il nostro lavoro non coincide con ciò che siamo. Una volta interiorizzata l’idea che “questo è ciò che faccio, non quello che sono”, pur preservando il proprio romanticismo (perché avere una motivazione intrinseca resta un valore straordinario) allora si è in grado di criticare efficacemente il sistema. 

Ma se il lavoro è parte integrante della propria identità, come si può prenderne le distanze per evidenziarne difetti e criticità? È estremamente difficile, potrebbe dare l’impressione di tradire se stessi. E purtroppo è tipico di chi lavora nel mondo dei media. Ed è comprensibile, non voglio giudicarli; dopotutto, lo facciamo anche noi accademici, presentando l’università come qualcosa di molto più benevolo e meraviglioso di quanto non lo sia in realtà per la maggior parte delle persone. 

Uno degli aspetti più sconcertanti emerso dalle mie ricerche, e da quelle di molti colleghi, riguarda ciò che accade ai professionisti dei media, i giornalisti, per esempio, quando a un certo punto della loro carriera si rendono conto di amare profondamente il proprio mestiere ma scoprono che il settore non ricambia affatto questo sentimento. 

Può succedere quando si viene licenziati per tagli al bilancio, nonostante l’ottimo lavoro svolto. Accade quando un progetto non riceve finanziamenti senza una ragione apparente (o trasparente), o quando si subiscono discriminazioni e bullismo legati al genere, all’etnia o, semplicemente, per ciò che si è, anziché per la qualità di ciò che si fa. Per molti, vivere tutto questo significa sprofondare in una sorta di “disincanto”, come lo definisce un mio collega francese.

Trovo che “disincanto” sia il termine più appropriato quando un lavoro vissuto come romantico, splendido e appassionante si trasforma in una disillusione. Ed è profondamente triste, perché abbiamo estremo bisogno che i giornalisti continuino a credere nel valore del proprio lavoro.  

Cosa possiamo fare, quindi, in quanto giornalisti?

Credo che la vera sfida sia capire come impedire che le persone sprofondino nel disincanto nel corso della propria carriera. Ovviamente, interrogarsi sull’adeguatezza dei compensi è una priorità assoluta. Tuttavia, ritengo che una riflessione più profonda debba partire dalla consapevolezza che chi sceglie di intraprendere una carriera creativa è spesso mosso da motivazioni intrinseche, che prescindono dal guadagnare abbastanza o dall’avere un’assicurazione sanitaria, per quanto questi restino requisiti fondamentali. 

Questa scelta a che fare con una sorta di incanto, con un ideale romantico. Viviamo in un mondo sempre più neoliberale, capitalista e incline allo sfruttamento, un mondo, per certi versi, cupo. Penso sia assolutamente straordinario vedere che esistono ancora persone che scelgono un lavoro per passione; è un valore che dovremmo proteggere a ogni costo, specialmente nell’era dell’intelligenza artificiale, dei robot e dell’automazione. 

Come possiamo, dunque, discutere il futuro del giornalismo in una prospettiva di amore e cura? Può sembrare ingenuo, ma nel libro concludo che un punto fondamentale, quando si parla di soluzioni, è che spesso, negli studi accademici sulla precarietà, si sostiene che la passione finisca per intrappolare le persone. È quella “la trappola della passione”: l’idea che la passione stessa sia il problema. In realtà, ho imparato che è l’esatto contrario. La passione è la vera forza. 

Il problema è che tutta questa passione viene investita esclusivamente nel prodotto finale, che si tratti di un articolo, di un giornale, di un sito web, di un’app, di una rivista, di una canzone, una campagna o un film. Finché il risultato è eccellente, è lì che si concentra ogni nostro sforzo. Ma cosa succederebbe se riuscissimo a incanalare parte di quell’energia verso la creazione di un settore migliore per tutti?

Quel che mi rende ottimista è che, per le mie ricerche, ho potuto attingere a dati raccolti dal settore stesso, una pratica che ha cominciato a diffondersi seriamente solo dai primi anni Duemila. Prima di allora, non esisteva alcuna documentazione ufficiale su come lavorassero i professionisti dei media. Oggi, invece, quasi ogni giorno, in qualche parte del mondo, nasce un nuovo sondaggio o viene pubblicato un manifesto sui diritti dei lavoratori per influencer, giornalisti e così via. Penso sia incoraggiante; è un punto di partenza.

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