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Ides Debruyne, Journalismfund: “Dobbiamo insegnare ai giornalisti a dire no alle testate che non pagano”

I media, e in generale il settore dell’informazione, stanno attraversando una profonda crisi strutturale. A subirne (e a pagarne) le conseguenze sono spesso i giornalisti freelance, costretti ad accettare compensi irrisori o a lavorare senza essere retribuiti. Intervista al direttore di Journalismfund Europe.

Pubblicato il 17 Marzo 2026

Ides Debruyne è cofondatore e direttore di Journalismfund Europe, organizzazione indipendente e senza scopo di lucro fondata nel 1998 con l’obiettivo di promuovere il giornalismo investigativo indipendente in Europa.

Ides Debruyne

Nell'agosto 2025, Debruyne ha pubblicato sul sito di Journalismfund Europe un editoriale intitolato “Exploiting Journalists Destroys Credibility” ("Sfruttare i giornalisti distrugge la credibilità"), in cui denunciava la pratica diffusa di non retribuire le inchieste cofinanziate dalla sua organizzazione.

“Come possono le testate giornalistiche denunciare la schiavitù moderna e lo sfruttamento da parte di aziende e governi, quando si aspettano che i propri freelance lavorino gratuitamente? Questa ipocrisia mina non solo la loro autorità morale, ma il futuro stesso del giornalismo investigativo”, ha scritto.

Questa riflessione è di particolare attualità e si inscrive nel lavoro che abbiamo fatto a Voxeurop per parlare delle condizioni di esercizio del mestiere di giornalista in Europa.  La precarietà e la sofferenza di chi produce informazione intrecciandosi con diverse criticità (tra cui la crisi del settore dell’informazione e l’assenza di regolamentazione), mette in pericolo le nostre democrazie e la solidità delle nostre società.


Voxeurop: Lei ha criticato la prassi, ormai diffusa, per cui spesso le redazioni non retribuiscono i freelance per gli articoli realizzati grazie ai finanziamenti di Journalismfund Europe. E ha ragione: nella maggior parte dei casi, è esattamente ciò che accade. Gli editori si giustificano sostenendo di avere risorse limitate o affermando che il lavoro dei freelance è già stato pagato tramite il grant. Senza quest borse non sarebbe possibile realizzare di un giornalismo di qualità. Come possiamo interrompere questo circolo vizioso?

Ides Debruyne: L’aspetto fondamentale da tenere in considerazione è che Journalismfund Europe non produce articoli. Non prende iniziative in tal senso, né partecipa alle fasi di ricerca sui temi. Sono i giornalisti a decidere di avviare un’inchiesta, consapevoli dei costi elevati e del fatto che le testate su cui intendono pubblicare non coprirebbero le spese, né totalmente né in parte.

Questo problema è ancora più frequente per i freelance. Journalismfund eroga fondi destinati alla ricerca, ma non copre a sufficienza le spese per l’editing, la produzione e la post-produzione. Spetta quindi ai beneficiari del finanziamento negoziare con le testate affinché queste si facciano carico di tali costi.

Trovo inaccettabile che le testate si sentano legittimate a non retribuire un contenuto fornito da un freelance. Su quale logica si basa questa pretesa? Nessuna azienda direbbe mai: “Dammelo gratis, tanto che gran parte dei costi sono già stati coperti da altri”. Non sono affari loro; dovrebbero solo essere grati di non dover sostenere l’intero investimento, ma solo una piccola quota. I prodotti giornalistici che beneficiano di ingenti investimenti nella ricerca sono spesso eccellenti, come dimostrano i premi vinti dai progetti che sosteniamo e l’impatto che molti di essi producono. Appropriarsi di un’inchiesta senza riconoscere alcun compenso è immorale, in molti paesi, persino illegale. Come spezzare questo circolo vizioso? Semplicemente voltando le spalle alle testate che non pagano. Dobbiamo parlarne apertamente: dopotutto, il nostro mestiere richiede proprio trasparenza.

Il problema del compenso dei freelance è particolarmente rilevante in alcuni paesi europei, come abbiamo avuto modo di constatare e quasi ovunque mancano tutele. Esistono meccanismi di protezione già attivi o in fase di definizione? E quali, a suo avviso, potrebbero rivelarsi concretamente efficaci e realizzabili?

I giornalisti devono difendere i propri diritti. Non devono permettere ai media di approfittarsi di loro. È necessario stabilire accordi chiari con le testate sin dal principio, dando altrettanta importanza alla questione economica. Forse dovremmo insegnare ai giornalisti alcune tecniche di negoziazione e vendita? Dobbiamo anche insegnare loro a dire “no” a una testata che non paga. Forse anche organizzazioni come l’European Federation of Journalists, l’Association of European Journalists o l’International Press Institute potrebbero svolgere un ruolo in questo senso.

Società sane richiedono un giornalismo di qualità. Questa constatazione si scontra con una realtà segnata da finanziamenti in calo, lettori in diminuzione e un sostegno pubblico limitato. 

L’interpretazione dei fatti dipende dal punto di vista. Se confrontiamo la situazione attuale con quella dell’Europa di qualche anno fa, questa analisi potrebbe essere corretta. Ma se guardiamo al periodo precedente al 1989, dobbiamo riconoscere che oggi, in molti paesi dell’ex blocco orientale, esiste un numero di testate indipendenti decisamente superiore rispetto all’epoca.

Prima del crollo del muro di Berlino, in quelle regioni era impossibile criticare il governo. La Spagna, il Portogallo e la Grecia si trovavano nella stessa situazione cinquant’anni fa. Oggi non è più un problema in moltissimi paesi. Da allora, ho visto realizzarsi numerosi nuovi progetti.


“La prima lealtà del giornalismo è verso i cittadini. Non stiamo diffondendo abbastanza questo messaggio”


Sfortunatamente, la disponibilità di capitali da parte di investitori democratici è ancora troppo esigua, a differenza di quanto avviene per gli oligarchi autoritari. Quando nel 2009 abbiamo cominciato a finanziare progetti transfrontalieri europei, non esisteva nulla di simile. Nel 2025, il nostro budget ha raggiunto i 6 milioni di euro. E oggi non siamo più soli. Al tempo stesso, l’Unione europea è sempre più convinta della necessità di investire nel settore dell’informazione per rafforzare le democrazie fragili. 

La democrazia può fallire: è un sistema delicato. Dobbiamo lottare ogni giorno per tenerla in piedi. È necessario iniziare a collaborare in modo più efficace, superando i confini nazionali. Questo vale non solo per i progetti giornalistici, ma anche per il modello di business. 

Collaborare può significare anche ridurre i costi: penso, ad esempio, alle piattaforme online create dai giornalisti per indagare. Questa collaborazione, possibilmente transfrontaliera, deve continuare. E, naturalmente, questi media indipendenti devono iniziare a parlare di più dell'importanza del giornalismo per i cittadini. Dobbiamo dimostrare al pubblico che il giornalismo indipendente è un bene, unisce le persone, migliora il dibattito e rafforza la democrazia. La prima lealtà del giornalismo è verso i cittadini. Non stiamo diffondendo abbastanza questo messaggio.

Questo tipo di collaborazione radicale dovrebbe essere stimolata anche a livello organizzativo e tra i media locali, come facciamo attraverso il nostro progetto PM4D. I piccoli media locali possono imparare gli uni dagli altri attraverso lo sviluppo delle capacità.

Journalismfund Europe sta cercando di reinventarsi. In questo contesto globale – segnato dai tagli statunitensi ai finanziamenti e da molte altre incertezze – e in Europa, dove i fondi sono limitati e molti giornalisti dipendono dalle sovvenzioni, quali sfide vi trovate ad affrontare?

Dovremo aspettare e vedere cosa accadrà. Nessuno sa cosà succederà nel 2026. Il nostro budget è già inferiore a quello del 2025, ma faremo del nostro meglio. Credo che la Commissione europea stia attribuendo sempre più importanza al sostegno del giornalismo e al comparto dei media. Il meccanismo di riassegnazione dei fondi gestito da Journalismfund Europe [il fondo attinge, tra le altre fonti, ai bandi della Commissione europea per poi ridistribuirlo tra i suoi beneficiari] rappresenta un modello positivo per i giornalisti e i media, e per i donatori. 

Nel mondo della filantropia circolano molte risorse, ma la maggior parte delle organizzazioni non osa davvero impegnarsi. Non credono fino in fondo nel valore del giornalismo indipendente e dei media come strumenti democratici, anche se affermano il contrario. E in molti paesi, non è semplicemente possibile sostenere una piattaforma giornalistica indipendente attraverso la sola pubblicità o gli abbonamenti. Alcune zone linguistiche sono troppo piccole per poterselo permettere. Il mercato non risolve tutto. La domanda, quindi, è: come possiamo organizzare e stimolare questo sostengo? Anche perché, ancora oggi, fare giornalismo può essere rischioso. In futuro, con Journalismfund Europe, vogliamo continuare a lavorare proprio per ridurre questo rischio.  

Tra l’altro, Journalismfund Europe non sostiene soltanto il giornalismo investigativo, ma anche i media locali, aiutandoli a sviluppare strategie di sopravvivenza nel settore attraverso diverse modalità per generare entrate.

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