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Rifugiati ucraini nell’Ue: stabilmente precari

Quattro anni dopo l'invasione russa, milioni di ucraini vivono nell'Unione europea con un permesso pensato per gestire l’emergenza. In Italia e in Polonia la precarietà è diventato una condizione di vita. E ora le regole cambiano di nuovo. Reportage.

Pubblicato il 4 Novembre 2026

Il figlio di Alina ha compiuto diciotto anni. Quando lei lo ha portato via da Dnipro, nel settembre 2022, era un ragazzino, oggi studia accoglienza turistica in un istituto professionale di Monza e vive con la madre in un appartamento del Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), a Bellusco, in Brianza. 

Alina, 38 anni, in Ucraina lavorava in banca; qui vende scarpe in un centro commerciale. Il primo anno non voleva imparare l'italiano: “Pensavo che sarebbe finito tutto presto e che saremmo tornati”. Poi ha smesso di fare previsioni: “Vivo un giorno alla volta. Non sappiamo cosa succederà domani, né la settimana dopo”.

Il 30 luglio i ministri degli esteri dell'Unione europea hanno prorogato la Protezione temporanea, il sistema grazie al quale gli ucraini possono accedere ad alcuni diritti, tra cui permesso di soggiorno e accesso al lavoro nei paesi Ue, fino al 4 marzo 2028 e, per la prima volta, ha posto una condizione: chi la chiede deve dimostrare di aver lasciato l'Ucraina legalmente e di essere in regola con gli obblighi militari. La regola non tocca chi era già protetto nello stesso paese. 

Finché resta in Italia, il ragazzo non rischia nulla. Se volesse studiare o lavorare in Germania o in Francia, sarebbe un nuovo richiedente. “È un punto critico”, dice Viktoryia Vaitovich, ricercatrice dell’Università Ca' Foscari Venezia dove lavora a un progetto denominato RESTART relativo agli sfollati dall'Ucraina. “Incide sulle dinamiche familiari e sulla scelta di rientrare. E potenzialmente colpisce ragazzi che qui sono minorenni e poi diventano maggiorenni”.

Un’eccezione diventata regola

Nel marzo 2022 l'Europa ha fatto una cosa inedita: per la prima volta è stata attivata la direttiva sulla protezione temporanea. Scritta nel 2001 dopo le guerre nei Balcani e mai usata prima, permette di oltrepassare la procedura d'asilo: un permesso immediato, accesso al lavoro, alla sanità e alla scuola, libertà di movimento tra i paesi membri. Una risposta d'emergenza, pensata per durare un anno, che è stata rinnovata su base annua.

Il problema non è che la protezione temporanea abbia fallito”, dice Agnieszka Kulesa, del Center for Social and Economic Research di Varsavia, “ma che non sia stata accompagnata per tempo da una pianificazione di lungo periodo”. Başak Yavçan, del Migration Policy Group, va più a fondo: “Il difetto di fondo è che lo status è definito da un ritorno atteso, non dalla residenza effettiva. Quattro anni di lavoro, scuola e tasse non si sommano in nulla di duraturo”. 

Gli anni passati sotto protezione temporanea, infatti, non contano per ottenere lo status di soggiornante di lungo periodo previsto dalle regole europee.

Gli studiosi la chiamano “temporaneità protratta”. Le persone la descrivono in un altro modo.

Italia, la vita sospesa

In Italia il documento degli ucraini scade il 31 dicembre. Bruxelles decide la proroga in estate; Roma la recepisce con il decreto di fine anno, il cosiddetto Milleproroghe (l'ultimo è il d.l. 201/2025). “Esce a tre giorni dalla scadenza”, dice Ilaria Corna, che ha gestito centri di accoglienza straordinaria e progetti di accoglienza diffusa tra Milano, Monza e Lecco. Nell'attesa del rinnovo, spiega, si resta senza copertura: “Con un permesso scaduto e senza appuntamento in questura perdi l'iscrizione sanitaria, l'assegno unico, il bonus nido. La tua vita è sospesa”.

Lo stesso calendario pesa sulla ricerca di una casa: pochi proprietari affittano a chi ha un titolo valido dodici mesi. Chi è fuori dai circuiti di accoglienza finisce spesso nel mercato nero. Angelica, arrivata da Kharkiv, lavora nel turismo stagionale tra Veneto e Trentino e vive in stanze subaffittate senza contratto.

Cosa succede? Senza contratto non ha la residenza, senza residenza non ha la carta d'identità, senza carta d'identità non ha lo SPID, l'identità digitale che serve per quasi ogni pratica con lo Stato. “Diventiamo persone senza identità”, dice. “Non puoi pianificare nemmeno sei mesi. Se domani finisco per strada, nessuno può aiutarmi”.

Valeriia Guliaieva. | Foto: Caritas
Valeriia Guliaieva. | Foto: Caritas

Valeriia Guliaieva, 29 anni, ucraina, lavora come mediatrice per la Caritas in provincia di Sondrio. Racconta il caso di un ragazzo appena assunto: con la ricevuta della questura può firmare il contratto, ma non aprire un conto corrente finché non arriva il permesso definitivo, tre o quattro mesi dopo. “Lavora e non può ricevere lo stipendio. È un cane che si morde la coda”.

Elena, badante in Italia da diciotto anni, ha visto i suoi tre figli arrivare nel 2022 e ripartire per Germania e Francia: qui nessuno affittava loro un appartamento. Uno di loro da quattro anni non vede la propria figlia quindicenne che vive tuttora in Ucraina. Con la legge marziale gli uomini in età di mobilitazione non possono lasciare il Paese. “Se rientra, non riesce più a ripartire”.

Nel sistema di accoglienza italiano gli ucraini, rispetto ad altri migranti, hanno avuto da subito un documento, la libertà di viaggiare e, a volte, la possibilità di rifiutare un alloggio. Per questo tra operatori e volontari circola l'idea che siano “privilegiati”, arrivati “a pretendere”.

Monia Copes, che coordina l'accoglienza della Caritas in provincia di Sondrio, la legge al contrario. “Eravamo preparati a persone in difficoltà estrema, a cui dare tutto. Sono arrivate persone che sapevano quello che volevano. Forse hanno messo in discussione il nostro assistenzialismo, l'idea che chi arriva debba accettare tutto”.

Per Vaitovich, è proprio da quell'esperienza che l'Europa dovrebbe imparare: “Questo caso dimostra che una mobilitazione di risorse simile è possibile e che la libertà di movimento conviene a tutti, ai governi come alle persone. Invece di misurare chi sta meglio e chi sta peggio, perché non trarne una lezione e applicarla all'intero sistema, per tutti?”. 

Polonia, la stabilità impossibile

In Polonia chi è arrivato dopo il febbraio 2022 ha ottenuto uno status speciale, previsto da una legge approvata pochi giorni dopo l'invasione, che dà accesso a lavoro, sanità e sussidi. Da quest'anno chi ha quello status da almeno un anno può chiedere la carta CUKR: un permesso di soggiorno di tre anni, più stabile ma senza gli aiuti legati alla protezione. In cambio della sicurezza, quindi, si perde una parte del sostegno.

La legge speciale, intanto, è diventata terreno di scontro politico. Ogni volta che il parlamento discute di modificarla, spiega la ricercatrice Olena Babakova, si diffonde il timore di perdere i propri diritti. E centinaia di migliaia di ucraini si mettono in coda negli uffici per chiedere un permesso di soggiorno ordinario.

Anna, 21 anni, è arrivata in Polonia con la famiglia nel marzo 2022 e oggi frequenta il secondo anno di laurea magistrale. Cercando casa ha incontrato un paradosso: “A un inquilino ucraino chiedono molte più prove: che sei solvibile, che resterai a lungo, che la tua vita ha una certa stabilità. Devi dimostrare di essere stabile proprio quando la tua vita non lo è più, per via della migrazione”.

Karyna Filonenko, blogger di Cracovia, nel marzo 2022 non trovò un solo proprietario disposto ad affittare alla sua famiglia e passò sei mesi nelle strutture temporanee di Muszyna e Krynica-Zdrój. Oggi sul suo blog raccoglie episodi di ostilità quotidiana, come quello di un'amica incinta insultata a Varsavia perché parlava ucraino, e dice di temere per i suoi figli nei luoghi pubblici.

Anna ha lavorato a un osservatorio sull'odio online; poi lei e i colleghi sono stati presi di mira, con screenshot delle loro pagine personali fatti circolare in rete. “Ho temuto seriamente per la mia sicurezza, e soprattutto per quella dei miei cari”.

Filonenko ha comunque deciso di restare: “Non ho intenzione di lasciare la Polonia. Voglio continuare qui la mia vita”.

Lo sguardo da Kiev

Il governo ucraino non costringe nessuno a tornare, ma teme di perdere forza lavoro e uomini da mobilitare. Il ministero dell'Unità nazionale, creato alla fine del 2024 per tenere i legami con chi è all'estero e favorirne il rientro, è stato sciolto meno di un anno dopo, travolto da accuse di corruzione ai vertici.


“Il difetto di fondo è che lo status è definito da un ritorno atteso, non dalla residenza effettiva. Quattro anni di lavoro, scuola e tasse non si sommano in nulla di duraturo” – Başak Yavçan


Gli analisti ucraini sono prudenti. Secondo il Centre for Economic Strategy di Kiev, a guerra finita torneranno circa 1,6 milioni di persone.

“Quasi l'80 per cento di chi pensa di tornare è pronto a farlo solo a guerra completamente finita”, dice la ricercatrice Iryna Ippolitova”. 

 Volodymyr Skrypets, del Laboratorio delle iniziative legislative, stima che rientrerà realisticamente tra il 30 e il 40% di chi è partito, con forti differenze di età: tra i giovani la probabilità è più bassa del 20-25% rispetto agli over 45. Prevede anche una frattura: “Si crea un conflitto potenziale tra chi ha combattuto per l'Ucraina e chi è partito. È un conflitto sociale che purtroppo non possiamo evitare”.

Le domande per Bruxelles

Nel 2022 l'Unione ha agito come un blocco: “All'inizio abbiamo visto una forte leadership europea e l'aspirazione ad armonizzare le regole”, dice Vaitovich. “Con il tempo siamo passati da una risposta unanime e collettiva alla discrezionalità degli Stati membri”. Nel giugno 2025 la Commissione ha raccomandato agli Stati di aiutare gli ucraini a passare dalla protezione temporanea ad altri permessi nazionali, per lavoro, studio o famiglia.

Non ha però indicato un modello comune: ogni governo decide da sé. Esiste poi uno status europeo di soggiornante di lungo periodo, che dopo cinque anni di residenza legale dà un permesso stabile, riconosciuto in tutta l'Unione. Gli anni passati sotto protezione temporanea, però, non vengono conteggiati. Durante la revisione di quella direttiva alcune organizzazioni avevano chiesto di includerli, ma la modifica non è stata approvata.

Così ogni paese si costruisce la propria uscita. L'Italia permette di convertire la protezione in un permesso per lavoro, a chi ha un contratto. La Polonia offre la CUKR. "Se l'accesso a uno status di lungo periodo dipendesse soprattutto dai criteri migratori ordinari, si creerebbe una disuguaglianza tra diverse categorie di persone sotto protezione temporanea", dice Ievgeniia Bulgakova, dell'organizzazione ucraina "10 aprile". Anziani, persone con disabilità, madri sole: chi non può dimostrare un reddito rischia di restare senza alternative.

La protezione scade il 4 marzo 2028. Né Roma, né Varsavia, né Bruxelles hanno ancora detto cosa succederà il giorno dopo.

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno di Journalismfund Europe. Hanno collaborato Sofia Nazarenko e Artur Koldomasov.
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