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La demografia in tempo di guerra: l’Ucraina si sta svuotando? 

L’Ucraina attraversa una doppia crisi: la sua popolazione è in calo da oltre trent’anni e l’invasione russa ha accelerato il fenomeno. Proteggere la demografia e il futuro di un paese durante la guerra è un dramma senza risposta.

Pubblicato il 21 Maggio 2026

“La verità è che il declino mondiale della popolazione comincerà con decenni di anticipo rispetto alle previsioni, perché le tendenze della natalità globale sono molto peggio di quello che pensavano gli esperti”, scrive Marc Novicoff su The Atlantic. Se le previsioni delle Nazioni unite stimavano l’inizio del calo mondiale al 2084, oggi alcuni esperti parlano del 2055. 

“Si tratta di un fenomeno globale, che in demografia viene definito ‘transizione demografica’”, spiega Oleksander Gladun, dell’Istituto per gli studi demografici e sociali dell’Accademia nazionale ucraina delle Scienze, Ptoukha. “Il calo demografico in Ucraina non è un caso isolato. Ciò che è unico è la situazione in cui si trova l’Ucraina”.

La guerra non ha mai un impatto positivo sulla demografia di un paese: si perdono vite, quelle dei militari e dei civili. Inoltre, continua Gladun, “La mortalità aumenta anche a causa dell’aggravarsi delle malattie croniche, dello stress e, in alcuni casi, dell’impossibilità di ricevere cure mediche tempestive”. In parallelo, diminuiscono le nascite: “Le persone rimandano la decisione di avere figli, è una reazione naturale.”. 

L’Ucraina sta infatti attraversando una crisi demografica estremamente grave. Già nel 2023 il Kyiv Independent titolava “Disastro demografico: la più grande minaccia del dopoguerra per l'Ucraina”.

“Il calo demografico in Ucraina non è un caso isolato. Si tratta di un fenomeno globale, che in demografia viene definito ‘transizione demografica’. Ciò che è unico è la situazione in cui si trova l’Ucraina”, spiega Oleksander Gladun, dell’Istituto per gli studi demografici e sociali dell’Accademia nazionale ucraina delle Scienze, Ptoukha.

Secondo i dati pubblicati dal ministero della Giustizia ucraino, citati dal Kyiv Independent, nel 2024 l'Ucraina ha registrato 495.090 decessi, un numero quasi tre volte superiore a quello delle nascite. 

Testimonianza | Avere un bambino durante la guerra, Angelina Kariakina
Io e mio marito volevamo una famiglia, stavamo pianificando di averne una e abbiamo deciso di andare avanti a prescindere da ciò che stava succedendo. Naturalmente, c'erano alcuni fattori che abbiamo preso in considerazione: avevamo una casa nostra, “sicura” al momento e comoda per tutti noi. Avevamo un lavoro e le risorse finanziarie che ci permettevano di pianificare il futuro. Direi che la guerra è stata addirittura qualcosa che ci ha spinto ad agire più in fretta. Non ne abbiamo mai parlato, ma intuitivamente credo che sentissimo che il nostro tempo potesse essere limitato, quindi dovevamo vivere la nostra vita a prescindere da tutto. 

Mi sono chiesta se fossi abbastanza responsabile da mettere al mondo un bambino in un luogo costantemente sotto attacco, soprattutto quando dovevo nascondermi al piano di sotto durante gli attacchi notturni o ascoltare le esplosioni mentre ero incinta o con un bambino in braccio. Ma guardando la vita dei miei figli a casa, circondati dalla loro famiglia e dai loro amici, con tutte le opportunità che hanno ancora a disposizione anche durante la guerra nel loro Paese – viaggiare, imparare la loro cultura, conoscere le loro radici – è qualcosa che fa svanire questi pensieri. 

Vogliamo che la nostra famiglia rimanga a casa, vogliamo che i nostri figli crescano in Ucraina, cerchiamo di rendere la loro vita a casa il più sicura possibile, ma finché la loro vita serena e agiata a Kiev è ancora possibile, resteremo qui. Abbiamo un piano B per la nostra famiglia nel caso in cui la sicurezza peggiorasse, ovviamente. Stiamo lavorando a un rifugio per la famiglia nella parte più occidentale e probabilmente più sicura dell’Ucraina. Ma per ora siamo a casa ed è proprio questo che ci fa sentire più al sicuro e felici.

Secondo gli ultimi dati annunciati da Volodymyr Zelensky, considerati largamente sottostimati, da febbraio 2022 l’Ucraina avrebbe perso 55mila militari (di carriera e coscritti) nella guerra contro la Russia. Il Centro per gli studi strategici e internazionali (Csis), un think tank con sede a Washington, parla di un numero di morti compresi tra i 100 e i 140 mila, contro 275.000-325.000 per l’esercito russo.

“La popolazione dell'Ucraina è in calo dal 1993”, spiega Gladun. “La guerra ha notevolmente accelerato questo processo. Secondo le nostre previsioni, la popolazione continuerà a diminuire. Tuttavia, il ritmo di questo calo dipenderà dall'anno e dalle condizioni in cui la guerra giungerà al termine”, continua il demografo.  

Dal 1991, quando è diventato indipendente dall’Unione sovietica, il paese ha perso quasi la metà della popolazione: “Secondo le mie stime, all’inizio del 2026 la popolazione nel territorio controllato dal governo ucraino era circa 28 milioni di persone. Alla fine del 1991, la popolazione era di 51,7 milioni”. Una proiezioni delle Nazioni Unite, citata da Ukrainian Pravda, la stima a 15,3 milioni entro il 2100.

Va specificato, però, continua Gladun, che “Il territorio attualmente sotto il controllo del governo è circa il 20 per cento più piccolo rispetto al 1991. Inoltre, non conosciamo i dati demografici relativi al territorio non controllato e non sappiamo quante persone torneranno tra quelle che attualmente sono fuggite dalla guerra in altri paesi”.

Quanti sono gli ucraini rifugiati all’estero? 

Secondo i dati dal Centre for Economic Strategy (Ces), un centro di ricerca ucraino indipendente fondato a Kiev nel 2015, all’inizio del 2026, 5,6 milioni di rifugiati ucraini si trovavano all’estero: di questi, 4 milioni hanno lasciato l'Ucraina attraverso i confini occidentali. I dati vengono dal loro quinto rapporto sui rifugiati. 

“Abbiamo anche oltre 4 milioni di sfollati interni. Pertanto, più di 10 milioni di persone hanno lasciato le loro case, il che rappresenta circa il 20 per cento della popolazione prebellica”, aggiunge il demografo Oleksander Gladun. 

“L'Ucraina continua a registrare un calo demografico a quattro anni dall'inizio dell'invasione su vasta scala. La causa principale di questo calo è l’emigrazione. Secondo le nostre stime nel 2025 circa 300mila persone hanno lasciato l'Ucraina. Inoltre, la popolazione sta diminuendo a causa delle perdite subìte sia dal personale militare che dalla popolazione civile, nonché a causa del calo dei tassi di natalità”, conferma Iryna Ippolitova, senior researcher presso il Ces. 

Alla fine di agosto del 2025 il governo ucraino ha liberalizzato la circolazione transfrontaliera per gli uomini di età compresa tra i 18 e i 22 anni e ha permesso agli uomini di 23 che vivono all'estero di tornare temporaneamente in Ucraina. Fino a quel momento la legge marziale, in vigore dall'inizio dell'invasione russa nel 2022, aveva vietato a tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni di lasciare il paese, salvo rare eccezioni.

Lo scopo era garantire all'esercito un numero sufficiente di reclute. “Vogliamo che gli ucraini mantengano il più legami possibile con il paese”, aveva dichiarato la premier Yulia Svyrydenko. Il governo deve conciliare i bisogni della guerra con l’esigenza di preservare le nuove generazioni per garantire il futuro della nazione.

Nel periodo tra agosto e novembre 2025 circa 96mila uomini sono emigrati secondo i dati del Ces: “Circa un giovane ucraino su sette di età compresa tra i 18 e i 22 anni ha lasciato il paese dopo l’introduzione della misura” riassume il rapporto.

Secondo la BBC Ucraina, questi dati non tengono conto del ritorno possibile di un numero significativo di giovani uomini, né del fatto che una singola persona possa aver attraversato il confine più volte. Il Kyiv Independent riferisce dati sui giovani che stanno lasciando il proprio lavoro, ma sottolinea anche che non è possibile fornire cifre precise.

Quanti torneranno? 

Il Ces stima che, con diversi tipi di scenario, che alla fine della guerra potrebbero tornare in Ucraina tra 1,3 e 2,2 milioni di persone. 

“La decisione di tornare sarà influenzata da una serie di fattori: la disponibilità di case in Ucraina, le opportunità di lavoro, le infrastrutture sociali per i bambini, ecc. Le persone metteranno a confronto ciò che hanno nel paese ospitante con le opportunità offerte dall’Ucraina. Anche il grado di adattamento al nuovo paese avrà un ruolo importante”, spiega Oleksander Gladun.  

E, naturalmente, un fattore importante è come e a quali condizioni finirà la guerra: “Due anni fa un sondaggio diceva che se la guerra finisse ai confini del 1991 ci sarebbe una probabilità di ritorno del 25 per cento in più delle persone rispetto all’attuale linea di fronte”.  È opinione comunemente condivisa, spiega Gladun, “che se la guerra dovesse concludersi entro i confini del 1991, la situazione sarebbe stabile. Se dovesse concludersi sulla linea del fronte attuale, non si tratterebbe della ‘fine della guerra’ ma di una ‘sospensione della guerra’ e la Federazione Russa, nel giro di un anno o due, accumulerebbe forze e riprenderebbe le ostilità’, dice Glaudn. 


“Uno dei motivi principali è il fatto che non sappiamo quando finirà la guerra. Non sappiamo se siamo all’inizio o nel bel mezzo” – Antonina


Dei cittadini e cittadine ucraine all’estero il 66 per cento è in età lavorativa (18-65). I giovani – quelli sotto i 35 anni – rappresentano più della metà dei rifugiati ucraini (il 56 per cento). Si tratta delle forze vive del paese.  Si tratta anche di coloro però che, secondo i dati del Ces, saranno meno portati a tornare: “Attualmente, si osserva che i giovani sotto i 35 anni sono molto meno propensi a tornare in Ucraina rispetto alle persone più anziane, specialmente quelle sopra i 50 anni.

Le ragioni sono molteplici: una migliore integrazione nei paesi ospitanti, fattori economici quali l’occupazione e i salari e, soprattutto, i rischi per la sicurezza”, spiega Iryna Ippolitova del Ces. Il ritorno, continua la ricercatrice, è possibile, ma “a determinate condizioni. Innanzitutto, devono esserci sicurezza e la fine della guerra. Anche le modalità con cui la guerra si conclude sono importanti: la maggior parte dei rifugiati prende in considerazione il ritorno solo se la guerra finisce completamente e i voli civili riprendono in Ucraina. Un conflitto congelato avrebbe un impatto molto minore sulla disponibilità dei rifugiati a tornare”. 

Vitaly (il nome è inventato) fa parte di questi: ha 19 anni e vive in Francia da due. Originario del sud del paese, con lo scoppio della guerra si è trasferito a Ovest. È venuto in Francia per poter continuare gli studi perché la guerra ha fatto sì che perdesse la possibilità di una borsa di studio. Vitaly ha preso in considerazione diverse mete, tra cui la Repubblica Ceca e la Polonia, ma alla fine ha scelto la Francia perché, dice, “mi sono reso conto che bisogna tentare qualcosa di più grande”.

Oggi lavora nei cantieri edili oppure come venditore; a settembre vorrebbe iscriversi ad una facoltà di ingegneria. Vitaly fa parte di tanti giovani che hanno cominciato un percorso duro e complicato in un altro paese e vogliono tentare cominciare una nuova vita: è chiaro nelle sue parole un progetto, un’idea di futuro, la voglia di non “sprecare” il sacrificio fatto. “Mi piacerebbe stare qui, ho già imparato il francese, lavorato molto, voglio andare all’università”. L’Ucraina, la famiglia e i luoghi conosciuti gli mancano ma non sembrano una prospettiva possibile oggi.  

“Direi che tornerei se avessi la fortuna di trovare un lavoro buono e ben retribuito in Ucraina. Ma al momento l'economia dell'Ucraina è peggiorata”, mi dice Antonina, 27 anni e in Italia con la madre dal 2022. Originaria di Kharkiv oggi è studentessa in un Master in in studi europei e internazionali. La situazione resta molto precaria dal punto di vista della sicurezza: “Uno dei motivi principali è il fatto che non sappiamo quando finirà la guerra. Non sappiamo se siamo all’inizio o nel bel mezzo. Non voglio mettere la mia vita in pausa. Credo che la cosa giusta da fare sia cominciare la mia carriera, e magari avrò successo, magari incontrerò il mio partner e metterò su famiglia”. 

Oggi gli ucraini usufruiscono della “protezione temporanea” nei paesi Ue: questo statuto speciale permette di studiare, lavorare e avere accesso al sistema sanitario. Attivata nel marzo del 2022, volgerà al termine nel marzo del 2027. 

Non è ancora chiaro cosa faranno i paesi dell’Ue dopo questa data. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha già ripetuto che vuole limitare il numero di uomini ucraini che chiedono asilo. Il piano è quello di agevolare il ritorno dei rifugiati in patria affinché “possano aiutare il proprio paese”, dice. 

L’adesione all’Unione europea cambierebbe qualcosa? 

Nella quarta puntata delle seconda stagione di “Servant of the People” (la serie tv nella quale Volodymyr Zelensky impersona un insegnante di storia che diventa presidente dell’Ucraina) arriva la notizia dell’approvazione da parte dell’Unione europea dell'esenzione dal visto per i cittadini ucraini, un primo passo verso l’adesione. 

Il giorno dopo Vasyl Petrovych Holoborodko, il presidente, si ritrova solo nel paese, perché tutti i suoi concittadini sono andati a cercare fortuna in Europa. Se all’epoca – si era nell’ottobre 2017 – la vicenda poteva avere un tono ironico, quasi nove anni di cui quattro di guerra dopo ha un sapore decisamente amaro: Kiev spinge infatti per un’entrata nell’Unione europea, mentre il paese si sta davvero svuotando.

Il calo demografico e la sostituzione delle popolazioni: il caso di Mariupol
Circa il 20 per cento del territorio ucraino è occupato dall’esercito russo. E l’avvenire del paese dipende anche in parte da quello che succede in quei territori. “Quel che sta avvenendo nei territori occupati dell’Ucraina – soprattutto a Mariupol’’, ma anche in vaste aree delle regioni di Donec’kk, Luhans’k, Zaporižžja e Cherson – è la deliberata cancellazione di una popolazione ucraina e la sua sostituzione con una popolazione russa”, scrive la ricercatrice Jade McGlynn su Engelsberg Ideas.

Il caso di Mariupol’’, spiega McGlynn, è particolarmente parlante: la città aveva una popolazione di circa  450mila persone prima dell’invasione del 2022, oggi secondo diverse stime, i residenti sono 100mila; di questi, il 70 per cento ha più di 60 anni. Il tasso di natalità è qui molto più basso che nel resto del territorio ucraino e ogni mese ci sono partenze. La città, teatro di una delle più sanguinose battaglie della guerra, si sta spegnendo. 

Allo stesso tempo è in corso un processo di sostituzione: “Secondo i dati forniti dal Centro per lo studio dell'occupazione relativi all'afflusso di coloni, il numero di cittadini russi a Mariupol’’ è aumentato di almeno 80mila unità tra il 2023 e il 2025, con un ritmo attuale di circa 2.200 al mese. In base a queste proiezioni, entro la fine di quest'anno i russi supereranno numericamente coloro che prima dell'invasione consideravano Mariupol’’ la loro casa; entro tre anni, il rapporto sarà di oltre due a uno; entro un decennio, la sostituzione sarà quasi totale”.

“È ancora difficile prevedere quali saranno gli effetti dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. L’esperienza dei paesi dell’Europa centrale suggerisce che alcune persone potrebbero decidere di partire, dato che avranno l’opportunità di lavorare legalmente nell’Ue”, dice Iryna Ippolitova del Ces. Ma la libertà di circolazione può anche “incoraggiare alcuni migranti a tornare e favorire la migrazione circolare tra gli ucraini che attualmente non prendono in considerazione l'idea di tornare perché temono di perdere il diritto di lavorare e vivere nell'Ue”.  Allo stesso tempo, aggiunge Ippolitova, “l’Ucraina potrebbe attirare professionisti provenienti dall’Ue durante la fase di ricostruzione”.

Secondo il demografo Oleksander Gladun l’adesione è una prospettiva lontana. Se ipotizziamo che avvenga, spiega, “è improbabile che provochi un esodo di massa della popolazione”. L’Ucraina già nel 2022 era parzialmente integrata nel mercato del lavoro europeo: “Alla fine del 2021, 1,6 milioni di ucraini avevano permessi di soggiorno nei paesi dell'Ue, 900mila dei quali per motivi di lavoro”. 

Per Ippolitova, “l’adesione all’Ue offre vantaggi sostanziali sia per l’Ucraina che per l’Ue nonostante le sfide che tale integrazione comporta”. Per l’Ucraina, il processo garantirà «l’accesso al mercato unico, agli strumenti di finanziamento e ai programmi”; l’Ucraina potrà inoltre beneficiare di “una maggiore tutela dei lavoratori, prodotti e servizi più sicuri e una migliore regolamentazione ambientale”, aggiunge.

Più un paese si sente sicuro – dal punto di vista sociale, economico e militare – più i suoi abitanti saranno in grado di immaginare un futuro. In termini di sicurezza, che è una questione centrale per l’Ucraina, “l’adesione afforzerebbe la resilienza economica e istituzionale dell’Ucraina e ne approfondirebbe l’integrazione nei quadri di sicurezza europei”. Allo stesso tempo, aggiunge la ricercatrice, oggi l’Ucraina “contribuisce in modo significativo alla sicurezza europea”.

“L'Ucraina è da tempo un fornitore di manodopera per i paesi dell'Ue, e questo fenomeno non potrà che intensificarsi dopo l'adesione”, aggiunge Gladun. 

Nel frattempo, le capitali dell’Ue hanno recentemente escluso un’adesione accelerata dell’Ucraina: gli Stati membri che hanno respinto la proposta di “allargamento a ritroso” della Commissione europea volta ad ammettere Kiev prima del completamento delle riforme, riferisce Politico. Si va verso un modello di “integrazione graduale accelerata” per avvicinare l’Ucraina al blocco senza offrirle l’adesione immediata.

Questo piano garantirebbe all'Ucraina un maggiore accesso al mercato unico, ai programmi e alle istituzioni dell'Ue, fornendo benefici economici a breve termine che potrebbero stabilizzare gli sfollamenti causati dalla guerra e il calo demografico, alleviando al contempo le pressioni migratorie. Ora si va verso l'avvio dei negoziati di adesione, a seguito del cambiamento politico in Ungheria dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orbán. Anche in uno scenario ottimistico, Kiev potrebbe chiudere i capitoli solo entro il 2027, e l'adesione a pieno titolo richiederebbe l'approvazione unanime di tutti gli Stati dell'Ue.

🤝 Questo articolo è stato scritto nell'ambito del progetto transfrontaliero collaborativo EU Neighbours East.

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