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Pace, guerra ed esilio e la dolorosa questione del ritorno: la storia di una giovane ucraina in Italia

Maryna Svitlychna è una studentessa e giornalista ucraina che vive in Italia dal 2022. Originaria di Kharkiv, è stata costretta a lasciare prima la sua città e poi il suo paese a causa dell’invasione russa. Come tanti giovani ucraini, è combattuta tra l’esilio, la guerra e il desiderio di tornare a casa e la voglia di costruirsi un futuro.

Pubblicato il 26 Maggio 2026

Quando si sono sentite le prime esplosioni su Kharkiv all’alba del 24 febbraio 2022, Maryna Svitlychna non ha avuto dubbi. “Ci siamo svegliati perché l’intero edificio tremava: ho capito subito, fin dal primo secondo, che la guerra era iniziata”, ricorda. Svitlychna, 27 anni, oggi risiede in Italia dove studia e lavora come giornalista freelance (anche per Voxeurop).

Quattro anni dopo sta finendo il suo percorso magistrale in studi europei e internazionali a Trento. Oggi è in una situazione sicura, ma la guerra resta una questione fondamentale. 

Svitlychna è originaria di Kharkiv, una città nel nord-est dell’Ucraina, e ha vissuto sulla sua pelle i primi giorni dell’invasione su larga scala del 2022. “La regione di Kharkiv confina con la Russia: non c’erano solo attacchi aerei, ma anche carri armati e militari ad invadere la città”. 

Svitlychna with her classmate's family in basement | Photo: courtesy of MS
Svitlychna (terza da sinistra) con la famiglia di una sua compagna di classe, rifugiati nel seminterrato di un'abitazione privata. | Foto: archivio personale di Maryna

Le opzioni erano limitate e pericolose: “Il rifugio antiaereo più vicino a casa mia era a trenta minuti a piedi e si trovava nel perimetro della Khartron, una società di ricerca e produzione che sviluppa sistemi di controllo per veicoli spaziali ed elettronica. Il rifugio quindi era uno dei bersagli principali”. Lì si trovava anche l’ufficio della madre di Svitlychna, che è stato distrutto durante primi giorni. Ovviamente nessuno si recava a lavoro in quel periodo, ma questo ha anche significato perdere l’impiego. 

Svitlychna e la madre sono state accolte dalla famiglia di una compagna di scuola, in una casa con un seminterrato. “Sono stata ‘fortunata’, era una scelta relativamente più sicura”, racconta.

Per dieci giorni, la vita ha girato intorno alla sopravvivenza, soprattutto nel seminterrato. “Dormivamo con le giacche invernali e le scarpe per non perdere tempo a metterle e correre nel seminterrato dopo aver sentito le esplosioni.” Le comunicazioni con il mondo esterno erano sporadiche e per la maggior parte del tempo la connessione era assente. 

Svitlychna e sua madre sono tornate a casa loro solo due volte: prima per prendere del cibo e poi per recuperare documenti e alcuni effetti personali. “Non era sicuro tornare: le loro finestre affacciavano sulla nostra casa e a volte vedevamo carri armati muoversi lì attorno. Non sapevamo a quale esercito appartenessero, ma probabilmente a quello ucraino, perché nella zona c’era una vecchia base militare anch’essa sotto attacco. Sinceramente ero contenta di restare con questa famiglia perché mi sentivo più al sicuro. Con noi c’era un uomo che possedeva il porto d’armi, avendo prestato servizio nell’esercito. La famiglia aveva un’auto che, in seguito, abbiamo usato per raggiungere l’Ucraina occidentale”. 

Il viaggio verso ovest e l’Italia

Lasciare Kharkiv ha chiesto tempo. Senza un’auto e con i trasporti sovraffollati, fuggire richiede pazienza e fortuna. “I tassisti chiedevano cifre esorbitanti e la situazione in stazione era complicata le prime settimane”.

“Siamo partiti il 4 marzo”: Svitlychna e la madre hanno lasciato la città insieme alla famiglia ospitante quando il coprifuoco è stato revocato. Il viaggio verso ovest è durato cinque giorni per via di restrizioni e checkpoint. A partire da quel momento, la decisione di lasciare l’Ucraina è stata rapida: “Non aveva senso restare nell’Ucraina occidentale. Non c’erano opportunità di lavoro, il nostro budget era limitato e i prezzi degli affitti erano saliti alle stelle”.


“Per me, ‘pace’ significa che i bambini sequestrati e i prigionieri di guerra vengano riportati in Ucraina, che i territori momentaneamente occupati vengano liberati e che i criminali di guerra affrontino la giustizia e le proprie responsabilità” – Maryna Svitlychna


L’attivazione della Direttiva Ue sulla protezione temporanea è stata di aiuto. Grazie al passaparola, Svitlychna e la madre hanno trovato una famiglia ospitante in Trentino, dove vive attualmente. 

Secondo le stime del Centre for Economic Strategy (CES), un think tank indipendente ucraino, all’inizio del 2026  gli ucraini rifugiati all’estero erano 5,6 milioni. “L’Ucraina continua a perdere popolazione dopo quattro anni di invasione”, aggiunge la ricercatrice del CES, Iryna Ippolitova. “La migrazione rimane il  fattore principale, con circa 300mila persone che hanno lasciato il paese nel 2025, oltre alle vittime del conflitto e al calo della natalità”. 

Il peso della guerra

In Italia, Svitlychna ha ripreso gli studi. “Sto finendo la magistrale in studi europei e internazionali. Ho cercato di seguire molti corsi per ampliare le mie conoscenze e ho partecipato a varie summer school e a programmi Erasmus+ BIP. Continuo a studiare le lingue, sperando che possano tornarmi utili e aprirmi porte in diversi paesi”. Svitlychna ha inoltre partecipato a tirocini con organizzazioni come l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (OBCT) e il Center for Civil Liberties. Tuttavia, “la situazione finanziaria è difficile.” 

“Fisicamente sono al sicuro in Italia, ma mentalmente è ancora molto dura”, racconta Svitlychna. Le notizie che arrivano da casa continuano a sopraffare. “Questo mese (aprile del 2026, quando questa conversazione si è tenuta, ndr), ad esempio, Kharkiv è stata attaccata più volte al giorno.” A volte la pressione psicologica interrompe la routine: “Ci sono momenti in cui non parlerei con nessuno a causa del mio stato mentale”.

La distruzione dei luoghi familiari è stata una delle cose più dure da accettare. “Ad un certo punto sono stati distrutti quasi tutti i posti significativi per me: l’asilo, la scuola, l’università e il centro sportivo in cui andavo.” Momenti del genere provocano un senso di estraneità: “Non riuscivo a reggere conversazioni sulla vita di tutti i giorni”, spiega. 

Cresce anche un senso di isolamento in Europa. “Ora c’è anche la sensazione che agli altri non importi più nulla. Ovviamente so che ci sono persone a cui importa, anche se non lo dicono apertamente.” 

L’impressione è che “molti europei siano stanchi della guerra in Ucraina e non sappiano neanche cosa stia succedendo. Alcuni pensano addirittura sia finita. Se posso permettermi, la guerra in Ucraina è passata di moda. Ogni volta che raccolgo fondi per aiuti militari o umanitari, ricevo soldi solo dai miei follower ucraini. Lo stesso vale per le storie e i post sui social: negli ultimi due anni forse riesco a nominare cinque stranieri che seguo e che abbiano pubblicato qualcosa sull’Ucraina. Non è solo una mia impressione, conosco molte persone che si sentono così”.

Anche le iniziative locali fanno fatica a coinvolgere. Ricordando una proiezione di un documentario su Mariupol a Trento, dice: “C’eravamo solo io e la mia amica ucraina, nessun altro”.

“È già da più di quattro anni che non torno in Ucraina, perché la mia famiglia si trova nella regione di Kharkiv e non mi sento sicura ad andare lì a causa dei costanti attacchi. Inoltre, non vedo il motivo di rischiare andando in un’altra città dell’ovest, visto che non conosco nessuno.” 

A Svitlychna manca la sua città e vorrebbe poter tornare, ma “per ora”, afferma, “non sto pensando di rientrare in Ucraina dopo la fine della guerra. La situazione in termini di sicurezza, stabilità economica e prospettive è instabile”.

Svitlychna during a an exhibition to commemorate 4 years anniversary of the full-scale war in Trento in Febryary 2026 with a political refugee from Russia. | Photo: Maryna's personal archive
Svitlychna (a destra) durante una mostra in occasione del quarto anniversario dello scoppio della guerra a Trento nel febbraio 2026, insieme a un rifugiato politico proveniente dalla Russia. | Foto: archivio personale di Maryna

L’Ucraina non è un paese sicuro ora e non lo diventerà nemmeno se la guerra dovesse finire: “Stiamo ancora trovando bombe della Seconda guerra mondiale e ci vorrà tempo per liberare il territorio dalle mine lasciate da questa guerra. Anche molte abitazioni e infrastrutture dovranno essere ricostruite prima che tutto possa essere sicuro.” Se potesse “trovare una buona posizione lavorativa ben retribuita in Ucraina”, tornerebbe, dice. Ma la situazione resta complessa: “Il costo della vita è molto alto rapportato ai salari mediocri, soprattutto se bisogna pagare un affitto”. 

Secondo il Servizio statale di statistica, a dicembre 2025 il salario medio per un impiego a tempo pieno in Ucraina era pari a 30.926 hryvnia (circa 600 euro), secondo dati pubblicati nel gennaio 2026. Il dato però cambia sensibilmente da una regione all’altra: si va da circa 48mila hryvnia a Kiev a circa 22mila hryvnia a Kirovohrad, nell’Ucraina centrale. 

“Una delle ragioni principali è che non sappiamo quando finirà la guerra. Non sappiamo se siamo all’inizio oppure nel mezzo”, continua Svitlychna. “Ho visto molti ucraini non  integrarsi nella società italiana o in altre società perché pensavano di non dover restare a lungo. Così, quattro anni dopo, ancora non parlano la lingua, fanno molta fatica a trovare un lavoro e hanno una vita sociale molto limitata. Io non voglio mettere in pausa la mia vita. Credo che la scelta giusta per me, adesso, sia iniziare la mia carriera. Forse ce la farò, forse nel frattempo incontrerò un partner e metterò su famiglia. Ciò solleverebbe ulteriori dubbi su dove vivere”.

Secondo il CES, tra 1,3 e 2,2 milioni di persone potrebbero fare ritorno in Ucraina dopo la fine della guerra, a seconda dello scenario considerato. Tra i cittadini ucraini all’estero, il 66 per cento è in età attiva (18-65 anni). I giovani sotto i 35 anni rappresentano oltre la metà dei rifugiati ucraini (56 per cento). Tuttavia, secondo i dati del CES, rappresentano il  gruppo demografico con la minore probabilità di tornare. 

“Attualmente notiamo che i giovani sotto i 35 anni sono molto meno inclini a tornare in Ucraina rispetto alle persone più anziane, in particolare quelle oltre i 50 anni. Le motivazioni sono molteplici: una migliore integrazione nei Paesi che li ospitano, fattori economici come occupazione e salari e, soprattutto, i rischi per la sicurezza. Il ritorno di queste persone sarebbe possibile solo in determinate condizioni. Innanzitutto, garanzia di sicurezza e fine della guerra. Anche il modo in cui finirà il conflitto è importante per questa generazione: la maggior parte dei rifugiati prenderebbe in considerazione il ritorno solo in caso di conclusione definitiva della guerra e di ripresa dei voli civili in Ucraina. Un conflitto congelato avrebbe uno scarso impatto sul loro desiderio di tornare”, afferma Iryna Ippolitova del CES.

Cosa significa la “pace”?

Sia per Svitlychna che per molti altri ucraini, la parola “pace” significa molto più di un semplice cessate il fuoco. Implica giustizia, responsabilità e garanzie di sicurezza. “Per me, ‘pace’ significa che i bambini sequestrati e i prigionieri di guerra vengano riportati in Ucraina, che i territori momentaneamente occupati vengano liberati e che i criminali di guerra affrontino la giustizia e le proprie responsabilità. Dovrebbe anche comprendere il blocco della capacità militare della Russia e trattati affidabili sostenuti dalla comunità internazionale per impedire una nuova occupazione e garantire la sicurezza in una prospettiva lunga. Inoltre, la Russia dovrebbe pagare la ricostruzione del dopoguerra per favorire la stabilità economica”.

Svitlychna diffida degli accordi diplomatici privi di reali garanzie di applicazione. “Gli ucraini non ci credono più”, dice, facendo riferimento ai precedenti trattati violati dalla Russia. Secondo lei, qualsiasi accordo stabile avrebbe bisogno di un forte sostegno internazionale. “Dovrebbe esserci una forte garanzia della Nato per assicurare che l’accordo di pace sia affidabile e privo di possibili scappatoie”.

🤝 Questo articolo è stato realizzato con la cooperazione giornalistica europea transfrontaliera del progetto PULSE. Lorenzo Ferrari di OBCT ha partecipato alla sua produzione.

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