A casa lontano da casa

Grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione gli espatriati possono immersi nella realtà locale dei loro paesi d’origine. In futuro le identità multiple saranno la regola.

Pubblicato il 3 Aprile 2012 alle 11:04

Per Dorothy, la protagonista de “Il mago di Oz”, era semplicissimo: le bastava battere l’uno contro l’altro i tacchi delle proprie scarpe e ripetere “Nessun posto è come casa; nessun posto è come casa”. Di questi tempi è altrettanto facile per chiunque.

Skype, internet, televisione satellitare e altre tecnologie ancor più all’avanguardia rendono possibile vivere la propria vita in una versione virtuale della propria casa, a prescindere da dove ci si trova in realtà.

Si prenda il caso di Françoise Letellier, ex console onoraria francese di Cork: dopo 43 anni trascorsi in Irlanda, guarda ancora i telegiornali francesi tutti i giorni, parla più in francese che in inglese e ogni volta che le è possibile legge anche i quotidiani del suo paese.

“Quando mi trasferii qui nel 1969 si riuscivano a trovare i quotidiani francesi una sola volta a settimana”, spiega Letellier. “Oggi ho 21 canali televisivi francesi e riesco a seguire la campagna elettorale per le presidenziali come se fossi in Francia”. Originaria della Normandia, Letellier vive oggi a Carrigtohill, una zona rurale nei pressi della città di Cork.

La sua casa si chiama “Ma Normandie” (La mia Normandia) e anche se ammira le verdeggianti campagne del panorama locale, in realtà potrebbe benissimo trovarsi nella Francia rurale, alla quale farà ritorno a maggio dopo 43 anni. “È un po’ come se non avessi mai lasciato la Francia”.

Ryszard Piskorski, invece, non tornerà nella sua Polonia. A differenza di Letellier ha la doppia cittadinanza polacca e irlandese. Il 10 febbraio 1940, a nove anni, fu costretto dai soldati russi a lasciare casa sua, e dopo essere stato deportato in Siberia e aver vissuto in Uzbekistan, in Medio Oriente e a Londra, nel 1966 è arrivato a Dublino.

“Stavo per perdere del tutto la padronanza della mia lingua quando finalmente è arrivata la tv satellitare polacca, e il polacco mi è ritornato subito in mente”. Ancora oggi segue la politica e gli affari interni del suo paese sulle web radio e grazie allo sviluppo delle telecomunicazioni oggi sa più cose del suo paese di quante ne sapesse negli anni settanta e ottanta. A 82 anni dice che per lui “è meraviglioso”.

Un polacco assai più giovane, il ventottenne designer Igor Kochajkiewicz, ha un rapporto completamente diverso con il suo paese natale. Dopo sette anni in Irlanda dà per scontata la possibilità di restare in contatto con il suo paese tramite l’accesso ai media. “Non mi sento così legato alla Polonia. Appartengo a una generazione che sa di poter andare ovunque voglia. La nazionalità non è così importante per me”.

Naturalmente, tra i cittadini di nazionalità non irlandese che vivono in Irlanda (e che secondo il censimento del 2006 sarebbero circa 420mila) esistono vari tipi di legame con la patria. Altrettanto vale per gli irlandesi che vivono all’estero.

Per l’irlandese Danny Darcy, originario di Galway ma trasferitosi a Maiorca quasi vent’anni fa, leggere l’Irish Times e ascoltare l’emittente radiofonica Galway Bay Fm è una parte importante del tempo che trascorre sui media. “Oggi emigrare significa qualcosa di completamente diverso da quando me ne andai dall’Irlanda. All’inizio mi facevo spedire dai miei le registrazioni delle partite di hockey, mentre oggi posso trascorre la domenica in centro e seguire le partite in diretta sul cellulare”.

Anche l’Irlandese Dermot Arrigan, che vive a Barcellona da nove anni, è uno dei quasi 1.3 milioni di affezionati utenti dell’ Irish Times online che si collegano almeno una volta al mese. “Quando voglio sapere come stanno andando le cose, mi rivolgo all’Irish Times”.

È proprio questo legame con la madrepatria e la cultura che si sono lasciati fisicamente alle spalle che porta a un disinganno nei confronti dei migranti. Si presume infatti che non provino fedeltà verso la patria adottiva e che sia impossibile per loro sentirsi a casa propria in più posti in un stesso momento.

In realtà non è affatto così, afferma il professor Han Entzinger, direttore del Migration and Integration Studies della Erasmus University di Rotterdam. “Abbiamo condotto alcune ricerche in merito e appurato che il fatto che gli emigrati riescano a mantenere i rapporti con il paese d’origine non significa necessariamente che hanno meno probabilità di integrarsi nel paese di residenza”.

In verità, spiega Entzinger, l’“identità transnazionale” sta diventando sempre più la norma, e il riconoscimento della doppia cittadinanza da parte della maggior parte dei paesi riflette questo aspetto. L’Irlanda naturalmente non fa eccezione, ma di fatto è indietro rispetto alla possibilità di concedere ai propri cittadini che risiedono all’estero il permesso di votare nelle elezioni generali e per la presidenza.

I francesi all’estero, tanto per fare un esempio, alle prossime elezioni generali sceglieranno 11 rappresentanti oltreoceano. L’accesso alle moderne tecnologie implica che i francesi che voteranno a queste prossime elezioni non soltanto saranno ben informati in proposito, ma anche che potranno votare online per la prima volta. In pratica, la Francia virtuale in Irlanda è sempre più reale.

Reale, non virtuale

Questa è una delle ragioni per le quali il dottor Alan Grossman del Dit’s Centre for Transcultural Research and Media Practice non accetta che si usi il termine “virtuale”. “Il luogo nel quale abitano è del tutto reale. È la loro casa effettiva. Ne sono informati ovunque si trovino e ciò influisce sul loro modo di pensare. Lo sviluppo della tecnologia dei media è una sfida allo spazio, all’essere o qui o lì”.

L’identità simultanea sostenuta da un facile accesso transnazionale ai media è un fenomeno doppiamente all’avanguardia, dice Áine O’Brien, direttore del DIT’s Forum on Migration and Communications. È qualcosa a cui gli irlandesi partecipano in prima persona, accedendo ai media da altri luoghi.

I concetti di identità e cittadinanza naturalmente sono sempre più fluidi e complessi di quanto appaiano in superficie, e ciò costituisce una vera e propria sfida per un’emittente nazionale come RTÉ, dice Dr O’Brien. “L’emittente nazionale crede che le sue trasmissioni debbano creare una sorta di coesione”, dice, “un dialogo che segua convenzioni molto chiare ispirate da criteri quali l’accento e l’appartenenza e così via”.

Insomma, è come se la “casa” presentata da RTÉ sia quella virtuale e non quella abitata dagli immigrati all’estero e a casa propria tramite Skype, siti di informazione e web radio.

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