Come genere e femminismo sono utilizzati nel discorso politico della destra

Il femminismo e le questioni di genere vivono una fase di grande fervore, culturale e politico, imponendosi nelle piazze e nelle discussioni. Al punto da venire recuperati e adattati dalla destra neoliberale, oppure radicalmente contestati dall’estrema destra. Intervista alla sociologa polacca Elżbieta Korolczuk per tracciare la storia di questo dibattito.

Pubblicato il 3 Marzo 2023 alle 17:27
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Krystyna Boczkowska: Cosa intende quando parla di "genere" e "studi di genere"?

Elżbieta Korolczuk: La categoria "genere" è quella che permette di capire che il nostro corpo e la nostra biologia non definiscono completamente la nostra esistenza. Gli studi di genere mostrano che la mascolinità o la femminilità sono categorie socialmente costruite e negoziate. Una cosa era essere una donna ai tempi di mia nonna, per esempio, e un'altra cosa è essere una donna oggi. Una cosa è essere donna o uomo in Polonia e un'altra in Iran, come stiamo vedendo con le recenti proteste.

Detto in un altro modo: le idee su ciò che le donne dovrebbero fare, su come dovrebbero sentirsi e apparire, sono molto diverse e mutevoli nel tempo. Come sostiene la filosofa Judith Butler, l'essere donna o uomo si costruisce ripetendo determinati gesti, comportamenti e reazioni emotive o, come ha detto Simone de Beauvoir, donna si diventa donna, non si nasce. Il genere non è una categoria binaria, ma lineare: ci si può sentire donna, ma si può anche essere una persona non binaria, una persona trans o queer.

A partire dagli anni Novanta, il concetto di genere e l'idea che si tratti di costruzioni sociali, sono stati contestati dal Vaticano e dai movimenti religiosi, ma il concetto in sé non faceva parte della lotta politica. In Polonia, la parola "genere", come ridefinita dalla destra, è apparsa nel dibattito pubblico intorno al 2012, durante le discussioni sulla ratifica della Convenzione di Istanbul. La destra si è appropriata della parola "genere" e ne ha fatto uno spauracchio.

La destra utilizza il termine "gender" per promuovere principalmente una sorta di panico moralizzante su questioni legate alla sessualità, alla riproduzione e all'identità di genere. La destra definisce il "genderismo" come un'ideologia pericolosa che contribuisce alla sessualizzazione dei bambini, alla disgregazione delle famiglie (eterosessuali, ovviamente), all'introduzione di leggi che privilegiano le donne a scapito degli uomini, ecc. 


Elzbieta-Korolczuk

Elżbieta Korolczuk lavora all'Università Södertörn di Stoccolma e tiene lezioni presso il Centro di studi americani dell'Università di Varsavia. Studia i movimenti sociali (compresi quelli anti-gender e populisti), la società civile, la categoria di genere e la genitorialità. È anche attivista e commentatrice sociale.


La parola "gender" è diventata sinonimo di decadenza morale, corruzione e di una certa  “follia di sinistra”. In Polonia, l'"ideologia del gender" è descritta come una perversione che arriva dall'Occidente come domanda di presunte lobby di gruppi femministi e LGBT formati dalle “élite”. Cosi, genere, sessualità e riproduzione sono diventati un campo di battaglia politico.

Perché il femminismo, nonostante decenni di conquiste sui diritti all'aborto, sull'educazione sessuale, sul matrimonio omosessuale e con la firma dei trattati internazionali sulla violenza di genere, è stato brutalmente attaccato dal movimento globale contro il "gender"?

È un processo lungo. La maggior parte di questo tipo di narrativa sul femminismo e sui suoi presunti pericoli arriva dalle guerre culturali americane. Le affermazioni secondo cui il femminismo è un male per le donne perché le priva della gioia della maternità, oppure che visto i gay non hanno figli, allora devono reclutare, cioè sessualizzare i bambini, sono state propagate da attivisti conservatori americani come Phyllis Schlafly e Anita Bryant già negli anni Settanta.


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Un secondo momento chiave sono gli anni Novanta, quando le organizzazioni femminili e femministe, e i politici hanno esercitato con successo un'azione di lobbying nella sfera politica, arrivando alle conferenze delle Nazioni Unite in Messico e a Pechino, e rendendo possibile l’esistenza di atti giuridici che riconoscevano la discriminazione contro le donne e le ragazze. 

In secondo luogo, le nostre idee su cosa sia il “gender” sono  fonte di discriminazione verso le donne nella vita professionale e privata. In terzo luogo, i diritti delle donne sono diritti umani e, in quanto tali, devono essere protetti dagli stati e dalle agenzie internazionali.

Ed è stato qui che il Vaticano si è sentito minacciato, non solo come istituzione religiosa, ma politica. Dopo tutto, il Vaticano è un attore politico che ha lo status di osservatore alle Nazioni Unite e blocca attivamente le attività legate alle questioni di parità, specialmente quelle relative ai diritti riproduttivi e delle minoranze. La Chiesa cattolica ha capito che la sua posizione di attore nelle sfere del genere, della sessualità e della riproduzione veniva messa in discussione e ha risposto con la storia del gender (le “teorie del gender”) come minaccia dalla quale bisogna proteggere le donne.

Il fatto che la guerra contro il "gender" sia esplosa definitivamente nel secondo decennio del XXI secolo è dovuto a diversi fattori. Oggi la tendenza alla culturalizzazione della politica, che risale agli anni Settanta-Ottanta negli Stati Uniti, è visibile anche in Europa. Di cosa si tratta? Di una configurazione nella quale le divisioni politiche e il sostegno a determinati partiti si formano soprattutto in realzione alle opinioni delle persone su questioni legate alla famiglia, all'aborto, alla sessualità, ecc. 


“Il neoliberismo non riguarda solo i principi economici del libero mercato, ma un regime emotivo che trasforma le relazioni sociali in un valore economico ed esclude le persone che, per vari motivi, non riescono a trovare la strada del successo


Negli anni Settanta era ancora possibile essere repubblicani e sostenere il diritto all'aborto. Oggi non succede più, come descritto da Pipa Norris e Ronald Inglehart nel libro Cultural Backlash. L'asse sul quale si strutturano le divisioni politiche sta cambiando; se in passato gli elettori discutevano di questioni economiche o politiche, oggi il principale criterio di divisione è rappresentato dalle opinioni su famiglia, sessualità, globalizzazione, e sul sostegno a valori come l'individualismo rispetto alla comunità.

Lei sostiene che l'attrito intorno al tema del genere non è di secondo piano, ma una lotta per il futuro dell'economia?

A mio avviso, le discussioni su sessualità, famiglia, definizione di genere e identità si stanno definendo come scoglio principale di divisione politica e come luogo maggiore di negoziazione. La cosa è particolarmente evidente nelle generazioni più giovani: si tratta di pers…

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