Negli ultimi anni i sostenitori dell'integrazione europea hanno spesso ripreso lo slogan del Forum civico [il movimento fondato dal defunto ex presidente Václav Havel] del 1990: "Il ritorno all'Europa". Repubblica Ceca e Slovacchia sono state brutalmente strappate dal comunismo alla civiltà occidentale di cui facevano parte da un millennio. La Rivoluzione di velluto è stata quindi soprattutto il ritorno dall'esilio, dalla "cattività babilonese". E poiché l'Europa è in una fase di integrazione, dobbiamo – non per dovere ma con piacere – inserirci in questo movimento, anche se ovviamente l'Ue non costituisce un insieme perfetto.

Gli euroscettici hanno continuato a rimettere in discussione il semplicismo e il carattere incondizionato di questa equazione. Anche se l'appartenenza alla civiltà non è in dubbio, questo non implica necessariamente un'integrazione nell'Ue, soprattutto quando quest'ultima comincia a ostacolare in modo esagerato alcuni principi fondamentali della civiltà come il libero mercato. La loro posizione potrebbe essere sintetizzata così: "Sì all'Europa, no all'Ue". Una versione più sfumata di questa posizione potrebbe essere: "Sì all'Europa e a un'Ue diversa".

Ovviamente "l'eurodibattito" ceco ha evidenti ripercussioni sulla politica interna. Ma nei fatti i governi cechi si sono sempre adeguati alla posizione dominante dell'Ue. Questa scelta si può spiegare con quell'insieme di debolezza e di orgoglio che è patrimonio comune dei ministri e dei funzionari che occupano un "posto al vertice". Bisogna inoltre aggiungere che alla politica ceca manca ed è sempre mancata una figura leale e competente, capace di padroneggiare le arti che permettono di destreggiarsi nel complesso mondo burocratico e lobbistico di Bruxelles.

Questa debolezza si è manifestata in modo particolarmente evidente con la nomina del primo commissario europeo ceco [2004]. Questa carica, che comporta la necessità di parlare le lingue straniere e di avere una ricca rete di relazioni importanti, poteva essere data solo a qualcuno appartenente alla gioventù dorata proveniente dalla nomenclatura dell'Unione socialista della gioventù. Alla fine il posto è stato dato a Vladimír Špidla [capo del governo fra il 2002 e il 2004].

Bruxelles era il posto in cui si doveva andare a spillare (in modo piuttosto inefficace) "il denaro europeo" e ad alimentare questo sentimento di partecipare alla direzione degli affari mondiali, un posto che aveva una grande importanza, anche se il più delle volte solo retorica, nella politica interna. Lo stesso presidente Václav Klaus, dopo aver snobbato la presidenza ceca dell'Ue dichiarando che si trattava soprattutto di un semplice "scambio di penne", era al settimo cielo quando nel maggio 2009, a Khabarovsk nell'estremo oriente russo, ha rappresentato i 27 in occasione del vertice Ue-Russia.

La frase "I am very optimistic", pronunciata da uno dei candidati cechi non prescelto per il posto di commissario europeo a causa delle sue scarse conoscenze linguistiche, è diventata famosa. Questo aneddoto illustra perfettamente l'atteggiamento dominante dei cechi nei confronti dell'occidente e dell'Ue dopo il novembre 1989: un ottimismo non solo espresso apertamente, ma radicato intellettualmente nel "basic english".

Secondo una recente inchiesta, la possibilità di viaggiare liberamente e l'accesso a una gamma di prodotti molto più varia sul mercato era quello che i cechi apprezzavano di più del post-1989. Ed è precisamente questa larga scelta, soprattutto nel campo del consumo, che rappresenta l'occidente. I cechi non sembrano riflettere troppo sui valori, e sembrano aver adottato in modo inconscio e istintivo i "valori occidentali" che si possono identificare nei loro comportamenti e atteggiamenti.

Niente più imperi

Ma oggi questo "nuovo mondo" dell'occidente comincia a crollare. E non solo a causa della cattiva gestione dell'Ue o della sperimentazione prematura dell'euro. I begli anni della "fine della storia" di Fukuyama scompaiono per sempre e i cechi (tanto europeisti che euroscettici), presi nel vortice della situazione attuale, non sanno più cosa fare. Stranamente i due schieramenti hanno molte cose in comune. In primo luogo una certa superficialità. Solo alcuni sono capaci di sviluppare un'analisi profonda sul funzionamento delle istituzioni europee. Gli altri si limitano a considerazioni e polemiche molto generali, dove l'emozione, gli interessi, le avversioni personali e un disprezzo per le correnti profonde della storia svolgono un ruolo di primo piano.

Di solito gli europeisti rifiutano le critiche rivolte all'Ue affermando che quest'ultima ha messo fine alle guerre tra gli stati europei. Ma questo non basta. Le due guerre mondiali hanno avuto come principale conseguenza di emarginare l'Europa sulla scena politica mondiale. L'epoca in cui le potenze europee costruivano avidamente i loro imperi coloniali ha raggiunto il suo apogeo un secolo fa. Intorno al 1970 le potenze si erano già ridotte al loro nucleo continentale originario. Ed è solo grazie agli Stati Uniti che l'idra comunista non li ha divorati. All'epoca l'Ue era l'espressione di uno sforzo diretto a rompere questa depressione storica, creando almeno una potenza di tipo paneuropeo – vista la mancanza di forze necessarie per creare altri imperi.

Ma a quanto pare sembra che manchino le forze pure a questa potenza. Si tratta di una constatazione terribile, ma né i sostenitori né gli avversari dell'Ue hanno un piano B. I primi si agitano disperati, i secondi si fregano le mani, poiché la loro profezia si è infine realizzata. Ma né la soddisfazione né la rabbia costituiscono un programma. Ed è solo oggi che questa assenza di un dibattito critico più serio sull'occidente, sul capitalismo, sulla democrazia e sull'Unione europea comincia a far sentire i suoi effetti.