Un entusiasta Guido Westerwelle, ministro tedesco degli esteri, ha dichiarato che la presenza di un altro paese europeo al Consiglio di Sicurezza – che comprende Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti – dovrebbe accrescere l’influenza dell’Unione europea, e dato che i diritti umani e i valori democratici sono i punti cardine della filosofia europea, i suoi rappresentanti diplomatici credono che tali valori siano esportabili nelle democrazie non europee e in quelle emergenti.

Così accadde dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989, che portò alla riunificazione pacifica della Germania e alla disintegrazione della cortina di ferro. Quando nel 2004 molti paesi post-comunisti dell’Europa dell’est entrarono a far parte dell’Unione, sembrò che l’impegno e l’attenzione dell’Europa verso i diritti umani, la democrazia e l’economia di mercato avessero ottenuto una sorta di avallo: i paesi confinanti fecero la fila per entrare anche loro, e i paesi dell’America Latina e dell’Africa cominciarono a stringere contatti più stretti con Bruxelles.

Con il radicale spostamento degli equilibri globali seguito all'ascesa della Cina, però, l’influenza dell’Europa si è rapidamente affievolita. "Le speranze dell’Ue di esportare diritti umani e democrazia nel mondo corrono il rischio di essere vanificate dagli spostamenti del potere globale", ha dichiarato Anthony Dworkin, esperto di diritto internazionale al Consiglio europeo per gli Affari esteri. Ciò è evidente alle Nazioni Unite, dove l’Unione ha subito sconfitte imbarazzanti.

Un mese fa l’Ue non è riuscita a ottenere più diritti all’Assemblea generale, dove per il momento ha lo status di osservatrice: il nuovo status avrebbe conferito a Bruxelles il diritto di fare proposte, far circolare documenti e rivolgersi all’Assemblea. Con grande costernazione di Catherine Ashton, l’alta rappresentante dell’Unione per gli esteri, alcuni dei più stretti alleati europei – Australia, Canada e Nuova Zelanda – si sono astenuti. I diplomatici hanno imputato lo smacco alla mancanza di strategia e consultazione all’interno dell’Unione.

"La cocente sconfitta dell’Ue è stata ben più di una semplice umiliazione", ha affermato Paul Luif, esperto europeo presso l’Istituto austriaco per gli affari esteri di Vienna. "Ha dimostrato la crescente mancanza di appoggio a un’Ue che pare sempre più impotente alle Nazioni Unite".

Si prenda in considerazione, per esempio, la posizione adottata dall’Unione sui diritti umani. Secondo uno studio del Consiglio europeo per le relazioni estere condotto da Richard Gowan e Franziska Brantner, su 192 membri dell’Assemblea generale dell’Onu quest’anno 127 hanno votato contro le mozioni dell’Ue in tema di diritti umani, contro i 117 dell’anno scorso. Oltre a questo aumento, c’è da segnalare che soltanto metà dei paesi democratici esterni all’Unione ha votato come Bruxelles la maggior parte delle volte.

Alla fine degli anni novanta l’Unione godeva di un “punteggio di coincidenza di voto” (parametro che indica in che misura ha ricevuto sostegno dagli altri stati sulle tematiche discusse all’Assemblea) pari a 70 punti percentuali. Quest’anno è precipitato al 42 per cento, molto vicino al 40 per cento degli Stati Uniti. Significativo è che sia Russia che Cina hanno avuto un punteggio di 69.

I paesi democratici come Brasile, India e Sudafrica, che in passato si erano sempre schierati con l’Unione sui diritti umani e la legalità, adesso si astengono o votano contro tali risoluzioni.

Il declino dell’Europa è in parte collegato alla crescente influenza della Cina come potenza economica, paese prestatore e donatore. Pechino infatti presta capitali, stringe accordi commerciali, costruisce scuole, aeroporti e strade dalla Bielorussia all’Iran, passando per l’Africa e l’America Latina, e al contempo attinge alle risorse naturali di tutti questi paesi. E oltretutto lo fa senza alcuna clausola restrittiva. "La Cina non pone condizioni, a differenza dell’Ue che spesso le decide in maniera incoerente", ha detto Luif. In realtà, le modalità con le quali opera la Cina sono considerate una sorta di sfida diretta al predominio dell’Europa negli aiuti allo sviluppo e negli accordi commerciali.

Crisi e divisioni

Esistono tuttavia altre cause per spiegare la progressiva eclissi dell’Unione. La crisi finanziaria globale ha fatto traballare Stati Uniti ed Europa molto più delle potenze emergenti come Brasile, Cina o India. "Questa crisi ha gettato un’ombra sulle pretese di superiorità del liberalismo politico ed economico europeo", ha affermato Dworkin. Del resto, l’appoggio dato dall’Europa all'invasione di Iraq e Afghanistan, per quanto non uniforme, non ha certo aiutato la sua reputazione di paladina dei diritti umani e della democrazia.

Raramente l’Unione è riuscita a parlare con una sola voce di diritti umani e rispetto della legalità. Mentre i governi europei stigmatizzavano la politica delle “extraordinary rendition” applicata dagli Stati Uniti – che prevedeva il trasferimento, la detenzione e la tortura dei sospettati di terrorismo – alcuni paesi come la Polonia hanno invece appoggiato Washington.

Gli europei si sono divisi anche anche sul conflitto israelo-palestinese, non sono riusciti a prendere una posizione univoca sull’inchiesta sulla strage della Mavi Marmara del maggio scorso, quando nove persone sono state uccise dai commando israeliani mentre tentavano di raggiungere la Striscia di Gaza.

Anche quando i governi dell’Ue si accordano sulle sanzioni – come hanno fatto nei confronti dell’Uzbekistan dopo l'uccisione di centinaia di persone nel maggio 2005, quando le forze di sicurezza aprirono il fuoco sui manifestanti ad Andijan – non riescono poi a farle rispettare se ci sono in gioco gli interessi nazionali.

Tenuto conto di questo caos e del tramonto dell'influenza dell'Unione fuori dai suoi confini, c’è da chiedersi se la presenza della Germania nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite potrà effettivamente fare la differenza per il prestigio dell’Europa. Di sicuro, per Berlino sarà un banco di prova. (traduzione di Anna Bissanti)