I numeri sono impietosi. Quelli della Grecia, con un debito di circa 350 miliardi di euro equivalente al 160 per cento del Pil, sono diventati ormai uno slogan per tutti quei paesi, Germania in testa, che mettono alla gogna la pessima gestione e gli imbrogli (ora svelati) del governo di Atene.

Subito dietro alla Grecia seguono il Portogallo, il cui debito pubblico di 126 miliardi di euro rappresenta l'88 per cento del Pil, e l'Italia, sepolta da un debito di 1.900 miliardi di euro (il 120 per cento del Pil). Nel caso della penisola la situazione è aggravata dall'evidente inefficienza dei servizi pubblici. Le immagini delle montagne di spazzatura per le strade di Napoli, trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo, ne sono un esempio lampante.

E così, all'improvviso, ci accorgiamo che il caso della Spagna da questo punto di vista è sensibilmente diverso. Il governo di Madrid deve lottare contro una spirale di indebitamento privato comparabile a quella dell'Irlanda, dove il piano di salvataggio dell'Ue rappresenta un tentativo di sostenere il settore bancario. Il debito pubblico spagnolo, 680 miliardi di euro, corrisponde ad appena il 64 per cento del Pil del paese, contro i 1.650 miliardi della Francia (84 per cento del Pil), già nel mirino delle agenzie di rating.

A tutto questo si aggiunge, notano i critici, il caso dell'isola divisa di Cipro, entrata a far parte dell'Unione europea nel 2004. In questi giorni è toccato al governo di Nicosia di chiedere aiuto alla comunità internazionale, dopo che l'11 luglio una terrificante esplosione ha provato la morte di 13 persone e distrutto la principale centrale elettrica del paese, mettendo in ginocchio l'economia cipriota. Secondo gli esperti i costi della ricostruzione della centrale supererebbero il miliardo di euro, e il governo di Nicosia deve già fare i conti con un debito pubblico di 50 miliardi, corrispondente al 71 per cento del Pil. Una cifra trascurabile rispetto a quella registrata da altri paesi, ma ugualmente importante.

Amputare l'Ue del sud sarebbe un controsenso

E allora cosa si può fare, al di là dei tagli alla spesa pubblica, dell'aumento delle tasse e delle privatizzazioni di massa messi in atto dalla Grecia? Un'opzione è quella di fare spallucce e tirare drastiche conclusioni economiche. Alcuni parlamentari tedeschi lo hanno già fatto, suggerendo ad Atene di mettere all'asta le proprie isole soleggiate per rimpinguare le casse dello stato. Si tratta di un metodo al quale in passato hanno fatto ricorso diverse potenze europee. Nel maggio del 1803, per esempio, Napoleone decise di vendere la Louisiana francese (che copriva praticamente la totalità degli attuali Stati Uniti centro occidentali) al nuovo stato indipendente per quindici milioni di dollari, in modo da poter finanziare i suoi insaziabili appetiti guerrieri.

Le stesse cassandre che oggi invocano la vendita delle isole evocano l'uscita della Grecia dall'eurozona, dimenticando che il trattato di Lisbona non permette di espellere uno stato membro. Il ragionamento è semplice: facciamo della moneta unica un club di paesi europei virtuosi, geograficamente tutti al nord. Questa è l'inflessibile realtà politica del continente.

L'antifona dei paesi virtuosi del nord contro gli scialacquatori del sud, ripetuta allo sfinimento dai movimento populisti di destra come il Partito per la libertà olandese di Geert Wilders, nega però un aspetto evidente: le sorti della potenza europea sono storicamente legate al Mediterraneo: amputare l'Ue della sua parte meridionale sarebbe un controsenso politico. La verità è che la posta in gioco al sud è altissima, sia dal punto di vista economico che strategico. Per non parlare dell'apporto colossale della Grecia al pensiero europeo o di come nel Mediterraneo si sia forgiata l'identità commerciale e capitalista dell'Europa, come dimostrato da Fernand Braudel.

La primavera araba può giovare all'Europa

Ma limitiamoci ai mercati, alla manodopera, all'attualità: gli aerei della Nato decollano ogni giorno dalle basi situate in Sicilia o a Creta per combattere le forze del colonnello Gheddafi. È innegabile che l'equazione dei budget non può essere l'unico criterio di integrazione. Così come è evidente che le rivoluzioni arabe siano una potenziale fonte di vitalità per il continente. Il cambiamento passa per Atene, Napoli, Gibilterra, Barcellona e Nicosia. Berlino, che ha investito pesantemente nel progetto Desertec legato all'energia solare, non deve dimenticarlo. L'Unione per il Mediterraneo, voluta ma poi trascurata da Nicolas Sarkozy, non può naufragare.

C'è un altro argomento, più triviale, che deve essere affrontato con franchezza. Dove vanno in vacanza i lavoratori del virtuoso e industriale nord quando le catene di montaggio delle case automobilistiche tedesche o della finlandese Nokia si fermano? In questi giorni a Bruxelles, basta mettere il naso fuori alla porta per assistere all'esodo dei camper olandesi (senza dubbio popolati dai sostenitori del Partito per la libertà) diretti verso la Francia, la Spagna o l'Italia. Fatalità della geografia? Certo, ma è una fatalità che significa anche che tutti i paesi non possono essere giudicati con gli stessi criteri.

I popoli e le contrade non hanno tutti lo stesso destino, né gli stessi vantaggi comparativi. Per questo motivo l'obiettivo dell'Europa non deve essere quello di mettere alla porta "i cattivi scolari" di oggi (non dimentichiamoci che a suo tempo il boom della Spagna è stato lodato da tutti, anche dalla Germania), ma quello di stimolarli a massimizzare le loro performance. Nel corso dei secoli la Grecia ha prodotto schiere di miliardari, armatori e commercianti di successo che hanno costruito la gloria dell'Europa. Oggi, le navi dei loro discendenti navigano ancora. Senza pagare le tasse. Il problema è tutto qui. È una questione di numeri. Solo di numeri. (traduzione di Andrea Sparacino)