Il 23 agosto ricorre la Giornata europea di commemorazione delle vittime del nazismo e dello stalinismo che condanna ogni forma di totalitarismo. Causa senz’altro nobile, ma che ha scatenato molteplici controversie in Russia, dove Stalin è tuttora un eroe nazionale, e dove si fa presente che la Russia di fatto salvò molte vite minacciate dal nazismo. Nondimeno, i russi rimangono molto vigili nei confronti degli archivi dell’Unione Sovietica, ostacolo insormontabile per gli stati ex-sovietici desiderosi di comprendere realmente il proprio passato totalitarista.

A Vilnius, a distanza di vent'anni dal crollo dei regimi comunisti in Europa, l’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse) a luglio ha approvato una risoluzione denominata “A divided Europe reunited” (Riunificazione dell’Europa divisa). Nel documento dell’Ocse, di cui la stampa non ha parlato granché, si riconosce “l’unicità dell’Olocausto” e si fa presente che “nel ventesimo secolo i paesi europei sono stati soffocati principalmente da due importanti regimi totalitaristi, quello nazista e quello stalinista, che implicarono genocidi, violazioni dei diritti umani e delle libertà, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. Il documento prosegue raccomandando ai paesi membri di “stigmatizzare apertamente e senza ambiguità il totalitarismo” (una delle clausole del documento di Copenhagen del 1990), sul presupposto che “la consapevolezza storica” contribuirà a “scongiurare il ripetersi in futuro di simili crimini”. Il documento è stato adottato dalla stragrande maggioranza dei delegati – 202 dei 214 presenti – malgrado la vigorosa opposizione della Russia.

L’iniziativa dell’Ocse è in linea con la risoluzione del parlamento europeo “Coscienza europea e totalitarismo” approvata nell’aprile scorso, che si riprometteva di istituire una Giornata europea di commemorazione delle vittime del nazismo e dello stalinismo fissandola al 23 agosto, data nella quale ricorre altresì la firma del patto Molotov-Ribbentrop del 1930. Non è certo un caso che l’Ue abbia deciso di rendere onore alla memoria delle vittime della deportazione e dello sterminio di massa nel giorno stesso in cui si creò un legame tra Unione Sovietica e Germania nazista. Collocare il nazismo sullo stesso piano del comunismo è considerato un passo importante nel testo “Coscienza europea e totalitarismo”, che auspica anche che siano presto aperti gli archivi della polizia segreta e delle agenzie d’intelligence, e siano adottati provvedimenti su vasta scala per rendere più facili le ricerche e un riesame del passato.

La Russia ha reagito con grande veemenza alla risoluzione “A divided Europe reunited” che un portavoce del ministero degli Affari esteri ha qualificato come “un tentativo inaccettabile di distorcere la storia a fini politici”. Anche il parlamento russo ha rilasciato una dichiarazione nella quale condanna ufficialmente la risoluzione come “un insulto diretto alla memoria di milioni di soldati russi che dettero la loro vita per liberare l’Europa dal dominio nazista”. Per i russi, Stalin è ancor oggi un vero eroe. Per i popoli dell’Europa dell’est è colpevole di aver appoggiato regimi comunisti che si macchiarono le mani di sangue.

Lo sdegno e la collera russi per l’equiparazione tra regime stalinista e regime nazista riflette una riluttanza a venire a patti con il proprio passato totalitarista, riluttanza che è altresì evidente nel revival della tradizione sovietica di organizzare gigantesche parate militari. Tra gli altri stati post-comunisti, la Russia è altresì l’unico ad aver fatto il minor sforzo per assumersi le responsabilità dei crimini commessi dal Comunismo (ivi incluso quello stalinista). Anzi: l’attuale amministrazione ha perfino cercato di ripristinare le strutture dell’ex Kgb e la vigilanza che il servizio esercitava sul processo politico. Come se non bastasse, ha altresì reagito a quella che ritiene essere un’aggressione calcolata istituendo nel maggio 2009 una “Commissione deputata a contrastare il processo di distorsione storica a detrimento degli interessi russi”. È a partire da queste premesse che l’Accademia russa delle scienze ha emesso un’ordinanza ufficiale per ottenere dai dirigenti degli istituti delle sue sezioni di storia e filologia un elenco commentato delle manipolazioni storico-culturali nei reciproci ambiti di studio, accompagnato da proposte concrete per una confutazione scientifica delle distorsioni in questione.

Con la sua esortazione ad aprire e rendere accessibili gli archivi, la risoluzione dell’Ocse ha attirato l’attenzione sulla politica russa, che deve ancora concedere l’accesso ai file della sua polizia segreta. Questa situazione non ha ripercussioni soltanto sul lavoro degli storici russi, ma ostacola anche le ricerche dei rispettivi colleghi nelle ex repubbliche sovietiche. Quando nel 1991 si ritirarono, gli uomini del Kgb portarono infatti via con sé in Russia tutti i più importanti documenti riguardanti le ex repubbliche sovietiche, e così facendo negarono ai cittadini di quei paesi la possibilità di comprendere e approfondire il loro recente passato. Dalla sua indipendenza, l’Estonia post-comunista ha avuto accesso soltanto ai file di catalogazione della polizia segreta, non ai rapporti ai quali essi fanno riferimento. Nei file di catalogazione compaiono elenchi e nominativi, ma non si specifica se le persone citate fossero informatori o individui soggetti a sorveglianza. La necessità di accedere a ulteriori informazioni è di importanza cruciale ed è sottolineata dal fatto che in tali elenchi compaiono i nominativi di un certo numero di esponenti politici. In Lituania il Kgb ha portato via da Vilnius la maggior parte degli archivi, ma gli storici sono stati in grado di condurre le loro ricerche utilizzando documenti di altre fonti di documentazione del Kgb ubicate fuori dalla capitale. Malgrado queste differenze, se avessero accesso agli archivi sovietici conservati a Mosca tutti gli Stati baltici trarrebbero innegabilmente beneficio da una migliore comprensione della loro stessa Storia.