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Dei ritratti di persone morte del Covid-19 affissi di fronte al Dipartimento per la salute di San Pietroburgo, maggio 2020.

In Russia la quarantena (politica) è la norma

I russi vivono in un regime di isolamento politico già da tempo, racconta lo scrittore russo Sergey Lebedev, che vede nella situazione creatasi con l’epidemia una connessione con il regime sovietico: le strade vuote e l’estraneità alla politica fanno parte della vita in Russia da ben prima del Covid-19. Questa crisi impatterà il potere di Putin?

Pubblicato il 16 Giugno 2020 alle 16:30
Sky News  | Dei ritratti di persone morte del Covid-19 affissi di fronte al Dipartimento per la salute di San Pietroburgo, maggio 2020.

Quando i primi casi di Covid-19 sono apparsi in Russia e il virus ha cominciato a diffondersi, io lavoravo all’Archivio centrale del Servizio federale di sicurezza (Fsb): questo archivio contiene documenti relativi a  repressioni, arresti e esecuzioni di persone durante il periodo di Stalin.

Ogni mattina arrivavo all’anonimo edificio di Kuznetsky Most, non lontano dalla Lubjanka, per ricevere vecchi fascicoli che mi sbriciolavano tra le mani: si trattava di documenti contenenti i casi dei miei parenti e di amici di famiglia.

Ho vissuto in due epoche diverse, in due tempi storici distinti.

In una, quella reale, c’erano notizie sulle misure di quarantena, della chiusura dei confini, i nuovi gesti barriera: il divieto di assembramento, le maschere, la distanza sociale. In altre parole, la fine, o quantomeno, la riduzione all’estremo dei contatti.

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Il secondo tempo si situava nel passato: ero immerso nella lettura dei fascicoli per le mie ricerche. Ed è qui che ho notato qualcosa di stranamente e terribilmente similare.

Ho visto come qualcuno chiamato “nemico del popolo” diventava all’istante contagioso. La sua famiglia, i suoi amici, i collaboratori: tutti entravano a far parte di un gruppo a rischio. Attraverso i rapporti dei laboratori e i mandati d’arresto ho osservato come questo stigma, questa etichetta mortale, passasse da fratello a fratello, da padre a figli, tra membri di un gruppo di filatelia, tra preti di uno stesso paese.

Il virus, o più precisamente la condizione di infezione, lo stato del contagio, era una metafora della repressione politica, le cui conseguenze si tramandano nelle generazioni:  annichilimento e l'impoverimento della vita, delle abitudini, la distruzione della solidarietà, l’idea che qualunque contatto sia un pericolo, che ogni individuo sia potenzialmente contagioso.

Credo che in Russia, questo fenomeno avesse (e mantenga ancora) un lato  opposto e paradossale: un consenso tacito e fatalista sul fatto che la vita non abbia valore incondizionato, sull’impossibilità di nascondersi dalla storia e dal governo, sull’impossibilità, infine, di poter opporre resistenza. Questi atteggiamenti sono accettati allo stesso titolo delle catastrofi naturali, sono parte della vita quotidiana. Come la pandemia. Con questa anamnesi, la Russia ha accolto il coronavirus. 

Le azioni del governo erano, e sono ancora, prevedibili.

Un “voto nazionale” è stato indetto il 22 aprile per approvare degli emendamenti della Costituzione che permetterebbero a Vladimir Putin di essere eletto altre due volte (secondo la Costituzione attualmente in vigore, infatti,, questo sarebbe l’ultimo mandato di Putin) e di radicare l’ennesima  tendenza autoritaria e conservatrice della politica russa. Uno degli emendamenti, per esempio, definisce il matrimonio esclusivamente come “l’unione tra uomo e donna.”

Fin quando c’era la probabilità che le elezioni e la parata del 9 maggio per la festa della Vittoria, avessero luogo, le autorità hanno finto che il coronavirus non sarebbe arrivato in Russia, che non fosse poi così pericoloso. Secondo una delle versioni propinate, chi era nato nell’Urss e aveva ricevuto il vaccino contro la tubercolosi in tenera età non si sarebbe ammalato di Covid-19. Il passato sovietico protegge il presente russo.

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Ma, non appena i dati relativi ai contagi sono diventati minacciosi (anche tenendo presente che le statistiche mediche, come tutte le altre, vengono manipolate in Russia), l’approccio è cambiato radicalmente: quarantena, pass digitali, app per tracciare gli spostamenti. 

Si tratta di misure forse ragionevoli, almeno in parte, ma quando vengono utilizzate in un Paese autoritario in cui i cittadini non sono potenziali pazienti ma, soprattutto, potenziali sospetti, quando la priorità assoluta è la disciplina piuttosto che la salute, le conseguenze sono esplosive. Poco ha contribuito alla diffusione del virus a Mosca come le file chilometriche davanti agli ingressi della metropolitana il primo giorno di validazione dei pass elettronici: la polizia doveva verificarli tutti.

Occorre sottolineare che il comportamento pubblico in questa situazione ha rivelato numerose mancanze collegate tra loro in modo complicato, profondamente contraddittorie, che essenzialmente rendono possibile il regime di Vladimir Putin.

Mancanza di fiducia

La prima è la mancanza di fiducia, certo, nei confronti delle autorità, ma principalmente tra i cittadini stessi: qui ci si salva da soli, ciascun per sé. C’è poi una mancanza nel riconoscere l’altro, i confini personali, nel rispetto che viene con la comprensione del valore della vita degli altri: non c’è da sorprendersi che la quarantena non sia vista come un’azione coordinata di cittadini responsabili, ma come un ordine imposto dallo stato che deve essere rispettato.

All’incrocio di queste due mancanze ce n’è una terza: la mancanza di responsabilità civile. La quarantena e il distanziamento sociale mostrano semplicemente che abbiamo vissuto in un regime di isolamento politico lungo; è la nostra realtà, e solo adesso è diventata metaforicamente e fisicamente visibile.

Strade vuote e estraneità alla politica: in Russia questa è la vita da ben prima del Covid-19.  

Molti sostengono che la pandemia avrà un impatto significativo sull’immagine e il grado di apprezzamento di Putin. Ma è importante ricordare che Putin sa trarre benefici strategici da situazioni disperate e terribili dal punto di vista tattico. Il rapimento di ostaggi in una scuola a Beslan nel 2004, che ha causato un assalto e la morte di centinaia di bambini, avrebbe dovuto segnare la fine della sua carriera. Invece, con la scusa di contrastare il terrorismo e rafforzare il potere statale, in Russia non ci sono più le elezioni dei governatori. 

Presto vedremo come l’epidemia e le sua conseguenze distruttive sulla sanità nazionale e sull’economia verranno sfruttate per giustificare l’ennesima limitazione dei diritti civili. 

Questo articolo fa parte del Debates Digital project, contenuti digitali che comprendono testi e discussioni live di alcuni degli scrittori di maggior successo, accademici e intellettuali che che fanno parte della rete Debates on Europe. L'autore parteciperà a un dibattito online diffuso il 23 giugno alle 19, ora di Roma, su YouTube.

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