Idee Costruire uno spazio pubblico europeo

La democrazia europea ha bisogno di un giornalismo europeo

L’Ue non sarà mai una democrazia funzionante senza uno spazio pubblico che la rappresenti. Secondo Joris Luyendijk, antropologo e scrittore olandese, il giornalismo investigativo ha, da questo punto di vista un ruolo fondamentale da giocare nel nel chiedere conto alle istituzioni e ai leader europei delle loro azioni, proprio come succede a livello nazionale.

Pubblicato il 7 Agosto 2020 alle 13:57

In quest’epoca di disagio, confusione e cinismo, poche sono le professioni e le istituzioni che ancora contano sulla fiducia e il rispetto del pubblico. Grazie anche alla rappresentazione che ne dà Hollywood, i giornalisti investigativi sono ancora i “buoni”.  La reputazione non è simmetrica: il lavoro per costruirla è lungo, ma basta un istante per distruggerla. Come si dice in Olanda, “la fiducia arriva a piedi, ma riparte a cavallo”.

È dunque con esitazione, con riluttanza quasi, che vi pongo la seguente domanda: i giornalisti investigativi rischiano di diventare gli utili idioti dei demagoghi e dei partiti di opposizione in Occidente nel loro attacco alla democrazia rappresentativa?

I meno giovani ricorderanno senz’altro che il termine dispregiativo “utile idiota” fu utilizzato per la prima volta durante la Guerra fredda. Veniva usato per descrivere  individui che, in Occidente, aiutavano la causa sovietica, anche se questi ultimi non avevano alcuna simpatia per il comunismo né si rendevano conto delle conseguenze delle loro azioni. Il movimento pacifista nell’Europa occidentale degli anni ‘80 è spesso utilizzato come esempio: i pacifisti pensavano di  lottare per la pace opponendosi alle armi nucleari. Per i sovietici, erano delle pedine ignoranti nella partita della Guerra fredda con i governi occidentali: degli utili idioti, insomma.

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Il giornalismo investigativo rischia oggi, in Occidente, di diventare l’utile idiota dei populisti? Stiamo loro fornendo le armi?  

Iniziamo con l’archetipo del giornalismo investigativo di successo: Watergate. Il Washington Post rivela il coinvolgimento del Presidente Nixon in forme illegali di spionaggio e raccolta informazioni, tra cui l’installazione di cimici negli uffici di Watergate, sede principale del partito democratico. 

Nixon è costretto a dimettersi, i giornalisti ricevono il premio Pulitzer nel 1973 e diventeranno famosi agli occhi del grande pubblico grazie al film Tutti gli uomini del Presidente. Questo è il genere di giornalismo investigativo ideale in una democrazia rappresentativa: rivelazioni che raccontano come un Presidente ha infranto la legge minano la fiducia di qualunque cittadino sano di mente. Ma quando lo scandalo che segue culmina nelle dimissioni del Presidente, la fiducia non è solo restaurata, aumenta…

 Se anche l’uomo più potente del Paese può essere costretto a dimettersi, il sistema funziona. Non bisogna dimenticare che il premio Pulitzer venne attribuito nella categoria “servizio alla comunità”. Questo è il meccanismo è quello che gli inglesi intendono con l’espressione “democracy being a system that is capable of self-correction”, “la democrazia è un sistema capace di autocorreggersi”. In nederlandese  c’è un termine ancora migliore, “zelfreinigend vermogen”, o capacità di auto-pulirsi.

“Antifragile”

Di nuovo, teniamo presente il divario tra teoria e pratica. La maggior parte delle rivelazioni non hanno un seguito. L’indagine su Watergate, realizzata dal Washington Post, ma anche dal Time e dal New York Times, fu inizialmente ignorata, ridicolizzata o minimizzata da altri media. Prese nel loro insieme, erano soltanto un elemento in un processo politico molto più ampio che ha poi portato alle dimissioni di Nixon.

In ogni caso, il principio di base dovrebbe essere chiaro: i giornalisti investigativi rivelano o aiutano a rivelare gli abusi di potere e mantengono l’attenzione sulla storia abbastanza a lungo perché questa provochi una risposta dal sistema. In una forma ottimale, una democrazia è dunque ciò che il grande filosofo Nassim Nicolas Taleb chiama “antifragile”; un colpo al sistema, in questo caso il racconto di un terribile abuso di potere, finisce per rafforzarlo, non indebolirlo.

Quella del Watergate è una storia dei primi anni ‘70: ora siamo in un altro momento. La politica ha attraversato cambiamenti strutturali, che hanno conseguenze importanti ma piuttosto scomode per la pratica del giornalismo investigativo.

Ci sono due livelli da considerare 

In Europa stiamo assistendo all’implosione, a livello nazionale, dei due blocchi politici tradizionali: un blocco, ampio, stabile, socialista/socialdemocratico di sinistra, e il blocco repubblicano/democristiano del centrodestra. Fino agli anni ‘90, la maggior parte dei Paesi europei aveva un governo e un importante partito di opposizione. 

Le nostre rivelazioni favorivano — o almeno avevano il potenziale per farlo — una tale dinamica, così polarizzata. In altre parole, l’opposizione poteva sfruttare le nostre storie e, siccome costituiva una sfida costante e significativa per il partito al potere, quest’ultimo era più probabilmente forzato a rispondere.

È importante ricordare la serietà di questa opposizione. E, cosa ancora più importante, il suo carattere costruttivo: aveva un programma e usava il lavoro della stampa come un’arma per fare pressione sul governo. Un sistema di questo tipo aveva un impatto: se il governo non reagiva gli elettori avevano una leva ulteriore al momento delle elezioni.  

Questo è, ricordiamolo, un meccanismo ideale a grandi linee. Per essere più concreti: supponiamo che, invece del Partito democratico, serio e costruttivo, l’oppositore principale di Nixon fosse stato qualcuno come Donald Trump o Boris Johnson. Questo è, per esempio, il dilemma della Francia: qui una qualunque devastante rivelazione che culmini nelle dimissioni di Macron porterebbe al potere il Rassemblement National di Marine Le Pen. In Germania, uno scandalo della portata di Watergate contro la  SPD o il  CDU potrebbe risultare in un governo con a capo il partito Alternative für Deutschland. Stesso discorso per l’Olanda con Geert Wilders.

Per capire cosa succederebbe, considerate lo scandalo delle spese in Gran Bretagna:i membri del parlamento hanno abusato dei loro fondi, spesso in modi disgustosi, bizzarri o ridicoli.

Lo scandalo si è rivelato un soggetto di investigazione estremamente interessante. Ha danneggiato — giustamente — la reputazione di entrambi i principali partiti politici. Ma, al momento del referendum sulla Brexit di qualche anno fa, quella perdita di fiducia ha contribuito al successo dei demagoghi della campagna del Leave.   

La questione qui non è che la Gran Bretagna non avrebbe dovuto lasciare l’Ue. È liberissima di farlo. La questione è che i cittadini inglesi sono stati vittime di una quantità di bugie senza precedenti che ha culminato in milioni di voti per un’utopia: poter smettere di essere membri dell’Ue conservandone i benefici.

Quella promessa irrealistica è riuscita ad avere un tale successo anche perché, almeno in parte, la reputazione di chi la denunciava è andata in frantumi.   

Opposizione seria, in buona fede e coerente

Il lavoro dei giornalisti di investigazione presume un’opposizione che sia seria, in buona fede e coerente: caratteristiche queste che non si trovano più facilmente. Oramai i nuovi partiti di opposizione in tanti Paesi occidentali funzionano in questo modo: invece di offrire una alternativa realizzabile, basata su fatti e ben spiegata, propongono una valvola di sfogo per le frustrazioni legittime e illegittime, definendosi prima di tutto in relazione a cosa e a chi sono contrari.

Il caos che tiene in scacco gli Stati Uniti e la paralisi di cui è prigioniera la Gran Bretagna dimostrano cosa succede quando clown e vandali di questo calibro sono al potere. La domanda per i giornalisti investigativi è dunque: il nostro lavoro potrebbe aiutarli senza volerlo? Per rispondervi, è necessario considerare un secondo livello, quello dell’Unione europea. Gli Stati Uniti affondano nella loro crisi e nei loro problemi, alcuni dei quali si sovrappongono ai nostri. 

Tuttavia, gli Stati Uniti non sono coinvolti in un processo di trasferimento del potere politico ad un livello superiore, continentale come sta avvenendo da decenni per i Paesi Ue. Per questa ragione, gli Stati Uniti e quella che si potrebbe chiamare “l’esperienza politica americana” hanno sempre meno importanza per gli europei. I nostri sistemi politici hanno oramai troppe differenze. Per ciò che riguarda gli inglesi, intrappolati nel grande oceano tra Europa e America, non ne farò più menzione, anche solo perché sembrano essere i primi a non sapere più chi sono o cosa vogliono.

Il problema del giornalismo investigativo a livello europeo è che la “capacità di auto-regolarsi” di una democrazia richiede non solo un’opposizione seria che rispetti le regole del gioco, ma anche  un’arena politica funzionale dove tale opposizione può utilizzare le nostre rivelazioni per chiederne conto al governo.

Dove si trova uno spazio politico di questa portata? Dove si situa la sfera pubblica europea? Dove sono i programmi di informazione, i giornali, le riviste, i talk show, i siti web e le recensioni letterarie? 

La London Review of Books non si occupa soltanto di libri, ma anche di dibattito politico ad alto livello. La New York Review of Books è dello stesso livello qualitativo. Non c’è alcuna European Review of Books, così come c’è un Times per Londra ma non per l’Europa. Certo, abbiamo Euronews, Voxeurop e EUObserver e pochi altri, ma ciascuno di loro ammetterà che l’impatto del loro lavoro non sostiene il confronto con la copertura mediatica politica a livello nazionale.

Come gli esperti di politica dicono spesso, per molte questioni il potere oggi risiede a livello europeo, mentre la politica accade ancora a livello nazionale. E così al massimo ci sono due corrispondenti a Bruxelles e una dozzina nella capitale. 

Tutto ciò significa che, in pratica, a seguito dell’iniziale ondata di shock, disgusto e oltraggio che accoglie o dovrebbe accogliere qualsiasi rivelazione di risonanza europea, darvi seguito politicamente è addirittura più difficile che farlo a livello nazionale.

In realtà, le strutture di informazione a livello europeo stanno facendo grandi progressi in termini di coordinazione e sincronizzazione degli scoop, come nel caso dei Panama Papers e questo meccanismo funziona quando lo scopo è quello di creare un’ondata simultanea di interesse e indignazione in più paesi. Le ONG a Bruxelles che combattono l’evasione fiscale vi diranno che gli scandali e gli articoli si sono rivelati di gran lunga più efficaci di 20 anni di advocacy.

Tuttavia, perché la capacità di auto-regolazione di una democrazia funzioni, l’ondata di interesse e indignazione costituisce semplicemente il primo step: quello che è fondamentale è la possibilità di creare conseguenze politiche, cambiamenti, la percezione per i cittadini che un errore è stato sanzionato.  Per tornare a quelle ONG che combattono l’evasione fiscale: si potrebbe argomentare che queste fanno parte di un nucleo di opposizione costruttiva a livello europeo. Ma come potrebbe una tale opposizione funzionare in assenza di un’arena politica europea dove la pressione politica possa essere esercitata fino ad ottenere un reale cambiamento?

Indignata impotenza

Negli ultimi anni,  Investigate Europe ha fatto un lavoro considerevole, ad esempio a proposito della, e qui cito,  preoccupante dipendenza dell’Europa da Microsoft. Ha ugualmente realizzato un ottimo lavoro su Frontex, l’agenzia dell’Ue che si occupa della sicurezza dei confini. Qualche titolo: Why the European Border Regime is dysfunctional, How the EU cosied up to the defence lobby. Europe plans the surveillance state. Mission impossible in the Mediterranean.

Articoli di questo tipo lasciano il lettore con una sensazione di indignata  impotenza: com’è possibile che cose del genere abbiano potuto continuare? Il nostro lettore fa dunque ricerche per informarsi sulle conseguenze politiche. E, la maggior parte delle volte, trova risposta. E, quando c’è, non c’è alcun seguito politico. O magari c’è una risposta, ma il lettore non ne comprende la portata a causa di una mancanza di conoscenze su come il potere funzioni a livello europeo. Come biasimare quel lettore? Il potere a livello europeo funziona in modi sostanzialmente diversi da quelli nazionali. Risultato finale: il lettore precipita di nuovo nella rabbia, nella disperazione o nell’apatia.

Ed eccoci qui. L’implosione e la frammentazione a livello nazionale in Europa mina la capacità di auto-regolazione delle nostre democrazie. La distribuzione di potere a livello europeo fa la stessa cosa.

Noi, giornalisti investigativi, non siamo responsabili dell’evoluzione dei nostri sistemi politici; allo stesso tempo non possiamo ignorare le conseguenze politiche del nostro lavoro. 

Sono cresciuto negli anni ‘80 e ‘90, quando la politica aveva una base solida. A quei tempi, era sensato criticare il più possibile il potere nazionale e il partito al governo. Al momento, la base politica ci sta crollando sotto gli occhi. Ciò che mi preoccupa, dunque, è che esporre verità scomode senza che ci siano concrete conseguenze politiche potrebbe finire per nutrire uno scontento generale.

All’inizio di questo decennio ho passato più di due anni a investigare la cultura della finanza nella City e ho fatto delle scoperte scioccanti. Quando Lehman Brothers ha fallito a settembre 2008, le nostre società si sono ritrovate vicine al collasso. Abbiamo rischiato di perdere  l’accesso ai nostri conti in banca mentre l’economia subiva un blocco;  e supermercati, farmacie, stazioni di servizio e altre attività essenziali non sarebbero più stati riforniti. Eravamo 36 ore lontani da quello scenario.

Ciò mostra quanto pericolosi siano i grandi gruppi bancari, e quello che mi perplime è l’opinione, condivisa dai migliori giornalisti finanziari, accademici e dai principali banchieri come Jean Claude Trichet, che il nostro sistema finanziario non è in una posizione più sicura oggi rispetto nel 2008. 

Lasciatemi ripetere: tutti sono al corrente della fragilità del nostro sistema finanziario, ma quest’ultimo è diventato immune alle critiche. Per tornare ancora una volta a Nixon: immaginate che tutti sappiano che questi stia spiando illegalmente i Democratici nei loro quartieri generali a Watergate. Non c’è alcuna conseguenza politica.

Storie mordi e fuggi

La crisi finanziaria del 2008 è stata la peggiore dagli anni ‘30 e le cose sarebbero potute andare peggio. Dopotutto, il denaro sta alla società come il sangue sta al corpo, un corpo dove il settore finanziario è al posto del cuore. Dopo una rottura di tale portata, ci si aspetterebbero  dibattiti o delle azioni politiche completamente nuove. Ma, mentre abbiamo tantissime storie “mordi e fuggi” sui bonus dei banchieri, la campagna politica necessaria a ricostruire la sicurezza finanziaria sembra più lontana che mai.

Cosa succede dunque ai giornalisti investigativi che si occupano di finanza? I giornalisti politici nazionali che si rifiutano di dar seguito al lavoro di coloro che si occupano di finanza mi fanno una gran rabbia. Ad esempio, se la sfera finanziaria presenta ancora tutti questi problemi è perché, tra le altre cose, tantissimi politici finiscono per occuparsene. Sarebbe perfettamente sensato, in ogni futuro dibattito elettorale, chiedere ai leader politici: “garantisce che, se il suo partito propone il prossimo ministro delle finanze, quest’ultimo non lavorerà mai nel settore finanziario?”.

Dieci anni dopo l’affare Lehman Brothers, è ancora troppo per i giornalisti che si occupano di politica. Un’altra spiegazione dell’immunità di cui gode il settore finanziario è che un cambiamento reale nella sua organizzazione deve verificarsi a livello europeo o globale. E quei giornalisti nazionali non lavorano a livello europeo o globale.

E quelli che invece ci lavorano trovano molto difficile mantenere la storia della riforma finanziaria nei titoli di testa dei giornali. È, almeno all’inizio, tecnica e noiosa. Coinvolge anche alcune istituzioni che, più che democratiche, sono tecnocratiche: la Banca centrale europea, la Commissione, le Corti.

Aggiungiamo la difficoltà di chiedere conto ai politici dei risultati delle loro negoziazioni a livello europeo. I politici nazionali sono profondamente coinvolti in tali risultati, ma non ne sono responsabili, se non collettivamente. E non c’è alcuna opinione pubblica europea collettiva che chieda loro di prendersi le proprie responsabilità. Invece i leader nazionali tornano a casa per festeggiare le vittorie riportate a Bruxelles oppure cambiano argomento.

Capirete, spero, che non sono qui per chiudere l’indagine e dire: è il momento di smettere di investigare i fallimenti, i crimini e gli errori di chi è al potere. Ma mi preoccupano le e-mail che continuo a ricevere da persone convinte che io sia dalla loro parte, cioè dalla parte di quelli convinti che la finanza sia territorio esclusivo degli “Ebrei”, o degli Illuminati, del gruppo Bilderberg o chiunque sia popolare su internet.

Mi preoccupa che il mio lavoro sia utilizzato a sostegno dell’opinione per cui la democrazia è una fregatura: guardate, i nostri leader, se la fanno con le banche! Abbiamo bisogno di un leader forte, qualcuno come Putin! Mi preoccupo ancora di più quando trovo i miei discorsi sui pericoli della finanza e i suoi molteplici legami con i principali partiti politici su siti che supportano folli teorie complottiste...

Il mio lavoro sta alimentando la disperazione e il desiderio di una leadership non più democratica che proponga soluzioni fittizie al livello di Trump o dei pro Brexit? Come giornalisti investigativi, consideriamo il nostro lavoro completo quando “ci abbiamo preso con la storia”. Se siamo fortunati, riceviamo il nostro premio e poi passiamo all’episodio successivo del terribile fallimento del governo o dell’abuso di potere da parte delle corporazioni. 

Ma, considerando il cambiamento radicale delle nostre democrazie, possiamo ancora limitarci alla semplice spiegazione di cosa sta andando storto? Non dovremmo insistere sul fatto che i media che pubblicano il nostro lavoro debbano garantire una copertura significativa della risposta politica alle nostre rivelazioni? E, se non c’è alcuna risposta, parlarne? E i giornalisti investigativi non dovrebbero indagare sul perché i giornalisti politici a livello nazionale siano così riluttanti nel fare domande ai politici a proposito delle loro carriere secondarie in finanza?

Si potrebbe anche fare un passo in più e chiedere se ci sia un lavoro di investigazione da fare su ciò che sta funzionando troppo bene? Lo so, i “bollettini delle buone notizie” tendono ad essere estremamente noiosi. Ma sta diventando sempre più difficile negare che, nel clima politico europeo contemporaneo, il nostro lavoro possa minare la fiducia che gli elettori ancora nutrono nei confronti della democrazia.

Immagine riflessa del mondo arabo

Come giornalisti investigativi, tendiamo anche ad essere piuttosto cinici sui “politici”. Un’attitudine del genere è ancora utile ora che politici come Donald Trump e Boris Johnson si sono appropriati del cinismo come hanno fatto? Vorrei tanto avere risposte pronte a queste domande. Ciò che so è che l’Ue non sarà mai una democrazia funzionale senza un’efficace sfera pubblica corrispondente.

In quest’ottica, l’Europa è una perfetta immagine riflessa del mondo arabo. Lì il giornalismo investigativo affidabile è estremamente raro dove non ancora non esiste una moneta comune, un Parlamento comune, una Corte araba di giustizia.

Hanno tuttavia costruito una sfera pubblica che distribuisce a tutto il mondo arabo siti d’informazione, giornali, stazioni radio e satelliti. Forse dovremmo guardare a sud del Mediterraneo per trovare l’ispirazione.

Quest’articolo è la trascrizione del discorso pronunciato da Joris Luyendijk alla conferenza Dataharvest a Mechelen (Belgio), il 25 maggio 2018.

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