Depressione da referendum

Il 6 marzo gli islandesi votano il referendum sul rimborso del debito del loro paese. Dopo il fallimento delle loro banche il loro tenore di vita è precipitato e molti girano le spalle all’Europa, cercando la salvezza economica nei mestieri tradizionali.

Pubblicato su 5 Marzo 2010 alle 14:50

Passeggiando per le strade di Reykjavik i segni della miseria non si vedono. I vagabondi e i senzatetto, d’estate come d’inverno, non dormono mai all’addiaccio: esistono infatti centri di accoglienza per donne, uomini e perfino per coppie. Tra quelli che stanno per perdere la casa perché sono raddoppiate le rate del mutuo – quelli col tasso indicizzato legato alle valute straniere – mentre i loro introiti sono rimasti sempre gli stessi, il disagio non è ancora palpabile: le banche hanno ricevuto l’ordine di trasformare i proprietari insolventi in inquilini delle loro stesse abitazioni, così i loro figli potranno continuare a frequentare la scuola del loro quartiere, ed evitare che il panico che già dilaga nel settore immobiliare faccia scendere ulteriormente il valore delle proprietà. Ma la crisi c’è, è in Borsa, nei progetti sul futuro che ora si è obbligati ad abbandonare. La crisi è nei pensieri di tutti.

Il tracollo della finanza ha colpito assai duramente l’Islanda, che si considerava un’inespugnabile oasi di benessere. Nell’autunno 2008 le tre banche principali del paese sono fallite. La corona è precipitata e il governo è stato obbligato a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e ai suoi vicini europei. Nel 2009 l’economia è precipitata dell’8 per cento.

L’Islanda è un paese giovane, in rapido cambiamento: gli islandesi sono molto reattivi e la vita di ogni abitante spesso ne nasconde tre o quattro diverse. Il fenomeno qui è talmente diffuso che i sociologi incontrano notevoli difficoltà a compilare rilevazioni statistiche, essendo impossibile, per esempio, definire pescatori coloro che si dedicano alla pesca solo ogni tanto: sono pescatori, ma anche altro.

Ritorno alle tradizioni

Halldor Arnason, per esempio, ha 58 anni, è pescatore da 40, ma diversifica la sua attività: si interessa alla storia dei pescatori francesi nel suo fiordo, il Patreksfjördur, all’inizio del XX secolo. Nell’estate del 2009 la sua barca ha avuto un guasto: se fino a due anni prima l’avrebbe fatta riparare in Inghilterra o in Polonia, con la crisi gli è parso più conveniente rivolgersi a un cantiere locale. In questo come in altri campi, insomma, l’Islanda ri-localizza.

La svalutazione della corona ha provocato il riapprezzamento del pesce, e nei fiordi vicini prospera una miniera sottomarina di corallo (utilizzato per il trattamento delle acque reflue). Un allevamento di cozze, ancora in fase sperimentale, rappresenta una scommessa per aggirare il divieto europeo di pescare in estate. I polacchi, assai numerosi nel settore della lavorazione dei prodotti ittici, si integrano nella vita locale, le case vuote trovano nuovi acquirenti e le zone rurali un tempo in declino si prendono gradualmente la loro rivincita sulle città.

La capitale e le periferie, invece, sprofondano in una morosità febbrile. In un paesaggio economico così devastato, nel quale soltanto l’11 per cento delle imprese può fare a meno dei sussidi volontari delle banche nazionalizzate, tutti cercano di adattarsi come meglio possono. È un rovescio di fortune: i ricchi andati in rovina hanno i musi lunghi, mentre i perdenti di sempre, quelli che anche prima della crisi non avevano niente, si ritrovano ora sul loro stesso piano e sembrano quasi allegri in questa depressione invernale.

C’è chi si preoccupa per la disoccupazione in forte aumento, e chi guarda oltre, a quando si dovrà risarcire a colpi di miliardi britannici e olandesi per il fallimento della banca Icesave, dei cui depositi lo stato islandese si era fatto garante. Già due volte il governo aveva firmato un accordo sulla bancarotta con i paesi che hanno partecipato al salvataggio finanziario. E già due volte l’accordo era stato criticato, prima dal parlamento, poi dal presidente Olafur Ragnar Grimsson, che ha proposto di sottoporre la questione a referendum. Tutti i partiti si fingono d’accordo, ma in realtà temono l’esito. Nonostante mesi di inutili discussioni parlamentari e di grande battage mediatico, in un sondaggio gli islandesi hanno ammesso di non capire granché della situazione. Gli unici a star bene sono nazionalisti e populisti, che si illudono che rifiutare l’Europa significhi ritrovare la dignità perduta. Referendum o no, il debito andrà comunque onorato, in tutto o in parte.

In attesa della schiarita

Lasciando Reykjavik si ammira la rigogliosa natura islandese, che, abituata a ben altri rigori, ignora le difficoltà finanziarie del paese. La crisi si tocca con mano, invece, facendo il pieno di carburante, il cui prezzo è aumentato notevolmente. Dalle parti di Hveragerdi e di Selfoss, centinaia di fuoristrada e auto d’occasione aspettano un improbabile acquirente. Coloro che vogliono ripartire in macchina a bordo del traghetto devono aver saldato le spese dell’auto, ma alcuni preferiscono abbandonarla sul ciglio della strada.

Stefán Jónsson vive vicino Flúdir, dove gestisce insieme ai figli un appezzamento di 600 ettari. Dimostra una fiducia incrollabile nel futuro del suo paese: come i pescatori è contrario all’ingresso dell’Islanda nell’Unione europea, che segnerebbe la fine dei sussidi all’agricoltura, ma sa anche di essere messo meglio di chi vive in città, in particolare di chi lavora nel settore dell’edilizia. Johann è un piastrellista disoccupato. Hilmar è imbianchino, ma ha rinunciato a cercare lavoro nel suo campo. Fridrik, paesaggista e designer di giardini, non ha più clienti. L’Islanda aspetta. Aspetta che l’ex giudice Eva Joly, venuta in suo soccorso, trovi i capitali imboscati all’estero, nei paradisi fiscali. Aspetta di meglio: clienti per la sua industria energetica, un nuovo prestito dal Fmi, una schiarita. Solo una cosa è certa: le giornate si stanno allungando. (ab)

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