Dati alla mano Il lavoro dopo la pandemia

In Europa la disoccupazione è sparita: è una buona notizia?

La disoccupazione è quasi del tutto scomparsa nella zona euro: oggi riguarda solo il 6,7 per cento della popolazione attiva, il livello più basso da trent’anni. Eppure il Pil cala e la produzione non decolla a causa della carenza di manodopera. Alternatives Economiques analizza, dati alla mano, questa strana congiuntura storica.

Pubblicato il 2 Maggio 2023 alle 10:05
Jean Dobritz voxeurop travail

Fino a non molto tempo fa, tutti guardavano ai dati della disoccupazione: era questo, infatti, il barometro per eccellenza, citato in primis dai politici in cerca di voti. Oggi questa preoccupazione è sparita. 

E, se nessuno se ne preoccupa più è perché, in Europa, le notizie sono piuttosto buone: “La ripresa dopo la crisi sanitaria ha preso la forma di una ‘V’ e i principali indicatori del mercato del lavoro hanno raggiunto i livelli più alti dall’inizio del secolo”, sottolinea un rapporto di Eurofound. “Per la prima volta in una generazione, la preoccupazione politica più urgente è la carenza di manodopera, non  la disoccupazione, ossia dall’offerta di lavoro piuttosto che dalla domanda”. 

La disoccupazione oggi riguarda solo il 6,7% della popolazione attiva nella zona euro, il livello più basso da trent’anni. Il picco registrato nel 2020, momento in cui le economie ristagnavano, è ormai acqua passata. “La crisi dovuta al Covid-19 ha comportato una recessione estremamente rapida. Una brusca ripresa ha seguito il drastico calo dell’attività durante il periodo di confinamento”, spiega il ricercatore tedesco Enzo Weber della London School of Public Policy (LSE). 

Gli effetti della grande crisi finanziaria del 2008 si sono finalmente neutralizzati, perlomeno in media nella zona euro. Non è ancora così per i paesi a sud del continente, colpiti in pieno da questo shock economico e dalla conseguente crisi del debito pubblico.  

Ciononostante, nella maggior parte dei paesi, il calo è notevole, in particolare, tra i “peggiori” della classe: è in Grecia (-5,2 punti) e in Spagna (-1,6 punti) che il tasso di disoccupazione è sceso più drasticamente tra la fine del 2019 e la fine del 2022. 

Anche in Italia le prospettive sono incoraggianti: “La domanda di lavoro è tornata al di sopra dei livelli pre-pandemia, con circa 500mila posti di lavoro disponibili nelle imprese a gennaio 2023, il 14 per cento in più rispetto al 2019”, conferma Cristina Tajani, l’ex presidentessa e direttrice generale di Anpal Servizi Spa, l’Agenzia nazionale italiana per le politiche attive del lavoro. 


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In generale il tasso di disoccupazione è più basso oggi rispetto al periodo precedente la pandemia in 19 dei 27 paesi dell’Unione europea mentre in altri 8 paesi, la situazione del mercato del lavoro è rimasta pressoché invariata. È peggiorata notevolmente solo in Estonia, Lettonia, Finlandia e Croazia.

La piena occupazione è l’assenza di disoccupazione? 

Altro dato importante: la piena occupazione è già una realtà per 10 stati membri, che registrano un tasso di disoccupazione inferiore al 5 per cento, soglia generalmente stabilita dagli economisti per dichiarare raggiunta questa ardua meta. È il caso di Austria, Danimarca, Irlanda, Germania, Paesi Bassi, Slovenia e Polonia

Ridurre la piena occupazione al solo tasso di disoccupazione è però riduttivo, spiega l’economista francese Eric Heyer: “Per essere veramente virtuoso, un calo della disoccupazione deve essere associato a un aumento del tasso di occupazione. Se non si verifica questa situazione, può significare che un certo numero di persone, scoraggiate, sono uscite dal mercato del lavoro provocando una flessione artificiale del tasso di disoccupazione”. Una condizione che, oggi, sembra essere soddisfatta in Europa: il calo della disoccupazione dipende proprio da un aumento del tasso di occupazione.

Il numero di posti di lavoro ha raggiunto livelli massimi su scala europea: a fine 2022 era superiore di 3,7 milioni rispetto al livello registrato a fine 2019, poco prima della crisi del Covid-19. Anche il tasso di occupazione, ovvero la percentuale di persone occupate rispetto al totale delle persone in età lavorativa, ha battuto alcuni record, nonostante una leggera inflessione nel terzo trimestre del 2022: a settembre 2022 si è attestato al 69,5 per cento nella zona euro, registrando quindi 1,8 punti in più rispetto a tre anni fa, prima del dilagare del coronavirus.

“Si può dire che ci stiamo avvicinando alla piena occupazione”, commenta l’economista francese Florence Pisani, direttrice di ricerca economica per la società Candriam. “Se si osserva il tasso di occupazione delle persone di età compresa tra i 25 e i 54 anni, cioè il cuore della popolazione in età lavorativa, si può notare che è molto elevato in Germania (86 per cento) nonché nel resto dei paesi della zona euro, dove è ai massimi (81,2 per cento), ancora più elevato rispetto al 2007, prima della grande crisi finanziaria. Invece, il tasso di occupazione delle persone di età compresa tra i 54 e i 65 anni è nettamente più basso ma in costante aumento: nella zona euro ha raggiunto il 62,9 per cento e in Germania il 73,8 per cento. Il mercato del lavoro è teso”.

Riassumendo: tutti gli indicatori sono positivi, compresa la disoccupazione di lunga durata e la sottooccupazione, entrambe in calo. Come si spiega un simile allineamento dei pianeti?         

Le cause : demografia

Primo elemento da tenere in considerazione: la demografia. Nel 2021, la popolazione di età compresa tra i 15 e i 64 anni è diminuita dello 0,6 per cento nella zona euro e dello 0,7 per cento nell’Unione. Il fenomeno è particolarmente evidente in Italia e in Slovenia (-1,9), ma anche in Polonia (-1,2), in Germania (-0,5) e Francia (-0,3).

“Negli anni Ottanta, la popolazione in età lavorativa è aumentata in modo abbastanza significativo, di 0,7 punti all’anno”, spiega Eric Heyer. “Quindi, per far diminuire il tasso di disoccupazione era necessario creare più posti di lavoro così da contrastare il fenomeno. Con una popolazione in calo o in stagnazione bisogna creare meno posti di lavoro per ridurre la disoccupazione”. 

Calo della produttività

A questo fenomeno si aggiunge una tendenza verso il basso degli aumenti di produttività. In altre parole, la quantità di lavoro necessaria alla produzione di un bene o di un servizio diminuisce più lentamente rispetto a prima, facilitando la creazione di posti di lavoro. Se un datore di lavoro vuole aumentare la sua produzione, non può fare affidamento solo su una maggiore efficienza dei suoi dipendenti, deve anche assumerne altri per aumentare la forza lavoro. Se prima una parte della crescita veniva assorbita dall’aumento della produttività, ora questa dinamica si è interrotta;inoltre serve anche una crescita minore per iniziare a creare posti di lavoro. 

In effetti, la buona resistenza del mercato del lavoro è in netto contrasto con quella dell’attività economica, che rimane debole nella zona euro. Il Pil di quest’ultima è aumentato solo dello 0,1 per cento nell’ultimo trimestre del 2022, dopo un leggero aumento dello 0,3 nel trimestre precedente, e la maggior parte degli analisti prevede che la crescita nella zona euro diminuirà all’inizio del 2023. 

“Quando la produttività oltre a rallentare diminuisce, l’impatto è ancora più forte”, precisa Eric Heyer. “È ciò che ha permesso la creazione di posti di lavoro”. Anche l’economista Patrick Artus è d’accordo: “Il vantaggio del calo della produttività del lavoro è che spinge le società a creare molti posti di lavoro per compensare. Questo è molto positivo, perché in presenza di una forte creazione di posti di lavoro, è il tasso di disoccupazione delle persone meno qualificate a diminuire maggiormente e il tasso di occupazione delle persone meno qualificate ad aumentare maggiormente”, spiega in una nota di ricerca.  

Nella zona euro, il tasso di disoccupazione dei non diplomati continua a essere due volte più alto rispetto alla media (11,7 per cento nel terzo trimestre del 2022) ma è diminuito notevolmente dalla fine della pandemia (-3,1 punti dall’inizio del 2021). 

Tuttavia, Heyer avverte : “Questa situazione non può durare per sempre. Non è possibile restare troppo a lungo con guadagni di produttività negativi, ritorneremo a guadagni positivi, probabilmente saranno inferiori rispetto a prima della crisi, ma ci sarà comunque un aumento del livello di produttività”. È proprio per questo motivo che l'Osservatorio francese delle congiunture economiche prevede un nuovo aumento del tasso di disoccupazione nel 2023 in quasi tutti i paesi europei.

Questa interruzione improvvisa della produttività resta un mistero per la maggior parte degli economisti. È troppo presto per vederci chiaro, soprattutto a causa delle varie distorsioni statistiche. 


“Per la prima volta in una generazione, la preoccupazione politica più urgente è la carenza di manodopera, non  la disoccupazione, ossia dall’offerta di lavoro piuttosto che dalla domanda” – Eurofund

Dalla crisi dovuta al Covid-19, il lavoro in nero, per esempio, è diminuito. Per ricevere gli aiuti straordinari accordati a causa della pandemia, i datori di lavoro sono stati incoraggiati a dichiarare i loro dipendenti. Questo dimostra che la produttività veniva misurata in maniera errata nel periodo prima dell’arrivo del Covid-19, non necessariamente che sia diminuita.

Imprese zombie

Bisogna prendere in considerazione il fatto che, durante la pandemia, si sono sviluppate le “imprese zombie”, ossia imprese che avrebbero dovuto  fallire, ma che invece sopravvivono artificialmente grazie ai sussidi ricevuti. Questo fenomeno si osserva in tutti i paesi sviluppati, come dimostrato dalla Banca dei regolamenti internazionali.

“Con il rimborso dei prestiti garantiti dagli stati o l’interruzione degli aiuti, quello che doveva succedere nel 2021 o 2022 succederà nel 2023: progressivamente, il numero di imprese in stato di insolvenza dovrebbe aumentare”, considera Eric Heyer.

Le imprese zombie non sono le sole a trattenere la propria manodopera. Anche le imprese più solide preferiscono mantenere i propri dipendenti, anche se nell’immediato non hanno alcun compito da fargli svolgere. Perché? Perché in Europa i portafogli ordini delle imprese sono strapieni. Se prima della crisi le imprese avevano circa tre mesi di produzione garantita, oggi siamo intorno a sei mesi. E le imprese non producono perché hanno problemi di approvvigionamento.

Grande Dimissione e Grande Turnover 

Un altro freno alla produttività sono i tassi di assenteismo. “È normale che siano notevolmente aumentati con la crisi sanitaria, ma con la diffusione dei vaccini ci si aspettava che sarebbero tornati ai livelli pre-pandemia. E questo non è successo”, dichiara Eric Heyer. Di fronte a questo assenteismo dilagante le imprese hanno assunto pochi supplenti e non hanno usato appieno la loro manodopera. 

Si registrano anche molte dimissioni, che possono essere di diverso tipo: da una parte, si assiste al fenomeno delle “grandi dimissioni” del mondo anglosassone, ossia nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove si lascia il proprio posto di lavoro per uscire del tutto da un settore di attività.

Dall’altra, si verifica il fenomeno del “grande turnover”, ossia la massiccia rotazione del personale, che consiste sempre nel dimettersi, ma per trovare un lavoro altrove. Questo tasso di dimissioni molto elevato riguarderebbe soprattutto i nuovi arrivati: sono proprio loro ad andarsene pochi mesi dopo essere stati assunti.  

Questi tassi di rotazione elevati non dureranno, commenta Eric Heyer. Il fenomeno a cui stiamo assistendo attualmente, come molti dei fattori che spiegano il calo della produttività, non è strutturale. Non credo che il livello di creazione di posti di lavoro rimarrà alto nei prossimi anni.

Florence Pisani non condivide del tutto questa osservazione. È dal 2016, molto prima della crisi sanitaria, che stiamo assistendo a un calo della produttività in tutti i paesi della zona euro. È un problema più strutturale”, dichiara l’economista. “Di fatto, ci sono profonde disuguaglianze tra le imprese a livello di produttività. Secondo un recente studio di McKinsey sugli Stati Uniti, si tratta in parte di un problema geografico: le imprese più produttive si riuniscono in hub dotati di tutte le infrastrutture necessarie, aumentando le disparità tra regioni.

Anche Florence Pisani prevede però un futuro rallentamento della creazione di posti di lavoro nella zona euro, che sarà accentuato dalla politica monetaria più restrittiva della Bce. Non si assisterà però necessariamente a un aumento della disoccupazione a causa del calo sempre più pronunciato della popolazione in età lavorativa in Europa.

L’esempio dell’Italia

L’Italia ne è un esempio: secondo l’Istat, entro il 2030 la popolazione attiva sarà diminuita di 1,98 milioni di persone. In tutti i paesi europei persistono grandi incertezze macroeconomiche, come l’inflazione,le variazioni dei prezzi delle materie prime e il Pil nazionale e globale, spiega Cristina Tajani. In Italia, però, il problema principale rimane il calo demografico che, per la prima volta da quando la curva del tasso di natalità ha cominciato a diminuire, si ripercuote direttamente sul mercato del lavoro

Questo problema non riguarda solo l'Italia. In Germania, entro il 2035, il numero di persone in età lavorativa diminuirà di oltre 7 milioni, secondo le stime dell’Istituto tedesco per la ricerca sull’occupazione IAB. In Francia, secondo le ultime previsioni dell’Istituto nazionale di statistica, l’aumento della popolazione attiva rallenterà nei prossimi due decenni, prima di diminuire nettamente a partire dal 2040. Eric Heyer lo conferma: Nel giro di pochi anni si raggiungerà ugualmente la piena occupazione, ma per motivi demografici.

👉 L'articolo originale su Alternatives Economiques
Traduzione dal francese realizzata da Valentina Aiello, Francesca Curzola, Maria Rosa Della Ragione, Giulia Gadoni, Aurora Lanaro, Cloé Mini, Diana Marques Silva, Giada Monaco, Aintevy Nadarajah, Gaia Salvadori, Desirèe Vicari della Facoltà di traduzione e interpretariato dell'Università di Ginevra.
In collaborazione con European Data Journalism Network

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