Divisi come nel Medioevo

Il separatismo è tornato di moda in Europa. Dietro al nazionalismo si celano spesso motivi di convenienza economica, ma un continente "feudalizzato" rischia di essere di nuovo sottomesso agli imperi altrui.

Pubblicato il 3 Dicembre 2012 alle 12:34
 | Dettaglio di una miniatura rappresentante il re del Portogallo alla battaglia di Juberotes (1385), attribuita al Maestro della Toson d'Oro di Vienna e Copenaghen (ca. 1480)

Per capire i movimenti separatisti europei di questi ultimi venti anni, potremmo fare una simulazione: lanciare l’idea di una grande autonomia di Sofia, la capitale della Bulgaria, con l’obiettivo finale di arrivare al suo distacco dal territorio nazionale. A questo scopo bisognerebbe mobilitare un gran numero di storici per dimostrare – per esempio – le radici celtiche di questa città caduta in mano a invasori del nord, responsabili del massacro di migliaia di cristiani pacifici e innocenti. La storia è grande e gli argomenti non mancherebbero di certo.

L’indipendenza di Sofia dal resto del paese, economicamente meno sviluppato, comporterebbe automaticamente un aumento della ricchezza dei suoi abitanti – il loro reddito passerebbe dal 37 per cento della media europea al 70 per cento, e con un’abile esclusione dei quartieri rom della città, si arriverebbe anche al 100 per cento. Non rimarrebbe che proclamare la nostra capitale “il Lussemburgo dei Balcani”, e il gioco è fatto. Un discorso simile potrebbe valere per Londra o per Monaco se un giorno volesse liberarsi dal “giogo” britannico e tedesco. In queste caso i redditi per abitante raggiungerebbero cifre astronomiche: rispettivamente del 600 e del 300 per cento rispetto alla media Ue.

Chi può impedire ai ricchi di liberarsi del peso dei loro concittadini più poveri? Non dimentichiamo che alla caduta dell’impero ottomano i Balcani sono sprofondati in una crisi durata diversi decenni. Per esempio durante tutto il diciannovesimo secolo l’economia greca è stata tenuta artificialmente in vita dalle grandi banche internazionali – proprio come oggi. E dalle rovine dell’impero austroungarico è nato un piccolo paese rurale, provinciale e folcloristico come l’Austria.

Al contrario, ai tempi del loro splendore queste entità possedevano grandi territori controllati dallo stato centrale – una fonte di materie prime e di manodopera alla quale l’industria vendeva in cambio i suoi prodotti. Uno scambio che richiedeva una forte solidarietà: i ricchi destinavano parte dei loro redditi per istruire i loro futuri dipendenti, per costruire le strade, per difendere le frontiere del paese. Tutto questo oggi non sembra più di moda. Se Sofia dovesse dichiarare la propria indipendenza, non avrebbe questo genere di preoccupazioni. L’economia è ormai globale e la sicurezza è assicurata dall’Alleanza atlantica. Anziché comprare i propri pomodori a Plovdiv (nel sud del paese), la città potrà farlo a Smirne (in Turchia); anziché cercare dei tramvieri a Vidin (nel nord del paese), potrà assumere degli indiani di Nuova Delhi.

Indubbiamente la costruzione di un’identità, anche fantasiosa, ha la sua importanza, ma è soprattutto uno strumento nella lotta per il potere e per le risorse economiche. A differenza di Sofia, la Catalogna possiede realmente una storia millenaria, una cultura e anche una sua lingua. Ma l’argomento più serio a disposizione degli indipendentisti rimane il fatto che questa regione è molto più ricca del resto della Spagna: i separatisti ottengono i voti degli elettori grazie al loro rifiuto pagare per gli altri. Rispetto a loro gli indipendentisti baschi, che non esitano a ricorrere alla forza e al terrore, danno l’impressione di essere molto più determinati nella lotta contro Madrid. Ma la loro indipendenza sembra molto più lontana di quella dei catalani per la semplice ragione che sono molto più poveri.

Il discorso è simile per la Scozia, che si prepara a organizzare un referendum sull’indipendenza entro due anni. Anche in questo caso abbiamo una storia antica, differenze culturali e i danni provocati dall’imperialismo britannico – insomma tutto l’arsenale nazionalistico necessario per sostenere questo movimento di separazione. Ma questa voglia di indipendenza sarebbe la stessa se non si fossero trovati nel Mare del Nord dei giacimenti di petrolio capaci di fare della Scozia una seconda Norvegia – un paese che del resto rifiuta ostinatamente di aderire all’Ue? In confronto il nazionalismo irlandese è più antico e anche più cruento. Ma la maggioranza dei nordirlandesi si è sempre pronunciata contro l’indipendenza.

Anche i fiamminghi belgi chiedono la loro indipendenza a causa dell’impoverimento dei loro compatrioti valloni a partire dagli anni settanta. Forse la sola cosa – a parte il re, la birra e il calcio – che permette a questo simpatico paese di esistere ancora è la città di Bruxelles, che le due entità non riescono a spartirsi. Altrimenti il processo di disintegrazione è ben avanzato e la maggior parte dei belgi che conosco si è abituata all’idea di assistere prima o poi alla scomparsa del paese. Al contrario il nazionalismo corso, anche se più rumoroso, ha molte meno possibilità di realizzare i propri obiettivi perché è poco probabile che la popolazione dell'”Isola della bellezza” (dove tutte le estati vengono incendiate le ville degli “intrusi francesi”) rinunci alle generose sovvenzioni e ai vantaggi forniti da Parigi.

Chiusi dentro

Com’è possibile che l’Europa occidentale soccomba a quelle stesse forze separatiste e disgregatrici già all’opera nell’est del continente? Forse bisogna cercare la ragione nell’irresponsabile politica regionalistica sostenuta dall’Ue. Questa politica aveva lo scopo di indebolire gli stati nazionali in favore di Bruxelles. Ma l’idea è fallita perché Bruxelles si è indebolita ancora più degli stati.

Per me la ragione principale della disintegrazione dei territori nazionali va ricercata nella logica neoliberista, che ha nel profitto economico immediato la sua sola e unica giustificazione. Un paese, una regione o addirittura una città finiscono per considerarsi come un’impresa e agiscono in modo egoistico sul mercato globale.

L’aspetto visibile di questo processo è l’irrigidimento del discorso di identità, che diventa più aggressivo o addirittura fascista: gli inglesi sempre più antieuropei, i tedeschi che non vogliono più pagare per gli eccessi dei greci e così via. Il nuovo nazionalismo è difensivo e al di là dei simboli esprime il desiderio di un piccolo gruppo di ricchi di trincerarsi dietro i muri del loro castello, abbandonando gli altri alla loro sorte. Bentornati nel Medioevo!

Di certo su questi argomenti scorreranno ancora fiumi di inchiostro, ma non dimentichiamo le lezioni della storia: mentre l’Europa ritorna al feudalesimo, i grandi imperi vanno a gonfie vele. In passato è stato il caso della Sublime porta, oggi è il momento della Cina e degli Stati Uniti.

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