Opinion, ideas, initiatives L’Ue e la crisi del COVID-19

È davvero la rivincita degli stati nazione?

La prima risposta all’epidemia del coronavirus ha visto riaffermarsi la sovranità nazionale e l’autorità dello stato, ma, sottolinea il politologo Jan Zielonka, le soluzioni di lungo periodo dovranno coinvolgere anche i gli enti pubblici territoriali.

Pubblicato su 31 Marzo 2020 alle 08:35

Da Madrid a Parigi, da Berlino a Varsavia, lo stato nazione sembra vivere un’impressionante rinascita. I confini sono tornati, e con essi l’egoismo nazionale. Ogni governo si concentra sul proprio popolo, e ognuno pretende di essere meglio preparato a combattere la crisi del coronavirus rispetto ai suoi vicini.
Praticamente da un giorno all’altro le capitali nazionali hanno effettivamente rimpatriato la sovranità dell’Unione europea senza chiedere il parere né del proprio popolo né di Bruxelles. Praticamente governano per decreti come fossero in tempi di guerra. “Siamo in guerra”, ha infatti dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron, che ha inviato unità armate per le strade per garantire il rispetto draconiano del confinamento. Altri leader hanno più o meno seguito l’esempio.
L’epidemia di coronavirus sembra invertire il corso della storia. La globalizzazione e l’integrazione europea sono scomparse. Torna l’eroica lotta degli stati per la sopravvivenza nazionale.
Lo scenario del ritorno dello stato sembra familiare, ma è fuorviante. Il coronavirus ha effettivamente mostrato la necessità che l’autorità pubblica si occupi dell’emergenza, ma questa autorità è in parte a livello statale, in parte locale e in parte europea.

Una rete complessa

Negli ultimi tre decenni circa, il settore privato si è notevolmente ampliato a scapito del settore pubblico; i profitti sono stati di solito privatizzati, mentre allo stato sono stati lasciati i rischi. Con il rischio di proporzioni storiche che comporta il coronavirus il settore pubblico è stato richiamato alle armi – e per un periodo abbastanza lungo, come è stato dopo la Seconda guerra mondiale. Questa volta, però, opererà sempre più su diversi livelli territoriali, il che significa che gli stati dovranno agire attraverso una rete complessa se vogliono rimanere utili e legittimi.
Il coronavirus ha messo a nudo quanto il settore pubblico sia stato trascurato, dopo un lungo periodo di follia neoliberale. Oggi nessuno in Europa osa affermare che gli ospedali privati possano combattere il virus meglio di quelli pubblici. Gli infermieri sottopagati degli ospedali pubblici sono oggi più preziosi dei consulenti sanitari privati.
Questi ospedali pubblici e i loro infermieri sono di solito alle dipendenze dei governi regionali e devono fare affidamento su farmaci e attrezzature prodotti in paesi diversi dal proprio. Le autorità locali sono sempre più insoddisfatte delle direttive provenienti dalle capitali nazionali, soprattutto perché ritengono che le soluzioni a livello non siano adeguate alle loro condizioni locali.

Soluzione comune

L’uno dopo l’altro gli stati promettono aiuti finanziari non solo ai propri ospedali, ma anche alle proprie aziende e ai propri lavoratori. Tuttavia queste promesse possono essere attuate solo se c’è una soluzione comune all’interno della zona euro, dell’Ue e forse anche del G7 e del Fondo monetario internazionale. L’impatto reale di queste iniezioni di liquidità dipenderà anche dalla reazione dei mercati transnazionali. E ancora una volta, senza la cooperazione delle autorità locali i politici nazionali non riusciranno a mantenere nessuna delle loro promesse.
Gli Stati hanno effettivamente chiuso i confini nazionali, ma si è trattato di un passo piuttosto simbolico, poiché i confini più importanti si trovano intorno a città o regioni dove si osservano i focolai della pandemie. Dubito che prima dell’epidemia qualche ministro italiano avesse mai visitato luoghi come Codogno o Vo’, che sono gli epicentri delle infezioni. Eppure all’interno di queste piccole comunità, non a Roma, si sta combattendo la vera battaglia contro il virus. Gli stati possono avere la tentazione di mantenere confini rigidi dopo la fine di questa pandemia, ma è difficile trovare degli aspetti positivi in una mossa del genere.
Una politica migratoria efficace richiede un impegno multinazionale transfrontaliero con i paesi del Medio Oriente e del Nordafrica. Gli attacchi cibernetici difficilmente possono essere fermati dai confini di stato. Neanche la comunicazione via internet e i flussi finanziari rispettano i confini di stato. Ed è difficile immaginare come gli stati nazionali da soli possano affrontare il cambiamento climatico.

Autarchia economica

Alcuni politici nazionali hanno promesso di liberare i loro stati dalla dipendenza dalle importazioni di alcuni prodotti sanitari. Questo può essere ragionevole in alcuni casi. Non c’è niente di male nel produrre guanti o mascherine italiane o belghe, piuttosto che chiedere l’elemosina per quelle cinesi in tempo di crisi. Eppure l’invenzione e la produzione di farmaci antivirali o antibatterici di ultima generazione richiede un impegno globale e regionale. L’autarchia economica non favorisce l’innovazione e la prevenzione delle crisi.
Inoltre le identità culturali non sono più così semplici come sostengono i politici nazionalisti. Questo non è solo vero per stati multinazionali come il Regno Unito, il Belgio o la Spagna. L’Italia o la Germania hanno forti identità regionali, senza che le regioni pretendano diventare degli stati a loro volta. Le identità urbane stanno acquistando importanza, ma le città non sono interessate ai passaporti, alla sovranità e ai confini.
Anche in uno stato nazionale tradizionale come la Polonia, i polacchi liberali si oppongono a quelli illiberali, i polacchi urbani a quelli periferici e i cattolici ai laici. Se c’è qualcosa che unisce i polacchi in questo momento è il loro entusiasmo per l’Unione europea, sostenuta da quasi il 90 per cento della popolazione. Nel XXI secolo l’idea sovrana che i popoli di tutto il continente si uniranno sotto le bandiere nazionali è un pio desiderio, e da qui la difficoltà di ricreare un’Europa di soli stati nazionali.

Cattive notizie

In sintesi, il ritorno in auge della sfera pubblica non annuncia il ritorno degli stati nazionali al loro passato splendore. Questa è una cattiva notizia non solo per i nativisti, ma anche per i socialisti tradizionali che vedono lo stato nazionale come l’unico fornitore possibile di beni pubblici. Anche coloro che credono che la democrazia possa funzionare bene solo negli stati nazionali e non oltre saranno delusi.
La democrazia locale ed europea può non essere perfetta, ma se guardiamo ai dati che mostrano una scarsa fiducia dei cittadini nei parlamenti nazionali, dovremmo cominciare a pensare alla democrazia in modi nuovi. Il governo a qualsiasi livello territoriale dovrebbe essere trasparente e responsabile. Dovrebbe anche prevedere un grado significativo di partecipazione dei cittadini. Se questo non avviene, gli interessi particolari finiscono per appropriarsi della nozione di cosa pubblica.
Un corretto funzionamento del settore pubblico rivitalizzato richiederà un pensiero più creativo e una maggiore ingegneria istituzionale rispetto a quanto attualmente offerto dai liberali o dai sovranisti. Gli stati nazionali potrebbero avere ancora un futuro, ma dovranno lavorare in tandem con altri livelli di governo.

Sei un mezzo d'informazione, un'impresa o un'organizzazione? Scopri le nostre offerte di servizi editoriali su misura e di tradzuzione multilingue.

Sostieni il giornalismo europeo indipendente

La democrazia europea ha bisogno di mezzi d'informazione indipendenti. Voxeurop ha bisogno di te. Unisciti alla nostra comunità!

Sullo stesso argomento