Idee Recovery plan

Mettiamo la cultura al centro del rilancio europeo

Mentre i parlamenti nazionali discutono il piano di rilancio europeo, è ancora tempo per includere una vera dimensione culturale. Un esigenza tanto più pressante perché il mondo della cultura è tra i settori che hanno sofferto di più dall'inizio della pandemia, sostengono alcune personalità della cultura europea.

Pubblicato il 25 Marzo 2021 alle 08:59

L’esperto americano di geopolitica Joseph Nye ci ha recentemente ricordato che uno dei maggiori punti di forza del progetto europeo è la sua cultura transnazionale. Questa cultura comune costituisce un dato evidente per chiunque guardi l’Europa dal resto del mondo, mentre noi, cittadini dell’Unione, abbiamo sempre più difficoltà a prenderne coscienza e troppo spesso la trascuriamo. Una tendenza che mina la nostra capacità di pensarci e di proiettarci insieme in un momento in cui, più che mai, l'unità europea è indispensabile per modellare il nostro destino anziché subirlo.

È vero che la creazione di ministeri della cultura dopo la Seconda guerra mondiale ha spinto a privilegiare le specificità di ciascuna delle nostre culture, anziché il nostro patrimonio culturale comune. E dal momento che qualsiasi nuova istituzione vuole dimostrare la propria utilità, questa dinamica ha finito con l’evidenziare più ciò che ci divide che ciò che ci unisce. In alcuni casi fino a favorire i nazionalismi, i populismi e i corporativismi, a scapito della concezione universale che ha reso unica l’Europa. Questa è la dinamica che bisogna rompere, adottando un approccio che punti a valorizzare le nostre diversità, così come quello che ci unisce, lavorando per mettere ciascuna delle nostre particolarità in una prospettiva europea, come ci ha insegnato il grande medievalista polacco Bronislaw Geremek.  

Nel suo discorso sullo stato dell'Unione, la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha aperto una prospettiva inedita delineando il progetto di un Nuovo Bauhaus europeo. La sfida è considerevole: creare un nuovo spazio pubblico urbano, frutto di una collaborazione transdisciplinare all'incrocio tra architettura, cultura, nuove tecnologie e cittadinanza per accelerare la transizione ambientale e digitale delle nostre città. 

Il Bauhaus europeo riflette una prima presa di coscienza da parte delle autorità europee del fatto che il Recovery Plan non può limitarsi ad una serie di investimenti, anche se ammontano a decine di miliardi di euro, presentati sotto forma di "slide show" presentati da consulenti in giacca e cravatta. Al contrario, il Recovery Plan europeo deve iscriversi in un vero e proprio movimento sociale e culturale, capace di conquistare il cuore e la mente dei nostri concittadini. 

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Questa esigenza di passare dal campo della Ragione a quello del Sentimento, per mobilitare energie e lottare contro i populismi dilaganti, era stata a suo tempo intuita da Eleanor Roosevelt, la quale capì per prima che si trattava di una condizione fondamentale affinché i cittadini americani si appropriassero del New Deal del presidente Roosevelt. Grazie alla First Lady, nel New Deal è stata inclusa una potente componente culturale: il progetto "Federal Number One" ha favorito la coesione della nazione e ha creato le condizioni per fare degli Stati Uniti d'America una straordinaria potenza culturale, mentre fino ad allora era stata la cultura europea ad essere il punto di riferimento. Così l'America è stata in grado di sviluppare un soft power che rimane, nove decenni dopo, una dimensione fondamentale del suo potere.

È giunto il momento di rompere un tabù potente: la neutralità identitaria. Questa neutralità ha portato le istituzioni europee a trascurare le politiche culturali e a rifiutare sistematicamente qualsiasi dimensione simbolica, a favore di un pragmatismo privo di ogni anima ed emozione.

Oggi, mentre i Parlamenti nazionali lo stanno discutendo, c'è ancora tempo per integrare una vera dimensione culturale nel Recovery Plan: un New Deal culturale europeo che si iscriva nella tradizione europea di dialogo tra arte, scienza e tecnologie. Qeuesto è tanto più cruciale in un momento nel quale il mondo della cultura, insieme ai settori del trasporto aereo e del turismo, è uno di quelli che, dall'inizio della pandemia, hanno sofferto di più. Al di là del tabù di un vero budget europeo gestito in modo federale, è giunto il momento di rompere un tabù ancora più potente: la neutralità identitaria. Questa neutralità ha portato le istituzioni europee a trascurare le politiche culturali e a rifiutare sistematicamente qualsiasi dimensione simbolica, a favore di un pragmatismo privo di ogni anima ed emozione.

Ci sono tre condizioni per mettere senza indugio la cultura al centro del progetto europeo. In primo luogo, che gli attori del mondo della cultura facciano proprie le iniziative della Commissione come il Nuovo Bauhaus europeo, i piani di azione per i media e la democrazia che hanno una forte dimensione culturale e il nuovo programma "Europa Creativa", e che siano la forza trainante nel proporre progetti transnazionali. C'è un bisogno urgente di agire: "Rebuilding Europe, secondo panorama europeo delle industrie culturali e creative" evidenzia l'impatto disastroso del Covid 19 sulla sostenibilità di un settore che dà lavoro a 7,6 milioni di persone in tutta Europa, ma anche la necessità di massicci investimenti per stimolare la creatività di un settore che si sta reinventando.

In secondo luogo è necessario che gli stati membri diano un vero posto alla cultura nei loro piani di rilancio nazionali e la rendano una priorità effettiva di investimento di lungo termine, destinando un minimo del 2% delle risorse alla cultura, come previsto da una risoluzione del Parlamento Europeo. 

Infine, bisogna che si sviluppi, a livello europeo, una dinamica più ampia ispirata al "Federal Number One" e a progetti come il "Writers' Project" che hanno permesso di far emergere una vera cultura americana moderna basata sulla diversità delle narrazioni. In questa prospettiva, ci sembra cruciale che si crei rapidamente un vasto partenariato pubblico-privato continentale, riunendo potenza pubblica, università e scuole, fondazioni, media del servizio pubblico e in primo luogo l'Unione europea di Radiodiffusione, artisti, grandi mecenati e società civile. 

Questo progetto, che potrebbe essere chiamato "Odysseus" per dare il senso della sua ambizione, rimetterebbe l'arte e l'umano al centro del progetto europeo e darebbe all'Unione il soffio che le manca.

I firmatari:

Lionel Baier, produttore e regista, direttore del cinema all'Ecal, la scuola cantonale d'arte di Losanna
Jasmina Cibic, artista visiva
Paul Dujardin, ex direttore generale di Bozar
Giuliano da Empoli, saggista, ex vicesindaco con delega alla cultura a Firenze, presidente del think tank Volta
Guillaume Klossa, autore, ex direttore dell'Unione Europea di Radiodiffusione, fondatore del think tank EuropaNova e co-presidente del movimento Civico Europa
Pierre Lungheretti, direttore generale della Cité internationale de la bande dessinée et de l'image
Carlos Moedas, ex commissario europeo per la ricerca, la scienza e l'innovazione, trustee della Fondazione Gulbenkian
Isabel Pires de Lima, accademica; ex ministra della cultura del Portogallo, vicepresidente della Fondazione Serralves
Sneška Quaedvlieg-Mihailović, segretario generale di Europa Nostra
Fernando Savater, filosofo e scrittore
Sasha Waltz, coreografa e ballerina
André Wilkens, direttore della Fondazione Culturale Europea


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