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Schiavitù nei campi, magliette in Europa: le lacune delle leggi europee sulla fast fashion

Sulla carta i vestiti venduti in Europa non possono essere legati allo sfruttamento del lavoro di chi li produce. Dai campi del Pakistan, dove famiglie di schiavi moderni raccolgono il cotone per 1,60 euro al giorno, ai negozi delle grandi marche la tracciabilità non è però garantita.

Pubblicato il 15 Luglio 2026

Prima parte

Guddi ha circa 50 anni. Raccoglie cotone nella provincia di Sindh, la più fertile del Pakistan dopo il Punjab. Non è mai andata a scuola. E nemmeno nessuno dei suoi sei figli. "Vorrei che studiassero, ma non è possibile", dice. "Che futuro hanno? Nessuno. Vivranno nella schiavitù, come me."

Guddi è tra le centinaia di migliaia di mezzadri senza mezzi di sostentamento intrappolati nella servitù per ripagare debiti – spesso gonfiati artificialmente – ai proprietari terrieri, un'élite feudale che controlla i terreni agricoli del paese.

Il Pakistan è tra i 7 maggiori produttori mondiali di cotone edè anche al 18° posto nell'Indice globale della schiavitù, con 2,3 milioni di lavoratori in condizioni di schiavitù per debiti. Questi sono impiegati soprattutto nell’agricoltura, che resta un settore in cui lo sfruttamento è in gran parte non controllato e non soggetto a sanzioni.

Anche la figlia tredicenne di Guddi lavora nel latifondo di cotone. “Voglio vederla felice, ma ci vogliono quattro paia di mani per raccogliere 40 kg, per i quali vengo pagata 500 rupie (1,6 euro)", si lamenta Guddi. “Non sono mai riuscita a sfuggire alla povertà, e nemmeno mia figlia ci riuscirà, è una schiava”.

Il Pakistan è il secondo paese al mondo per numero di bambini non scolarizzati. La figlia di Guddi è tra i 22,8 milioni (circa il 44 per cento) di pachistani tra i 5 e i 16 anni costretti a lavorare per la sopravvivenza delle loro famiglie. 

Il cotone raccolto da Guddi e da sua figlia viene venduto a intermediari nelle città intorno, trasportato agli impianti di sgranatura (che separano la fibra e pressano il cotone in balle), poi ai filatori che realizzano i tessuti, che sono infine trasformati in capi d’abbigliamento nelle fabbriche della capitale economica Karachi.

La metà di questi arrivano nell'Ue che è il principale mercato di esportazione del Pakistan nel comparto della moda.

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Per ripulire le filiere dagli impatti dannosi, l’Ue ha introdotto due norme complementari di portata storica: il divieto di commercializzare prodotti realizzati con il lavoro forzato e l'obbligo per le grandi imprese di garantire la sostenibilità delle loro forniture, in vigore rispettivamente nel 2025 e nel 2027.

Tuttavia, all'inizio di aprile 2024 il Parlamento europeo ha votato disposizioni più morbide, in vista delle imminenti elezioni di giugno. Il Consiglio dei 27 Stati membri (che agisce come colegislatore) ha rimandato l'approvazione finale dei due testi al prossimo autunno.

Le lacune normative esentano le imprese del settore dell'abbigliamento (così come quelle di qualsiasi altra merce) dal garantire la tracciabilità della filiera fino all'acquisto delle materie prime, il che impedisce dimostrarne chiaramente l'origine.

Nonostante le crescenti richieste della società civile di maggiore trasparenza, le imprese europee sembrano restie ad adeguarsi. “L'industria tessile è una delle più esposte allo sfruttamento nel lavoro, tuttavia la tracciabilità dal campo all’azienda non è stata resa obbligatoria perché osteggiata dall'industria”, dichiara Helene De Rengerve, attivista per i diritti umani.

Gli impegni dell’industria dell’abbigliamento

La European Branded Clothing Alliance (Ebca), un gruppo di pressione con sede a Bruxelles, rappresenta gli interessi dei principali marchi della grande distribuzione di vestiti, tra cui la spagnola Zara (di proprietà di Inditex), l’olando-tedesca C&A e la svedese H&M.

“Le aziende avrebbero bisogno di tempo sufficiente per la mappatura della loro intera catena di approvvigionamento nei paesi terzi, [...], imporla per legge non la renderà immediatamente possibile”, sostiene pubblicamente l'EBCA. L'EBCA ha declinato le nostre richieste di ulteriori commenti.

“Esistono già tecnologie per accertare la provenienza del cotone, tra cui l'etichettatura elettronica”, sottolinea Priscilla Robledo, coordinatrice lobby & advocacy presso la rete Clean Clothes Campaign.

“Cerchiamo il più possibile di fornire informazioni sull'origine del cotone attraverso strumenti digitali e codici Qr”, dichiara Yaqoob Ahmed, presidente di Artistic Milliners, azienda pakistana leader nella produzione di abbigliamento, “tra i nostri clienti ci sono rivenditori di alto livello come Zara, H&M, C&A, ecc.”.

C&A è l'unico grande marchio che indica la quota di capi importati dal Pakistan (il 6 per cento nel 2022), oltre a rivelare i nomi dei fornitori, come H&M, mentre Zara ha una rigida politica di riservatezza.

In risposta alle nostre richieste, le tre aziende ci hanno rimandato ai loro rapporti di sostenibilità, nei qualinon tollerano alcuna violazione dei diritti umani (vedi le note a piè di pagina nella versione inglese). Ma tutte hanno ammesso che i loro controlli diretti sono limitati alla produzione tessile e non si estendono alle coltivazioni di cotone in Pakistan o altrove.

Tutti e tre i colossi della moda richiedono ai loro fornitori di acquistare cotone certificato “ambientalmente e socialmente sostenibile’” da Better Cotton. Questa piattaforma, con adesione volontaria, si incarica delle verifiche sul campo per aiutare i marchi internazionali a dimostrare il loro approvvigionamento responsabile.

Secondo il sistema di Better Cotton, i centri di sgranatura possono certificare tutto il cotone che acquistano da aziende agricole autorizzate. Tuttavia i filatori acquistano dagli sgranatori cotone sia certificato che non certificato. Non vi è quindi alcuna garanzia che il tessuto che arriva alle fabbriche pakistane che a loro volta vendono il prodotto finito ai marchi europei non sia associato al lavoro forzato e minorile.

“La nostra catena di custodia non garantisce una tracciabilità al 100 per cento”, confessa il portavoce di Better Cotton. Il termine “catena di custodia” si riferisce a tutta la documentazione che registra ogni fase dell’acquisizione. 

Anche Artistic Milliners si rifornisce attraverso il programma di certificazione Better Cotton. “Non c'è modo di essere sicuri al 100 per cento delle condizioni di lavoro in tutte le aziende agricole”, fa eco Ahmed.

“L'approccio di Better Cotton non ci permette ancora di conoscere l'esatta provenienza del cotone presente nei nostri prodotti”, conferma Bianca Maley, responsabile relazione esterne di C&A.

"Monitoriamo i progressi di Better Cotton nelle soluzioni di tracciabilità, per adottare contromisure mirate nei paesi a rischio”, puntualizza Albin Nordin, addetto stampa di H&M.

Better Cotton ha recentemente firmato un accordo con la Federazione delle Camere di Commercio e dell'Industria del Pakistan per migliorare ulteriormente il suo sistema di sorveglianza (introdotto nel Paese dal 2009). L’iniziativa mira ad assicurare nel lungo periodo la piena tracciabilità dall'azienda agricola ai negozi di abbigliamento. Il piano è ancora nella sua fase iniziale.

Gli attivisti non sono del tutto convinti. “Per essere efficaci nell'identificare e rimuovere lo sfruttamento nel lavoro, le pratiche di due diligence delle aziende europee devono andare oltre gli audit condotti da terzi”, dichiara Sian Lea, responsabile per le imprese e i diritti umani dell'ONG Anti-Slavery International.


"La nostra catena di custodia non garantisce una tracciabilità al 100 per cento”, portavoce di Better Cotton


“Abbiamo chiesto di non fare affidamento sulle certificazioni (ad esempio quelle di Better Cotton) utilizzate dagli importatori per scaricare la responsabilità sui loro fornitori, ma l’Ue non le ha ufficialmente escluse”, protesta Robledo.

Nell'ambito del quadro giuridico Ue, spetta agli stati membri avviare indagini sulla base delle denunce fatte da terzi (Ong, media, ecc.) e provare che un prodotto comporta lavoro forzato, al fine di vietarlo.

Inoltre, per imporre multe e chiedere risarcimenti, le autorità competenti e le vittime degli abusi devono rispettivamente dimostrare che l'azienda non ha fatto del suo meglio per prevenire gli abusi commessi dai suoi fornitori diretti e indiretti (compresi i proprietari delle fattorie di cotone).

"Un grande ostacolo alla giustizia è che le vittime dovrebbero farsi carico dell'onere della prova nei tribunali, poiché il legislatore ha respinto la nostra richiesta di caricare l’onere della prova sulle aziende, che peraltro detengono la maggior parte delle informazioni rilevanti", denuncia Robledo.

Le norme europee, che pure fanno riferimento agli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), riguardano anche il lavoro minorile e la schiavitù per debiti. Ma per Guddi e sua figlia, intentare una causa per omessa diligenza senza nemmeno sapere quali marchi di abbigliamento vendono capi realizzati con il cotone da loro raccolto sarebbe un'impresa quasi utopistica.

Seconda parte

“In Pakistan i bambini sono tradizionalmente coinvolti a livello familiare nel settore agricolo”, afferma Insaf Nizam, specialista in Principi e diritti fondamentali del lavoro in Asia meridionale presso l'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), “perciò non è sempre facile capire se aiutano volontariamente o forzatamente i loro genitori e se, inoltre, sono tenuti in schiavitù coi loro genitori da un latifondista”.

È questo il limbo giuridico in cui vive la dodicenne Iqra Solangi. Anche lei lavora nella provincia del Sindh. “Non ho scelta, la mia famiglia ha bisogno di soldi”, si rassegna la bimba.

Haji Mohammed, proprietario del terreno agricolo dove Iqra e la sua famiglia raccolgono il cotone, rivela: “alcuni dei lavoratori hanno debiti pesanti, mentre altri, gestendo meglio le loro finanze, li saldano, purché il raccolto sia buono”.

Zubaida Machi, madre di Iqra, racconta: “Durante la stagione della raccolta del cotone, lavoriamo ininterrottamente 7 giorni su 7 con i nostri figli: vorremmo mandarli a scuola, ma non possiamo permettercelo”.

Twelve-year old Iqra Solangi stands with her younger cousin in a cotton field in the Matiari district of Sindh. | Photo: ©Shahzeb Jillani
La dodicenne Iqra Solangi è in piedi accanto alla cugina in un campo di cotone nel distretto di Matiari, nel Sindh. | Foto: ©Shahzeb Jillani

Secondo l'ultima indagine condotta in tutte le province del paese, risalente al 1996, il 67 per cento dei bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni era impegnato in agricoltura, silvicoltura e pesca.

La provincia del Punjab ha concluso nel marzo 2020 la sua indagine aggiornata, registrando un leggero aumento dal 60,6 al 61,5 per cento. Circa il 3 per cento dei piccoli “lavoratori” è impiegato nelle piantagioni stagionali, come il cotone. La provincia del Sindh è invece in ritardo nel suo sondaggio.

Non è comunque noto il numero di bambini tenuti in cattività dai proprietari terrieri insieme alle loro famiglie. “Osserviamo che questa forma più grave di lavoro forzato è diminuita negli ultimi 20 anni”, sostiene Nizam. Tuttavia, i funzionari dell'Ilo ammettono che le loro osservazioni sul campo non sono confermate dai dati delle autorità pakistane.


Per aiutare il Pakistan a eliminare il lavoro minorile, nel marzo 2018 l'Ilo ha lanciato il progetto Clear Cotton, finanziato dall'Ue con 9 milioni di euro.

Sono state coinvolte le province cotoniere del Sindh e del Punjab, (e altri paesi produttori di cotone del Sud del mondo).

L'iniziativa, conclusasi nel febbraio 2023, ha promosso la sensibilizzazione e il rafforzamento dei dipartimenti provinciali del lavoro, dei datori di lavoro, delle comunità di agricoltori e dei lavoratori del settore tessile. Si è inoltre impegnata a migliorare i mezzi di sussistenza dei coltivatori per ridurre la loro dipendenza dal lavoro minorile e a riabilitare e scolarizzare i bambini. I risultati del progetto rimangono inconcludenti. L’unico successo tangibile è la riabilitazione di circa 1.671 minori, sottratti al lavoro e ritornati sui banchi di scuola.

“Ora abbiamo ottime leggi (l’abolizione del lavoro forzato del 2016 e divieto del lavoro minorile del 2017), ma una pessima implementazione”, riconosce Gulfam Memon, funzionario in pensione del dipartimento del lavoro del Sindh, “i nostri governi non hanno la volontà e la capacità di eliminare la schiavitù infantile”.

“Ci sono solo poche centinaia di ispettori del lavoro per l'intera provincia del Sindh e non sono addestrati e nemmeno interessati a far rispettare le regole”, aggiunge Nasir Mansoor, segretario generale della Federazione nazionale dei sindacati (Ntuf).

Nonostante i limitati progressi compiuti dal Pakistan negli ultimi 10 anni, nel novembre 2023 l'Ue ha prorogato fino al 2027 il regime commerciale favorevole (detto Gsp+) accordato per la prima volta al paese nel 2013. Lo scopo è sostenere l'economia pakistana, afflitta dal debito e dalle frequenti alluvioni che hanno colpito nuovamente il paese nel 2022, lasciando milioni di agricoltori senza casa e senza lavoro.


L’export dal Pakistan nel mercato europeo è esonerato dai dazi doganali in settori specifici, come appunto quello tessile. Tra le condizioni poste dall'Ue vi era la ratifica e l'effettiva attuazione delle convenzioni internazionali dell'ILO sui diritti umani, dell'infanzia e del lavoro.

“Il Gsp+ porta profitti ai produttori di cotone, alle fabbriche di abbigliamento in Pakistan e alle aziende europee che si riforniscono dal paese a basso costo a spese dei piccoli agricoltori, i cui diritti vengono calpestati”, argomenta Muriel Treibich, altra coordinatrice lobby & advocacy a Clean Clothes Campaign, “è urgente che il governo pachistano e tutti gli attori privati mantengano i loro impegni”.

✍️ Shahzeb Jillani ha contribuito a questa inchiesta. Leggila anche sul Fatto Quotidiano.
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