Reportage Migrazione e solidarietà

In Grecia “ai migranti pene peggiori che ai neonazisti”

Una deriva securitaria nella gestione dell’immigrazione in Grecia porta il sistema penale ad infliggere pene disproporzionate, e spesso ingiuste, ai chi arriva per chiedere asilo in Europa. Da Atene, un reportage del giornalista francese Fabien Perrier per Voxeurop.

Pubblicato il 6 Luglio 2022 alle 15:39
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Atene. Tutto è cominciato da un messaggio inviato nella notte tra il 18 e il 19 giugno:  “Alarm Phone”, un’associazione che si occupa di sostegno ai migranti  che attraversano il Mediterraneo, ha annunciato su Twitter:  “Mar Egeo, imbarcazione a rischio affondamento nei pressi di Mykonos [...] Siamo in contatto con un gruppo di 80 persone in stato di emergenza a sud-ovest dell’isola di Mykonos. Abbiamo avvisato la guardia costiera greca che ci ha confermato di aver cominciato le ricerche”. 

Qualche ora più tardi, interviene, sempre su Twitter, il ministro greco dell’immigrazione e del diritto d'asilo, Notis Mitarakis: “8 migranti scomparsi e 104 soccorsi nelle Cicladi a bordo di un’imbarcazione che ha lasciato le coste turche per dirigersi verso l’Europa. La Turchia potrebbe aiutare, collaborando maggiormente con l’Europa e la Grecia, per proteggere le vite umane e sradicare le reti di trafficanti”.

Il giorno seguente, un responsabile del ministero greco della marina confessa a Voxeurop: “È in corso un’indagine per definire il ruolo dei rifugiati a bordo dell’imbarcazione. Sei di loro verranno giudicati”. Il motivo? “Sono sospettati di aver manovrato il timone dell’imbarcazione” precisa l’interlocutore: “Si tratta probabilmente di scafisti”. 

In altre parole: ancora prima che ci sia un processo, la sentenza è pronunciata. Questo caso si aggiunge ad una lunga lista di processi che, in Grecia, vedono i migranti tra gli imputati.

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La procedura è come sempre sbrigativa: “Dal momento in cui la guardia costiera greca intercetta un’imbarcazione con a bordo dei migranti si cerca chi, tra di loro, si trovava al timone”, spiega l’avvocato Alexandros Georgoulis. Georgoulis parla alla luce dell’esperienza che si è fatto campo, nei casi dei quali si occupa, soprattutto nelle isole di Chio, Samo e Lesbo, situate a qualche chilometro dalle coste della Turchia. Sono storie che si somigliano: persone in cerca di asilo, condannate per aver cercato di salvare delle vite.

È il caso di Mohammad Hanad Abdi, che viene dalla Somalia. Mohammad, classe 1993, racconta la sua storia dalla prigione dell’isola di Chio: è fuggito dal suo paese natale dopo aver subìto un matrimonio forzato, essere stato ferito durante un attentato organizzato contro suo zio dall’al-Shabab, un gruppo terroristico islamista somalo, ed essere stato rinnegato dalla famiglia. 

“A quel punto ho deciso di fuggire, di partire per la Grecia. Sono prima arrivato in Turchia in aereo”, racconta. A dicembre 2020, a Smirne, incontra uno scafista e paga 450 euro per una traversata verso la Grecia. Soltanto una volta a bordo si è reso conto dell’atrocità estrema di quello che lo aspettava:  “Eravamo 34. A un certo punto lo scafista ha abbandonato l’imbarcazione. Ho preso il timone, nonostante non sapessi manovrare. Abbiamo avvisato la guardia costiera turca, ma sono stati i greci a venirci incontro". Avevano già imbarcato acqua e due passeggeri erano caduti fuori bordo senza che gli altri se ne accorgessero. Georgoulis, che difende Mohammad, sottolinea: “Ho incontrato molte altre persone e tutti raccontano la stessa versione, sostengono che Mohammad li ha salvati”.


“In Grecia i migranti sono considerati dei criminali. Scontano pene superiori a quelle dei membri del partito neonazista Alba Dorata, accusati di omicidio e di far parte di un’organizzazione criminale”

Stelios Kouloglou, eurodeputato di Syriza


Eppure, poco dopo che l’imbarcazione è stata intercettata dalla guardia costiera greca, Mohammad Hanad Abdi è stato arrestato. Il 13 maggio 2021 è stato condannato in primo grado. Nessuno dei passeggeri è stato chiamato a testimoniare. Dopo un’udienza durata 45 minuti circa e una delibera di un’ora e mezza, il verdetto: 142 anni di carcere. “I giudici si sono basati su una legge greca del 2014: l’articolo 30 della legge 4251/2014, più precisamente”, spiega Alexandros Georgoulis: “Tutti coloro che stanno al timone vengono considerati scafisti e devono scontare una pena di 15 anni per ogni persona trasportata, e l'ergastolo per ogni vittima che ha perso la vita durante il tragitto”.

I giudici si sono basati sulla stessa legge anche nel caso di due migranti afgani: Akif Rasuli e Amir Zahiri, giunti in Grecia a marzo 2020 e condannati a 50 anni di reclusione. Scappati della guerra in Afghanistan, hanno pagato uno scafista per arrivare in Grecia dalla Turchia. Come nel caso di Mohammad Hanad Abdi, lo scafista avrebbe lasciato l’imbarcazione di fortuna poco dopo che è salpata.  Akif e Amir si sono quindi messi al timone e la guardia costiera ha intercettato l’imbarcazione.  

I due uomini hanno affermato di aver preso la guida della barca per evitare di naufragare: sono stati condannati al termine di un processo durato meno di due minuti. Solo la versione della guardia costiera greca è stata tenuta in considerazione.

Il loro avvocato, Dimitris Choulis, spiega: “Sono stati accusati di aver facilitato l’ingresso illegale dei richiedenti d’asilo nel territorio greco e di aver provocato la morte di altri migranti a bordo dell’imbarcazione: devono quindi scontare 50 anni di reclu…

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