In Grecia “ai migranti pene peggiori che ai neonazisti”

Una deriva securitaria nella gestione dell’immigrazione in Grecia porta il sistema penale ad infliggere pene disproporzionate, e spesso ingiuste, ai chi arriva per chiedere asilo in Europa. Da Atene, un reportage del giornalista francese Fabien Perrier per Voxeurop.

Pubblicato il 6 Luglio 2022

Atene. Tutto è cominciato da un messaggio inviato nella notte tra il 18 e il 19 giugno:  “Alarm Phone”, un’associazione che si occupa di sostegno ai migranti  che attraversano il Mediterraneo, ha annunciato su Twitter:  “Mar Egeo, imbarcazione a rischio affondamento nei pressi di Mykonos [...] Siamo in contatto con un gruppo di 80 persone in stato di emergenza a sud-ovest dell’isola di Mykonos. Abbiamo avvisato la guardia costiera greca che ci ha confermato di aver cominciato le ricerche”. 

Qualche ora più tardi, interviene, sempre su Twitter, il ministro greco dell’immigrazione e del diritto d'asilo, Notis Mitarakis: “8 migranti scomparsi e 104 soccorsi nelle Cicladi a bordo di un’imbarcazione che ha lasciato le coste turche per dirigersi verso l’Europa. La Turchia potrebbe aiutare, collaborando maggiormente con l’Europa e la Grecia, per proteggere le vite umane e sradicare le reti di trafficanti”.

Il giorno seguente, un responsabile del ministero greco della marina confessa a Voxeurop: “È in corso un’indagine per definire il ruolo dei rifugiati a bordo dell’imbarcazione. Sei di loro verranno giudicati”. Il motivo? “Sono sospettati di aver manovrato il timone dell’imbarcazione” precisa l’interlocutore: “Si tratta probabilmente di scafisti”. 

In altre parole: ancora prima che ci sia un processo, la sentenza è pronunciata. Questo caso si aggiunge ad una lunga lista di processi che, in Grecia, vedono i migranti tra gli imputati.

La procedura è come sempre sbrigativa: “Dal momento in cui la guardia costiera greca intercetta un’imbarcazione con a bordo dei migranti si cerca chi, tra di loro, si trovava al timone”, spiega l’avvocato Alexandros Georgoulis. Georgoulis parla alla luce dell’esperienza che si è fatto campo, nei casi dei quali si occupa, soprattutto nelle isole di Chio, Samo e Lesbo, situate a qualche chilometro dalle coste della Turchia. Sono storie che si somigliano: persone in cerca di asilo, condannate per aver cercato di salvare delle vite.

È il caso di Mohammad Hanad Abdi, che viene dalla Somalia. Mohammad, classe 1993, racconta la sua storia dalla prigione dell’isola di Chio: è fuggito dal suo paese natale dopo aver subìto un matrimonio forzato, essere stato ferito durante un attentato organizzato contro suo zio dall’al-Shabab, un gruppo terroristico islamista somalo, ed essere stato rinnegato dalla famiglia. 

“A quel punto ho deciso di fuggire, di partire per la Grecia. Sono prima arrivato in Turchia in aereo”, racconta. A dicembre 2020, a Smirne, incontra uno scafista e paga 450 euro per una traversata verso la Grecia. Soltanto una volta a bordo si è reso conto dell’atrocità estrema di quello che lo aspettava:  “Eravamo 34. A un certo punto lo scafista ha abbandonato l’imbarcazione. Ho preso il timone, nonostante non sapessi manovrare. Abbiamo avvisato la guardia costiera turca, ma sono stati i greci a venirci incontro". Avevano già imbarcato acqua e due passeggeri erano caduti fuori bordo senza che gli altri se ne accorgessero. Georgoulis, che difende Mohammad, sottolinea: “Ho incontrato molte altre persone e tutti raccontano la stessa versione, sostengono che Mohammad li ha salvati”.


“In Grecia i migranti sono considerati dei criminali. Scontano pene superiori a quelle dei membri del partito neonazista Alba Dorata, accusati di omicidio e di far parte di un’organizzazione criminale”

Stelios Kouloglou, eurodeputato di Syriza


Eppure, poco dopo che l’imbarcazione è stata intercettata dalla guardia costiera greca, Mohammad Hanad Abdi è stato arrestato. Il 13 maggio 2021 è stato condannato in primo grado. Nessuno dei passeggeri è stato chiamato a testimoniare. Dopo un’udienza durata 45 minuti circa e una delibera di un’ora e mezza, il verdetto: 142 anni di carcere. “I giudici si sono basati su una legge greca del 2014: l’articolo 30 della legge 4251/2014, più precisamente”, spiega Alexandros Georgoulis: “Tutti coloro che stanno al timone vengono considerati scafisti e devono scontare una pena di 15 anni per ogni persona trasportata, e l'ergastolo per ogni vittima che ha perso la vita durante il tragitto”.

I giudici si sono basati sulla stessa legge anche nel caso di due migranti afgani: Akif Rasuli e Amir Zahiri, giunti in Grecia a marzo 2020 e condannati a 50 anni di reclusione. Scappati della guerra in Afghanistan, hanno pagato uno scafista per arrivare in Grecia dalla Turchia. Come nel caso di Mohammad Hanad Abdi, lo scafista avrebbe lasciato l’imbarcazione di fortuna poco dopo che è salpata.  Akif e Amir si sono quindi messi al timone e la guardia costiera ha intercettato l’imbarcazione.  

I due uomini hanno affermato di aver preso la guida della barca per evitare di naufragare: sono stati condannati al termine di un processo durato meno di due minuti. Solo la versione della guardia costiera greca è stata tenuta in considerazione.

Il loro avvocato, Dimitris Choulis, spiega: “Sono stati accusati di aver facilitato l’ingresso illegale dei richiedenti d’asilo nel territorio greco e di aver provocato la morte di altri migranti a bordo dell’imbarcazione: devono quindi scontare 50 anni di reclusione ciascuno”. A questa condanna sbrigativa viene ad aggiungersi quella che secondo le parole della deputata europea Clare Daly (GUE/NGL), è la “tortura psicologica” della procedura giudiziaria. 

Anzitutto la giustizia greca continua a rinviare il processo in appello che Akif Rasuli e Amir Zahiri hanno chiesto: avrebbe dovuto tenersi il 17 marzo ma è stato rinviato al giorno seguente, poi ancora al 7 aprile ed infine… all’8 dicembre. Inoltre, il 7 aprile, gli avvocati hanno chiesto che ai due fosse concessa la libertà vigilata, ma lapPresidente del Tribunale di Mitilene ha rifiutato, a differenza del procuratore, che aveva accettato. “In Grecia i migranti sono considerati dei criminali. Scontano pene superiori a quelle comminate ai membri del partito neonazista Alba Dorata, accusati di omicidio e di far parte di un’organizzazione criminale”, spiega Stelios Kouloglou, deputato greco al Parlamento europeo per il partito Syriza (sinistra).

Il termine “criminalizzazione” viene utilizzato anche dalla ricercatrice Valeria Hänsel, specialista delle migrazioni all’Università di Göttingen in Germania: Hänsel sostiene che “questa criminalizzazione  altamente  simbolica delle migrazioni funziona solo perché è coperta dall’Unione europea. C'è un parallelismo tra la politica migratoria condotta in Grecia e quella dell’Ue”. Del resto, secondo le sue ricerche, “le pene inflitte ai migranti sull’isola di Lesbo sono in media di 48,65 anni e le multe di 396mila euro”.

Una politica europea

I migranti accusati di essere scafisti costituiscono il secondo gruppo numericamente più importante nelle carceri greche. Cornelia Ernst, eurdeputata della sinistra tedesca, ribadisce: “Questa criminalizzazione, come i pushback [il respingimento illegale dei migranti in mare, contrario al diritto internazionale], sono parte integrante della politica applicata da diversi stati membri dell’Ue, come la Grecia, la Croazia, la Spagna… È illegale eppure viene accettata, impedendo ai migranti di presentare la richiesta d’asilo e far sì che questa venga esaminata”. 

Damien Carême, deputato Verde al parlamento europeo, aggiunge: “Stiamo assistendo a un aumento della criminalizzazione nei confronti dei migranti e di chi li sostiene o li aiuta nell'Ue”. Basandosi su un rapporto di 57 pagine richiesto dal suo gruppo, che tratta la criminalizzazione della solidarietà in tutta Europa, precisa: “Sono processi politici che devono essere condannati e fermati, in quanto mirano a desensibilizzare ogni forma di solidarietà nei confronti dei richiedenti asilo. Non possiamo tollerare questi comportamenti, che calpestano i valori dell’Ue e i diritti fondamentali”.

Anche l’Onu ha espresso preoccupazione di fronte al comportamento delle autorità greche. A febbraio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha espresso la propria preoccupazione riguardo all’“uso di sanzioni molto severe nei confronti dei richiedenti d’asilo, che vengono processati per presunta implicazione nel traffico di migranti”. 

Il 22 giugno, Mary Lawlor, relatrice speciale dell’Onu per la difesa dei diritti umani, ha concluso una missione in Grecia al termine della quale ha dichiarato: “L’attuale approccio del governo è definito dalla sua concezione della migrazione come una questione di sicurezza e di prevenzione. Questo approccio ha diffuso un sentimento di paura, in particolare riguardo alla criminalizzazione dei richiedenti asilo, dei migranti e di coloro che difendono i diritti umani e che agiscono in solidarietà con loro”.

In poche parole, Lawlor sostiene che, alla fine, i migranti sono vittime due volte: costretti a lasciare il loro paese e poi rinchiusi nelle carceri europee. Diventano quindi i capri espiatori di una politica che si fa sempre più dura ovunque in Europa, fino a usare la giustizia come ingranaggio supplementare di un sistema che li rifiuta.

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