Il miraggio dell’asilo in Europa

Di recente 25 migranti sono morti soffocati nella stiva di un’imbarcazione diretta in Italia. La loro tragica fine non è soltanto l’ennesimo episodio della decennale emergenza dei profughi in viaggio verso le coste meridionali dell’Europa, ma fa parte di una precisa strategia di dissuasione nei confronti dei migranti in cerca di asilo politico.

Pubblicato su 3 Agosto 2011 alle 14:44

Venticinque migranti sono morti soffocati nella stiva di un’imbarcazione diretta in Italia. La loro tragica fine non è soltanto un altro episodio della decennale crisi dei disperati del mediterraneo sulle coste meridionali dell’Europa, ma fa parte di una strategia di dissuasione nei confronti dei migranti in cerca di asilo politico.

Il mediterraneo è una fossa comune. Dall’inizio dell’anno 1.820 persone hanno trovato la morte nelle acque di quello che i romani chiamavano Mare nostrum. Erano uomini e donne in viaggio verso l’Europa. Sono morti di sete in acqua, annegati in mare aperto o vicino alle coste di Lampedusa. Uccisi dal gelo della politica europea sui rifugiati.

Per i disperati del mare che abbandonano le loro case in cerca di un futuro migliore, l’isola di Lampedusa è uno scoglio di salvezza nel mezzo del Mediterraneo. Molti migranti non riescono nemmeno a raggiungere l’isola. Quelli che ce la fanno scoprono spesso che il loro sforzo è stato inutile. Devono subito rifare le valigie, perché molti dei rifugiati approdati a Lampedusa vengono rispediti immediatamente da dove sono venuti.

La parte più efficace della politica Ue per i rifugiati, in realtà, è quella relativa al rimpatrio. Quando possono rifirmare rapidamente i vecchi accordi con i nuovi governi del Nordafrica, i ministri degli esteri e dell’interno europei si congratulano tra loro. Gli accordi di rimpatrio rispondono a un principio molto semplice: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

L’Europa spende quantità enormi di denaro per assicurarsi che “l’asilo” dei migranti in cerca di asilo avvenga esattamente nella terra dalla quale sono partiti. Meglio non preoccuparsi troppo di quello che capiterà successivamente ai deportati. Meglio indossare la veste di Ponzio Pilato: una mano lava l’altra dalla colpa.

L’Europa protegge i confini, non i rifugiati. I morti del Mediterraneo sono vittime di una mancata assistenza. E così, mentre viaggiano su un barcone dalla Libia all’Italia, venticinque giovani muoiono asfissiati dai fumi di scarico del motore dell’imbarcazione. La morte ormai è di casa nel Mediterraneo e la tragedia dei migranti viene accettata come se fosse un destino ineluttabile. L’Europa osserva, rimane immobile, terrorizzata dalla possibilità che correndo in aiuto dei rifugiati possa spingerne altri a tentare la traversata.

Il soccorso è considerato un incoraggiamento a partire per chi ancora non lo ha fatto. Questo è il semplice motivo per cui la marina non invia le sue navi per salvare gli uomini a bordo delle bagnarole nel Mediterraneo. Questo è il semplice motivo per cui non esiste alcun programma europeo di assistenza e accoglienza. I morti nel Mediterraneo, che vi piaccia o meno, fanno parte di una strategia di dissuasione.

Frontex, l’agenzia per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli stati Ue, si occupa di intercettare i rifugiati, non di aiutarli. Inoltre le pattuglie aeree e terrestri di Frontex costringono i rifugiati a percorrere rotte ancora più pericolose per evitare di essere scoperti. La Convenzione di Ginevra sui rifugiati ha compiuto da poco sessant’anni. Ma ormai si sta sgretolando. Il sogno di un’Unione europea come spazio di libertà, sicurezza e giustizia vale solo per chi è nato dentro i suoi confini.

Quando 25 anni fa è stata fondata l’ong tedesca per il soccorso ai rifugiati Pro Asyl, la maggior parte dei migranti arrivavano dall’Europa orientale. Erano in fuga dalle dittature socialiste o dalle guerre che martoriavano la Jugoslavia. Facevano domanda d’asilo in Germania, erano gli “araldi” dell’imminente collasso del blocco sovietico, come li definiva il direttore di Pro Asyl Jürgen Micksch.

Oggi la situazione è in un certo senso simile. I migranti della sponda meridionale del Mediterraneo sono messaggeri di una rivoluzione culturale, sociale e politica. Tuttavia, gli stati membri dell’Ue si stanno comportando con le nuove realtà politiche nordafricane esattamente come facevano con i vecchi regimi. I primi negoziati sono stati incentrati sulla richiesta ai nuovi governi di rispettare gli accordi per il rimpatrio.

È davvero questo l’interesse più impellente delle democrazie europee? La primavera araba svelerà che l’Ue e la sua democrazia sono soltanto un grande club esclusivo e autosufficiente?

La tragedia che si ripete ogni giorno nel Mediterraneo ha avuto inizio esattamente vent’anni fa, quando nell’agosto del 1991 un barcone carico di rifugiati dall’Albania approdò sulle coste dell’Italia meridionale. I migranti furono rincorsi per le strade di Bari dai soldati e poi rinchiusi nello stadio. Non c’erano né pane né acqua. Nemmeno per le donne e i bambini. Uno stato intero entrò nel panico.

Truppe di militari cominciarono a pattugliare l’Adriatico per intercettare i rifugiati che avevano già preso il mare. All’epoca si disse che la reazione dell’Italia era stata sconsiderata. Ma da quella follia è germogliata la strategia dell’Ue per i rifugiati. (Traduzione di Andrea Sparacino)

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