kamza_| Foto: ©Federico Caruso Nelle strade di Kamza, dicembre 2025. | Foto: ©Federico Caruso

Costruire un “desiderio collettivo”: la storia di Kamza racconta l’Albania post-comunista

A sette chilometri da Tirana, Kamza ha conosciuto uno sviluppo urbano esponenziale: meta della migrazione interna albanese dalla fine del regime, la città è stata costruita dai suoi abitanti. Oggi è al centro di forti pressioni politiche e edilizie, ma una parte della città resiste. Reportage.

Pubblicato il 18 Febbraio 2026
kamza_| Foto: ©Federico Caruso Nelle strade di Kamza, dicembre 2025. | Foto: ©Federico Caruso

“Kamza è un laboratorio vivente di un diverso modo di costruire la città, dove la dimensione umana si esprime al massimo delle sue possibilità e si intreccia al desiderio di vita”, scrive l’architetta albanese Dorina Pllumbi a proposito di quella che un tempo era una periferia di Tirana. 

Municipio autonomo dal 1996, Kamza è un laboratorio perché è stata costruita, letteralmente, dai suoi abitanti, e ha una storia che racconta, in chiaroscuro, quella dell’Albania.

Abbiamo parlato con Pllumbi prima di arrivare sul posto, per capire il fenomeno delle costruzioni che vengono da alcuni  chiamate “informali” e da altri “abusive” e che, ci spiega, sono state “una sorta di risposta spaziale e materiale all'architettura esercitata come sistema di potere, dall'alto verso il basso, soprattutto dopo le profonde trasformazioni politiche, sociali ed economiche degli anni Novanta”.

Per Pllumbi la costruzione non solo di case, ma di un’intera città come Kamza, è un “atto politico pratico”.

Per percorrere i sette chilometri che separano Kamza da Tirana si impiegano tra i 30 e i 50 minuti in auto o in bus, a causa del traffico. 

Buidings in Kamza | Foto: ©Francesca Barca
Edifici a Kamza. | Foto: ©Francesca Barca

Camminando per Kamza sono soprattutto due cose a farsi notare: la prima è la struttura delle case, tutte diverse tra loro e spesso “in evoluzione”, con alcune parti terminate e altre in costruzione al fine ampliarne la superficie. La seconda è il numero di cantieri per nuove costruzioni di palazzi di grandi dimensioni.

Buidings in Kamza | Foto: ©Francesca Barca
Edifici a Kamza. | Foto: ©Federico Caruso

Il nome di questa città è apparso sui media internazionali alcuni anni fa per una curiosa scelta dell’amministrazione locale: diverse strade sono intitolate a personaggi controversi, tra cui Donald Trump, George Bush, Silvio Berlusconi o, ancora, Nicolas Sarkozy. 

“Scusate la franchezza, ma spesso chi arriva dall’Occidente non capisce la questione della destra e della sinistra in Albania”: dopo la fine del regime comunista, negli anni Novanta, le persone “più marginalizzate – quelle che ci si aspetta votino a sinistra, anche se ormai questo dogma è saltato ovunque – erano quelle contro il regime”. Per questo in Albania “le zone più povere votavano e votano ancora per il Partito Democratico (Pdsh), che è un partito di destra”. 

A parlare è Nebi Bardhoshi, antropologo e direttore dell'Istituto di antropologia culturale e studi artistici di Tirana. L’abbiamo incontrato in un bar a Kamza a fine dicembre: “Ovviamente, nessuno ha votato per i nomi delle strade. Non si è trattato di una consultazione. Ma alla gente, in qualche modo, piacciono”, dice sorridendo.

Nebi Bardhoshi, 31 December 2025| Photo: ©Federico Caruso
Nebi Bardhoshi, Kamza, 30 dicembre 2025. | Photo: ©Federico Caruso

Secondo quanto riportato da Erisa Kryeziu su Nyje.al, Kamza unisce diversi paradossi: “È il comune albanese più piccolo per estensione , ma anche il più densamente popolato, il che lo rende il più urbanizzato.

Negli ultimi vent'anni ha registrato una crescita demografica straordinaria: su una superficie di 37,18 chilometri quadrati vivono circa 160mila abitanti”. L’età media della città è di 27 anni, mentre in Albania è di 42,5 anni e in costante aumento da tempo. 

La migrazione interna in Albania

Dopo la fine del regime socialista (1946-92), l’Albania ha conosciuto un’emigrazione imponente: secondo il dipartimento albanese per l’emigrazione circa mezzo milione di albanesi, il 15 per cento della popolazione, ha lasciato il paese tra il 1990 e il 1997. A questo movimento se n’è aggiunto uno interno, dalle aree rurali verso le periferie delle città, che ha contribuito a disegnare la geografia urbana e sociale. 

Kamza è stata una delle mete della migrazione interna: soprattutto persone che arrivavano dal Nord del paese e che, dopo la fine del regime, non potevano permettersi di emigrare all’estero (o lo faceva solo un membro della famiglia), all’epoca soprattutto verso l’Italia o la Grecia. 

Si tratta di traiettorie migratorie difficili, nella maggior parte illegali: via mare verso l’Italia, via terra per la Grecia. Bardhoshi ci racconta del padre di un suo conoscente: “È stato nove mesi in Italia per mettere via un po’ di soldi ed è poi tornato per costruire la sua casa. Questa era la prassi negli anni Novanta”. Una prassi che coinvolgeva le famiglie nella loro interezza, comprese le donne.  

La fine del comunismo in Albania ha significato tante cose. Tra le più significative ci sono state il cambiamento nella proprietà delle terre, la decentralizzazione dell'economia e l’introduzione della libertà di movimento per le persone.  

Ci racconta Bardhoshi che l’Albania ha uno dei più bassi tassi di urbanizzazione d’Europa: nel 1990, solo il 35 per cento della popolazione viveva in aree urbane, concentrate principalmente nei distretti occidentali, e la strategia del regime era stata quella di mantenere le persone nelle aree rurali. 

“Nel 1991 le fattorie statali e le cooperative sono state abolite e ha avuto inizio il processo di de-collettivizzazione. A quel punto, la gente ha cominciato a chiedersi dove avrebbe vissuto”, perché i villaggi mancavano di case e la crisi del settore minerario aveva lasciato tante persone senza lavoro. 

Kamza in numeri
Secondo il rapporto “Social Impact of Emigration and Rural-Urban” realizzato dal think tank tedesco GVG per la Commissione europea, Kamza contava seimila abitanti all’inizio degli anni Novanta, nel 2011 erano 67mila.
La città concentra anche diverse questioni sociali. GVG cita dati dell’UUNDP del 2005) secondo i quali  l'80 per cento delle famiglie di migranti interni in Albania viveva in condizioni di profonda povertà. Sempre nel 2005 solo il 10 per cento delle persone in età lavorativa avevano un lavoro regolare, mentre il 45 per cento della forza lavoro lo faceva in modo informale o stagionale. 

Venire verso le città è stata l’opzione scelta da chi non è potuto partire: “Per sopravvivere. Ma anche nella speranza di una vita migliore”. Si usciva da un periodo e da contesti nei quali il “controllo sociale era intenso. Per i giovani era un improvviso senso di libertà”. 

Nessuno sapeva cosa li aspettava, ci racconta Bardhoshi con delicatezza: “Ero giovane all'epoca. La povertà era reale, ma c'era tanta energia positiva per un futuro migliore. Eravamo pieni di speranze. E molte si sono realizzate”. 

Bardhoshi lo racconta come un “movimento sociale”. E, in termini giuridici, come un fenomeno “illegale”: la terra era dello stato, e inizialmente non vennero chiesti permessi, o non da tutti; in alcuni casi si applicavano le pratiche tradizionali sul suolo; in altri qualcuno comprò da persone a cui lo stato aveva dato le terre: a volte con documenti, a volte senza. Insomma, fu un momento di grande confusione legale e sociale. 

Le persone volevano comprare, insiste Bardhoshi, ed è importante sottolinearlo perché la “retorica dei partiti, e del partito socialista in particolare, è quella di parlare di queste persone come di ‘illegali’ o ‘abusivi’”. 

Kamza, 30 December  2025 | Photo: ©Federico Caruso
Kamza, 30 dicembre 2025. | Foto: ©Federico Caruso

La questione degli insediamenti “illegali” o “informali” è al centro di una diatriba, usata dai politici di ogni campo per raccogliere voti e consensi. Dal 2004, a Kamza come altrove, è cominciato un processo di legalizzazione al quale gli abitanti hanno risposto, pagando per regolarizzare case che avevano costruito a spese proprie. 

Il fenomeno non è cominciato in un momento casuale; nel 2005 erano previste elezioni. “Più del 50 per cento delle persone viveva in insediamenti informali. È una percentuale enorme”, spiega Bardhoshi. L’idea era quella di legalizzare, per poi espropriare legalmente e infine "urbanizzare". 

Il Partito socialista, e in particolare Edi Rama, attuale primo ministro, ha sempre additato gli abitanti di Kamza e delle altre zone costruite in questo modo come un mondo incivile, anti-urbano, anti-statale. Un processo andato avanti per anni e che, secondo Bardhoshi, si inscrive in “un dibattito tra ruralità e urbanità piuttosto diffuso in Europa orientale”. Come in altri paesi dell’Europa post-socialista “si è verificato questo scontro tra i nuovi arrivati e la borghesia socialista che vedeva la città, percepita come un ‘paradiso socialista’, trasformarsi”. Una sorta di “nostalgia urbana socialista”. 

Di questo atteggiamento verso Kamza ci aveva parlato anche Dorina Pllumbi, raccontandola come un esempio del discorso politico: “La sua identità è stata in qualche modo assegnata dalla centralità elitaria del potere, cioè Tirana. È stata etichettata come ‘l'altro’. Ed è un simbolo di questa alterità”.

Le persone sono venute qui con l’idea di dare ai propri figli una vita migliore, opportunità di studio, di lavoro… Nel nuovo insediamento non c’erano scuole e ci si organizzava in casa per insegnare. “È affascinante come, in assenza dello stato, queste comunità siano state capaci di fare quello che hanno fatto”.

ATA, gli “altri” dalla parte degli abitanti

Di questo “altro”, un gruppo di abitanti di Kamza ha fatto un progetto politico. ATA “non è un acronimo”, ci racconta Diana Malaj in un perfetto italiano, ma il pronome “loro”. “Loro” chi? “Loro” è la maniera nella quale “viene percepita la gente che vive ai margini della società”. Malaj, che ha fondato il collettivo nel 2014, fa parte della generazione che è migrata dalla aree rurali verso Kamza con la famiglia. 

Siamo andati a visitare il locale del gruppo accompagnati da Ronald Qema, che si è unito quando era ancora al liceo, nel 2016. Il gruppo è stato creato proprio perché “eravamo stanchi dello stigma che Kamza aveva e che continua ad avere”. Quello di essere degli “occupanti illegali”, degli “abusivi”. 

Ronald Qema at the ATA headquarters, 1 December 2025 | Photo: ©Federico Caruso
Ronald Qema nella sede del gruppo ATA, 30 dicembre 2025. | Foto: ©Federico Caruso

Malaj e Qema oggi vivono all’estero per completare i propri percorsi di studio o ricerca. “Veniamo da un paese in cui l’emigrazione è una scelta obbligata per sopravvivere e costruire un futuro”. Kamza non ha un cinema, né un teatro, né un archivio o un museo, spiega Malaj.   

Il gruppo ATA ha cominciato facendo attivismo culturale, soprattutto attraverso il teatro, per “trovare il nostro linguaggio” ma anche per “costruire un desiderio, un desiderio non solamente individuale ma soprattutto collettivo”. 

1 December 2025 | Photo: ©Federico Caruso
Kamza, 30 dicembre 2025. | Foto: ©Federico Caruso

ATA si occupa anche di documentare, – attraverso la testata online Nyje.al, – e di fare antropologia urbana, raccogliendo storie e organizzando laboratori con gli abitanti. Inoltre, ci spiega Qema mentre ci mostra lo spazio del gruppo, che è anche una biblioteca, ATA dà assistenza legale e amministrativa ai cittadini e supporta le comunità che subiscono l’impatto dei tanti progetti di sviluppo del settore idroelettrico che stanno devastando il paesaggio albanese. 

Kamza, 30 December  2025 | Photo: ©Federico Caruso
Kamza, 30 dicembre 2025. | Foto: ©Federico Caruso

“È nostro compito colmare una lacuna all'interno del nostro collettivo e dentro di noi”. Ma, aggiunge Qema, l’obiettivo non è colmare la lacuna politica​, bensì esporla. “La generazione dei nostri genitori ha costruito questa città, questa comunità: per necessità, per costruire la propria vita. Per me è un dovere della nostra generazione contribuire alla vita pubblica di questa comunità”. E, aggiunge, “creare questo desiderio sociale”, in modo che sia la comunità a fare le sue richieste a chi governa.  

Se la generazione dei genitori del gruppo Ata ha costruito le case e “si è presa cura di noi”, oggi il compito è quello di “rendere visibili queste storie, parlare della nostra comunità e valorizzare come sono andate le cose e anche, in un certo senso, documentare e proteggere ciò che sta accadendo, ciò che potrebbe accadere in futuro”, spiega.

Kamza, 30 December  2025 | Photo: ©Federico Caruso
Kamza, 30 dicembre 2025. | Foto: ©Federico Caruso

Il riferimento è a quello che è successo nei quartieri 5 Maji e Kombinat di Tirana, dove le case autocostruite da alcuni abitanti nel periodo post-socialista sono state distrutte per fare posto a nuovi progetti residenziali e dove, come anche a Kamza, le persone vivono da anni in un limbo giuridico. “L'intenzione era mantenere le persone in una situazione di liminalità, di non appartenenza a nessun luogo”, aggiunge Qema. 

Il pensiero va anche ai numerosi cantieri edilizi che si incontrano camminando per Kamza, le cui strutture circondano e sovrastano le case a due piani costruite dagli abitanti, lasciandole senza aria né luce: “Questi enormi edifici stanno distruggendo le storie delle case, costruite con tanti sacrifici e speranze”, conclude Qema.

🤝 Questo articolo fa parte del progetto PULSE, e fa parte di una serie sulle città e “periferie” in Europa in collaborazione con Il Sole 24 Ore, Obc Transeuropa ed El Confidencial. Ringraziamo in particolare Elira Kadriu di Citizen Channel per il sostegno nella realizzazione di questo reportage. 
Questo articolo fa parte di una serie di tre sull'Albania

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