La dittatura della maggioranza

La nuova costituzione approvata dal parlamento il 18 aprile è il coronamento della "rivoluzione nazionale" di Viktor Orbán. Ma il suo carattere unilaterale contraddice le tradizioni giuridiche e istituzionali europee.

Pubblicato il 19 Aprile 2011 alle 12:45
Il premier Viktor Orbán. Budapest, settembre 2010.

Questa costituzione è opera di un governo che detiene legalmente il potere: quello della dittatura di una maggioranza parlamentare. Ma è talmente anacronistica che per comprenderla dobbiamo ricorrere a Tocqueville, filosofo del XIX secolo: la dittatura della maggioranza è un rischio concreto per la comunità.

Questa maggioranza confonde “popolo” e “nazione” e li sacrifica sull’altare della lotta di potere. Quando lo ritiene opportuno, colloca il Popolo (vale a dire la nazione, considerata nell’accezione del XIX secolo) davanti allo Stato, si rivolge a esso, e costruisce uno Stato forte che non può che fare del bene al popolo, alla nazione (“la gente”). Immagina che lo Stato (l’Interesse di tutti) sia qualcosa che può essere imposto dall’alto alla collettività dei cittadini. Abbandona le tradizioni europee e crea le condizioni per una politica autoritaria.

Secondo la tradizione europea, la costituzione è la cornice decisa dall’insieme dei cittadini per essere il principio ispiratore della vita comunitaria. Poiché non viviamo in un’epoca rivoluzionaria, questa cornice non può essere definita da una maggioranza parlamentare, in quanto caratteristica della democrazia è che la maggioranza parlamentare cambi, mentre caratteristica della costituzione è che essa sia perenne e si metta al servizio degli interessi di tutta la comunità, a prescindere dalle variazioni politiche. I paesi più avveduti affidano questo lavoro giuridico a deputati di diversi orientamenti e non la sottopongono a referendum dal valore opinabile.

La nuova costituzione non è la costituzione dei cittadini, la quale, secondo Hobbes e Locke, sarebbe il consenso di una comunità fondata sul libero arbitrio dei cittadini. A Hobbes e Locke si è rimproverato il fatto che una comunità organizzata secondo questi principi non sarebbe vivibile, poiché il contratto sociale deve includere anche il patrimonio culturale specifico della comunità.

I redattori della nuova costituzione ne erano consapevoli e la loro responsabilità è pertanto ancora più grande, in quanto hanno definito l’ambito culturale nel quale i cittadini ungheresi devono (dovrebbero) vivere. Questo spazio è il risultato della vittoria dell’attuale maggioranza dominante in una lotta culturale – come se in questo Kulturkampf potesse esserci un vincitore. In sostanza, si tenta di riportare in vita principi che nel XIX secolo hanno rivestito un ruolo rivoluzionario, ma che ai nostri tempi altro non sono che slogan populisti.

Nazionalismo monocolore

I simboli di un tempo non sono altro che allegorie: stanno cercando di imporci un nazionalismo monocolore che fa riferimento alla corona di Santo Stefano (fondatore del regno di Ungheria alla fine del X secolo) in luogo di un patriottismo multicolore, mentre l’Ungheria appartiene alla comunità europea, i cui stati nazione hanno lasciato il posto agli stati culturali.

Ricordiamo Sant’Agostino e una delle idee fondamentali del suo De civitate Dei: “Le costituzioni e le leggi scritte non conferiscono alcun obbligo morale se non sono espressione di una costituzione incisa nello spirito dei cittadini. In mancanza di tale fondamento morale, la forza dello stato può rappresentare un grande pericolo”.

La stragrande maggioranza degli ungheresi guarda ancora con indifferenza alla nuova costituzione. Questa maggioranza inizierà a protestare quando, conformemente al credo patriottico citato nella nuova costituzione, nasceranno le leggi in base alle quali dovranno vivere i cittadini. Sarà una vita sgradevole. E quando la comunità avrà cercato inutilmente gli strumenti legali per esprimere la propria insoddisfazione, si troverà a rimpiangere la vecchia costituzione. (traduzione di Anna Bissanti)

Opinione

La riconquista della storia

L'adozione della nuova costituzione è "un momento storico", scrive Magyar Nemzet. Il quotidiano conservatore ricorda che "i saggi che avevano creato la costituzione precedente, nel 1989, avevano voluto che fosse transitoria". Il documento, risalente al 1949, era stato emendato alla caduta del regime comunista.

Magyar Nemzet sottolinea inoltre che "più di un milione di cittadini hanno partecipato alla consultazione nazionale" organizzata dal governo per elaborare la costituzione, e ricorda che "coloro che vorranno sostituire la costituzione dovranno ottenere una legittimazione paragonabile".

Il quotidiano difende inoltre il contestato credo patriottico inserito nella premessa della nuova costituzione. "Nessuna comunità politica può sopravvivere senza valori comuni e una storia condivisa". Con il nuovo testo si afferma una rottura "con l'eredità delle dittature" e una riconquista "della nostra storia, così spesso negata e falsificata. Questo significa guardare al passato? Assolutamente no. La storia non è ancora finita", conclude Magyar Nemzet.

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