Attualità Lituania-Bielorussia

La nuova cortina di ferro

Quando Lituania e Bielorussa facevano parte dell’Unione sovietica il confine tra loro esisteva solo sulla carta. Ma con l’ingresso di Vilnius nell’area Schengen paesi e famiglie sono stati tagliati in due.

Pubblicato su 25 Ottobre 2012 alle 15:09

Appena vent’anni fa Lituania e Bielorussia appartenevano all’Unione sovietica: i due paesi erano separati formalmente da una linea tracciata soltanto sulla carta geografica. Oggi la frontiera è contrassegnata da una rete metallica, una nuova cortina di ferro eretta dopo la caduta del comunismo. E mentre la Lituania è diventata membro della Nato e dell’Unione europea ed è entrata nell’area Schengen, in Bielorussia vige il regime assolutistico di Alexandre Lukashenko.

La rete sormontata da grovigli di filo spinato non ha separato soltanto due stati, ma anche diviso un centro abitato: da un lato c’è la parte lituana che si chiama Norviliskes, nota per il suo castello del XVI secolo e il suo festival musicale Be2gether; dall’altro c’è la parte bielorussa che si chiama Piackunai. Alcune famiglie sono state divise, altre allontanate dai loro conoscenti, dalla chiesa o dal cimitero.

“Mia zia abita dall’altra parte del confine e ci possiamo parlare attraverso la rete, visto che non è vietato né dai bielorussi né dai lituani. Basta che i vicini ci diano una mano per metterci d’accordo sull’orario”, racconta Stanislaw Alencenowiczius, la cui casa segna l’estremo limite del territorio lituano: la frontiera, infatti, passa proprio in mezzo al suo campo di patate.

Le due parti dei centri abitati distano appena pochi passi, ma varcata la frontiera è come entrare in un altro mondo. A nord-ovest del campo di Stanislaw Alencenowoczius tra gli alberi si distingue il bianco castello di Norviliskes, ma a est si vedono soltanto catapecchie di legno abbandonate, allineate dietro una duplice fila di reti metalliche.

In passato Alencenowoczius, nato in Lituania, era solito ricevere i suoi vicini di casa bielorussi, oppure andava lui a trovarli. Oggi per andare da sua zia, che potrebbe chiamare da casa alzando appena la voce, deve percorrere 40 chilometri fino alla città di Salcininkai, chiedere un visto presso il centro culturale bielorusso e poi recarsi al posto di frontiera. La strada che passa davanti alla sua casa termina in un cancello chiuso a doppia mandata. A pochi passi dalla frontiera, sul versante lituano, non c’è segno di vita nel gabbiotto verde di metallo. Dall’altra parte non c’è nemmeno un bielorusso di guardia, ma non bisogna farsi illusioni: è vietato buttare oggetti dall’altra parte della rete o arrampicarsi. Non appena iniziamo a costeggiare la recinzione arriva un minibus verde privo di insegne, si sofferma qualche minuto e riparte, con la stessa discrezione con la quale è arrivato.

A Norviliskes la frontiera ha separato Leokadija Gordiewicz da suo marito e dalle due sorelle: la prima abita ad appena 500 metri, a Piackunai. Anche la sua compagna di scuola si è trasferita ed è impossibile restare amiche; le due non comunicano neanche attraverso la rete: “Dovremmo forse violare la legge?”.

Sposatasi in epoca sovietica, Gordiewicz all’inizio ha vissuto in Lituania con suo marito. In seguito ha trovato lavoro in Bielorussia, ha ottenuto il passaporto bielorusso e ha deciso di restare dall’altra parte della frontiera, ad Asmena. Nnon va neppure a trovare i suoi familiari: il viaggio e il visto annuale per Salcininkai costerebbero 600 litas, pari a 174 euro, e lei non dispone di tale cifra.

Se le si chiede a quando risale l’ultima volta che è stata con suo marito, la donna inizia a fare calcoli, ma non ricorda quanti anni siano passati, e conclude: “Divorzierei, ma anche questo costerebbe troppo”. A tutte le domande risponde con brio, ma lo fa senza riuscire a nascondere le sofferenze dovute alla vita da separata e alle difficoltà economiche.

Mentre parliamo un autobus corre a tutta velocità verso il castello di Norviliskes. Secondo Gordiewicz nel weekend i visitatori non mancano mai. “Le automobili sono così belle… Eppure tutti ci dicono che siamo poveri. E sa da dove arrivano queste macchine? Dalla Bielorussia”. Gordiewicz non ha dubbi: sono state acquistate con i proventi della vendita di sigarette e della benzina di contrabbando.

Nel centro abitato di Sakaline, anch’esso diviso in due, si vedono le stesse cose: le abitazioni lituane sono dipinte di vari colori, le aiuole di fiori sono ben curate, gli orti coltivati e prosperi e i rami dei meli si piegano sotto il peso dei frutti. Appena varcata la frontiera invece, ecco le case fatiscenti e abbandonate. Accanto alla garitta verde di metallo del posto di frontiera, però, ci imbattiamo in un 4×4 e in una guardia in servizio. Se non ci fosse, da una parte all’altra della rete volerebbero i pacchetti di sigarette.

“Qui inizia l’Europa”, dice orgoglioso Ceslava Marcinkevic, capo del cantone di Dieveniskes, la cittadina di questo angolo di terra lituana in Bielorussia, a un’ora di macchina dalla capitale lituana Vilnius. “Ma qui l’Europa finisce anche, perché tutto intorno ci sono soltanto alte reti che separano famiglie e stati. La gente non può andare da una parte all’altra e farsi visita: la possibilità ci sarebbe, ma costa tempo e soldi”. Questo piccolo territorio – la cosiddetta appendice di Dievenikes – si estende su circa 30 chilometri di territorio bielorusso.

La pipa di Stalin

Nel 1939, quando al Cremlino furono ridisegnate le frontiere della Lituania dopo che il territorio di Vilnius le era stato restituito, Stalin appoggiò la pipa alla carta geografica, e dato che nessuno osò spostarla, si tracciarono i confini seguendone il contorno. Questo è quanto racconta la leggenda che gli abitanti della zona ripetono con un sorriso a mezza bocca.

La storia in realtà è molto diversa. Nell’arco di cento anni il tracciato della frontiera è cambiato almeno cinque volte e tra chi abita in quella zona c’è chi si diverte a raccontare che senza mai traslocare è riuscito a vivere in tre stati diversi: Polonia, Unione sovietica e infine Lituania o Bielorussia. Il territorio di Vilnius è appartenuto alla Polonia per quasi tutto il periodo tra le due guerre mondiali. L’armata rossa la occupò nel settembre 1939, ma la frontiera ha potuto essere tracciata soltanto nel novembre 1940, quando ad avere il controllo della Lituania era già l’Urss.

Quanto i due paesi hanno riconquistato la loro indipendenza, la frontiera interna è diventata il confine tra i due stati e passare da una parte all’altra senza troppe restrizioni era ancora possibile. I bielorussi si recavano in Lituania per pregare sulle tombe dei loro cari.

Con l’adesione della Lituania all’Unione europea, però, il confine di 677 chilometri con la Bielorussia si è trasformato nella frontiera esterna dell’Unione e in seguito dell’area Schengen. Da qui la necessità di renderla più sicura nei confronti del contrabbando e dell’immigrazione clandestina. Il visto che allora si otteneva con cinque euro oggi ne costa 60. Per passare in Lituania i bielorussi che vivono lungo il confine devono andare al consolato di Grodno a oltre cento chilometri di distanza, mettersi in coda, ritornare per ritirare il visto, varcare la frontiera e infine recarsi di nuovo a Norviliskes, proprio dall’altra parte. Insomma, far visita a qualche parente che vive a poche centinaia di metri di distanza è più complicato che partire per un weekend a Londra o a Parigi.

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