Opinion, ideas, initiatives Diario di un europeo al tempo del coronavirus

La solidarietà europea è una realtà, al di là delle polemiche sui “coronabonds”

Dopo un inizio segnato da lentezza e confusione, e anche senza che ci sia al momento bisogno di mutualizzare il debito dei paesi membri dell’Ue, la solidarietà europea è adesso all’altezza della sfida storica posta dalla crisi senza precedenti del Covid-19.

Pubblicato su 14 Aprile 2020 alle 08:37

Contro ogni aspettativa, un mese dopo l’inizio della crisi, la risposta europea è più rapida e più massiccia di quella di alcune grandi federazioni come gli Stati Uniti, il Brasile o l’India. Resta il fatto che la percezione dei cittadini è ancora segnata dall’atteggiamento "ognuno per sé" e dalla tentazione del ripiego che ha prevalso nelle prime due settimane che hanno seguito l’inizio della crisi sanitaria in Europa. Queste sono state segnate dalla gara ad accaparrarsi le famose mascherine di protezione e dal dramma intorno ai "coronabond", che hanno dato l’impressione che l’Europa stesse per implodere.
Sono fra quelli che, qui e su altri importanti giornali europei, hanno severamente denunciato in un appello pubblicato il 16 marzo scorso il caos che ha segnato i primi passi nella gestione della crisi sanitaria e il ritardo con il quale si è attivata la solidarietà europea.

L’onestà mi spinge ad osservare che, tre settimane dopo, l’Unione si sta dimostrando all’altezza della situazione. La sua risposta è senza precedenti per portata e modalità. Ancora una volta, è durante le crisi che gli europei superano sé stessi e danno un significato concreto al progetto di integrazione europea.
In primo luogo, va riconosciuto che la solidarietà sanitaria europea, quella che prevale mentre gli europei sentono che il Covid-19 minaccia le loro vite, funziona ormai molto meglio.

Gli stati membri hanno coordinato in larga misura la loro strategia di contenimento, riducendo i rischi di propagazione. La commissione europea ha riattivato il sistema di gare d’appalto per i prodotti sanitari creato in risposta alla crisi dell’H1N1 e sta coordinando il riorientamento a livello continentale della produzione industriale a favore delle attrezzature sanitarie e dei medicinali. Ha istituito misure e finanziamenti d’emergenza per accelerare lo sviluppo di vaccini e facilitare le sperimentazioni cliniche, in particolare quelle che riguardano la famosa clorochina. Tutte cose che stanno già avvenendo.

Anche la solidarietà umana funziona a pieno regime: gli ospedali di tutta Europa si stanno organizzando per accogliere i cittadini dell’Unione, a potenziale scapito dei malati di casa loro, e non è cosa da poco. Si potrebbe essere più ambiziosi, ma il sistema funziona già molto meglio che in Brasile o negli Stati Uniti. In queste federazioni, lo scarso coordinamento delle misure sanitarie aumenta il rischio di diffusione del virus tra gli stati federati. La concorrenza tra di loro per le mascherine, i respiratori e le medicine è tale che i prezzi raddoppiano o triplicano. Ci sono quindi oggi motivi oggettivi per essere orgogliosi di come funziona la solidarietà sanitaria europea.

Nemmeno la solidarietà finanziaria europea è mai stata così importante. Nella loro dichiarazione congiunta del 26 marzo, meno di due settimane dopo che la crisi sanitaria fosse cominciata in Europa, i leader dei Ventisette hanno dichiarato di essere "pienamente consapevoli delle gravi conseguenze socio-economiche della crisi del Covid-19, e che avrebbero fatto "tutto il necessario per affrontare questa sfida in uno spirito di solidarietà". Ci sono voluti più di due anni dall’inizio della crisi dell’eurozona per ottenere un tale impegno di solidarietà da parte dei capi di stato e di governo nel giugno 2012, quando l’eurozona era sull’orlo del collasso e la Grecia e l’Italia si trovavano in uno stato di fallimento virtuale.
Sin dal 26 marzo, e data la natura simmetrica di questo shock che ha colpito tutta l’Unione, i nostri leader concordavano sull’attuazione di mezzi senza precedenti per consentire alle famiglie, alle imprese e agli stati di evitare una crisi di liquidità che sarebbe inevitabilmente sfociata in fallimenti a catena.

Gli elementi di un pre-accordo esistevano già per mettere in atto tre reti di sicurezza oltre ai 1.000 miliardi di euro stanziati dalla Banca centrale europea (Bce) per evitare una crisi di liquidità e per consentire agli stati di mobilitare le risorse necessarie per affontare l’emergenza. L’eurogruppo, che si è concluso il 9 aprile poco prima delle 23, si è limitato a chiarire i termini di questo storico accordo e a integrare l’azione della commissione europea per rendere più flessibili le regole del patto di stabilità e l’utilizzo degli aiuti di stato.

La reazione europea dinanzi al rischio di una crisi di liquidità e di solvibilità supera ormai le dimensioni della risposta americana: gli stati membri e l’Unione europea hanno mobilitato complessivamente oltre 2.350 miliardi di euro, contro l’equivalente dei 2.000 miliardi di euro degli Stati Uniti. Siamo lontani dalla timidezza della reazione europea all’ultima grande crisi economica e finanziaria. E i più precari sono direttamente interessati dai dispositivi messi in atto. La Bce, organo federale dell’Unione europea, ha subordinato i suoi aiuti alle banche al fatto che le Pmi e gli imprenditori indipendenti non vengano trascurati, cosa che non è avvenuta durante la precedente crisi. La commissione europea, con il suo programma di aiuti Sure di aiuto alla cassa integrazione, messo in piedi in pochissimo tempo ed esteso anche a quegli stati che non hanno dispositivi di disoccupazione parziale, eviterà che milioni di lavoratori siano abbandonati a sé stessi, come avviene negli Stati Uniti, dove più di 15 milioni di lavoratori sono stati licenziati da un giorno all’altro nel giro di tre settimane. Il modello sociale europeo si sta riaffermando dopo decenni durante i quali è stato smembrato.

Resta il fatto che la dimensione storica della reazione europea non è ancora pienamente percepita dai nostri concittadini. Il motivo è da ricercarsi nelle molteplici ed eccessive drammatizzazioni intorno ai “coronabond”, dei titoli di stato comuni che dovrebbero finanziare la ripresa post-crisi. La discussione intorno alla loro creazione ha inutilmente monopolizzato il dibattito pubblico nelle ultime due settimane, mentre la discussione sulla portata e sulla strategia della ripresa potrà avvenire solo quando si avrà un’idea chiara delle modalità e dei tempi concreti dell’uscita dal confinamento e un accordo sulla natura della ripresa da avviare. Si è così imposta nella discussione pubblica in alcuni paesi l’idea che, se non ci fosse stato un accordo sulla creazione dei "coronabond", l’Europa sarebbe finita.

Va detto che fra i paesi "cattolici in difficoltà" del sud e i paesi "avaro-protestanti" del nord, è andata in scena una discussione a volte caricaturale dal sentore di guerra di religione, tanto più che i governi al potere sono spesso fragili coalizioni ostaggio dalle componenti più populiste della loro opinione pubblica. È in discussione anche l’assenza di un drammaturgo europeo riconosciuto come tale dall’opinione pubblica che dia una lettura politica comune degli eventi e che abbia potenti cinghe di trasmissione nelle società civili del continente.

Nella mia esperienza, ed essendo stato al centro della precedente grande crisi economica e finanziaria, in particolare durante l’ultima presidenza francese dell’Ue, nel 2008, è questa dimensione narrativa condivisa della politica europea che è essenziale pim che mai, se gli europei non vogliono uscire da questa crisi a brandelli, ma più forti. Più che mai, l’Unione deve fare attenzione alla comunicazione ed evitare il moltiplicarsi delle drammatizzazioni nazionali che evidenziano i particolarismi quando ciò che caratterizza la crisi che stiamo vivendo è l’impatto universale delle sue conseguenze sulle nostre vite.

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